IL RITORNO-FANTASMA (PARTE II): IL MOSTRO IRROMPE
Ma il ritorno è strano e ambiguo; il ritorno è sempre posticcio, unità raccogliticcia di membra sparse qua e là. Il ritorno è l’istituzione della differenza che si insinua nella stessa struttura ripetitiva del ritorno: ecco perché è irripetibile, perché ogni ripetizione del ritorno è già un ritorno nel diverso, nel differente. Solo la ripetizione non può essere nient’altro che se stessa, biancastra luce dell’immotilità non-temporale. Il ritorno, invece, ha la capacità, o il privilegio, di poter essere diverso da quello che è, di aver inserito all’interno della propria natura l’autodifferenziarsi, lo scarto, lo scartamento da se stesso, il dribblarsi di se stesso in sé stesso. Solo il ritorno può ritornare come il ritornante non-ritornato.Ed è questa differenza, questa singola crepa, questa singolare divaricazione che suscita orrore. Ecco quell’unità elementare, quell’atomo distonico, quella sfumatura fuori posto. Il mostro ha bussato; apri la porta: il revenant, il ritorno-fantasma.
Davvero il mostro è il prodigium latino, quel monere che ci avvisa che hic sunt leones; provate o superare la soglia e sarà peggio per voi. I mostri scacciati dalla finestra, o ancora meglio, dall’uscita di servizio, fanno la loro grande ricomparsa sulla scena: dalla porta principale. E ci piaccia o no, ci piaccia o non ci piaccia il fatto che ci piaccia o meno, oltre la soglia, dietro la porta, ci sarà quel mostro che abbiamo scacciato e poi evocato, illusorio esorcismo inefficace; a bussare sarà quello spettro in carne ed ossa, quel morto ritornante che vorrà vendicarsi o più semplicemente informarci del suo ritorno. E il prodigium nasconde in sé l’altro ritorno, quel gnostico scontro teistico di eoni impazziti: il mostro, nella differenza che istituisce in qualità di differenziante differente, condivide in seno una natura intimamente politeistica, anzi, è il politeismo stesso, la pluralità nel principio dirigente.
Cristo non fa prodigi; egli compie miracoli che necessitano di testimoni (Deleuze lettore di Hume: miracolo è, paradossalmente, principio normalizzante in quanto corretto dalla martirizzazione, ovvero messa-in-opera-della-testimonianza, ortoprassica dell’ultraprassi miracolosa), di prove che possano comprovarne la reale esistenza, di assicurazioni rintracciabili che seguano le tracce e che rintraccino un percorso: deve lasciare una traccia. Ma il mostro-revenant lascia le tracce di un fantasma e spezza la testimonianza martirologica (o giuridico-processuale). Amleto, fa notare Derrida in Spettri di Marx, se ne è accorto prima di tutti. Sa del delitto, il suo teste è senza testa, Padre e Re deceduto, il suo informatore e testimone è un non-testimone. E sempre il filosofo francese ci chiede: quale potrà essere il valore di una non-testimonianza? Ecco perché Amleto si maledice. Ma questa non è una non-testimonianza; il Padre, il Re, è una testimonianza; testimonia il ritorno, la natura del ritorno che è sempre fantasma: la testimonianza del padre, nella sua dissolvenza, è (non) testimonianza: ritorno-fantasma.
Di già, allora, viene certificata l’essenza di quel mostro ritornante; di più, perché ora possiamo associare direttamente il ritornare alla mostruosità. Concettualmente, ogni mostro è fantasma, ritorno del rimosso, rinvenimento (sia nel senso del ritrovamento, partecipazione al ritorno se ci facciamo caso, sia in quello dell’indigestione, del sovvertimento del metabolico) di ciò che è stato a suo tempo ucciso. Il Padre di Amleto, Tomie, gli dei: tutto incomincia con la morte per ricominciare con il ritorno. Questo non vuol dire che tutti i mostri siano fantasmi (figure ectoplasmatiche che infestano le case), cioè non dobbiamo sussumere i mostri all’etichetta facile facile di fantasmi; ma il mostro, qualunque cosa sia, condivide la sua struttura logica con quella del fantasma, del revenant.
Anzi, è il ritorno stesso ad incarnare l’atmosfera del fantasmatico, ad assumere su di sé i tratti irrintracciabili del fantasma. Non si tratta di affermare il ritorno del fantasma, né il fantasma come ritorno, bensì l’inverso, il ritorno come fantasma. Ma la metafora in questione con la relazione che istituisce tra i relazionati non è per nulla sufficiente a rendere ragione dei legami intercorrenti tra il ritorno e il fantasma. Un altro piano è quello che qui ci interessa: l’aspetto ontologico della questione non può essere sacrificato all’istituzione di un connettore debole; la metafora si presenterebbe allora come associazione di idee, come congiuntura esterna ai congiunti che non vengono per nulla modificati nella loro essenza. Ci può essere ritorno senza fantasma. E se non può esservi, all’inverso, fantasma senza ritorno, questo è dovuto alla logica costituente la metafora: dal ritorno ci si può muovere in direzione del fantasma e non viceversa perché si ricadrebbe in una tautologia («principle of unidirectionality» espresso da Casetta, Tambolo in Frankenstein and Philosophy). La metafora è una mediazione sintetica affermativa, che correlaziona mantenendo distinti; gli elementi in sé non subiscono mutamento e restano separati, atomisticamente separati, parti non mereologiche di un non-tutto disseminato.
Non si può pertanto concedere troppo alla metafora; il ritorno non è come fantasma, bensì è fantasma. Il ritorno è ritorno-fantasma. Il ritorno è sempre fantasma non potendo essere che fantasma. Il ritorno è metonimicamente fantasma, sintesi disgiuntiva (Deleuze) dell’istituzione della differenza nell’unità, della compenetrazione reciproca, della violazione del «principio di unidirezionalità»; è la divergenza dal punto fisso, rotazione sul perno che è il mostro. Ritorno-fantasma è mostro nella sua differenza istituita e istituente. E questa è la paura che il mostro suscita. Mostro è ritorno-fantasma, irruzione del nonsense nel senso, realtà concreta benché concettuale, immortalità post mortem che si disgiunge in un impossibile ante: dopo senza prima, denti senza gatto (Alice nel paese delle meraviglie), arco nella faretra. «The Shady Side of Sunnyside» (Lear), lato ombroso del lato soleggiato. Ed è Reale, terribilmente. Tutto incomincia con la morte, tutto ricomincia con il ritorno-fantasma.
Il testo interpretativo di Deleuze lettore di Hume cui faccio riferimento è Empirismo e soggettività. Saggio sulla natura umana secondo Hume, Cronopio, Napoli 2012 (seconda edizione), curato da Adriano Vitale.
Per la riflessione sull’Amleto si rinvia a Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina, Milano 1994, nella traduzione di Gaetano Chiurazzi.
Il «principle of unidirectionality» lo si può trovare in Casetta – Tambolo, That Frightening Frankenmetaphor, in Nicolas Michaud (eds.) Frankenstein and Philosophy. The Shocking Truth, Open Court, Chicago 2013, pp. 49-58.
@ILLUS. by, CATALINA LUNGU, 2020





