LA CIRCOLARE MINISTERIALE
In quel pub di periferia la serata trascorreva in leggerezza, tra chiacchiere con amici, allegre bevute, autocommiserazioni e tentativi di flirt, alcuni dall’esito positivo, altri pietosamente fallimentari, quando la porta d’ingresso si spalancò e una corrente gelida sferzò il locale, il cui microclima interno aveva raggiunto la soglia della perfezione.
Il brusio si interruppe. La musica di sottofondo – Scar Tissue – smise di risuonare. Alla televisione, i commentatori si zittirono e i giocatori bloccarono ogni azione di gioco. Tutti si voltarono, severi, verso quel nuovo arrivato, che aveva osato sconvolgere l’equilibrio omeostatico che si era venuto a creare.
L’uomo, di spalle, sulla soglia e tutto intento a sbattere con devozione l’ombrello ricoperto di neve, non si accorse di essere oggetto di sguardi non propriamente benigni. Ma se è vero che occhio non vede, cuore non duole, la cosa lo lasciò del tutto indifferente. Conclusasi l’operazione con un successo da applausi, che non mancarono di scrosciare una volta che richiuse la porta – il che non fece altro che alimentare il suo già prorompente ego, dal momento che si riteneva il migliore in Città nella sbattitura dell’ombrello – si voltò verso la sala, scandagliando lo spazio alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Individuata la postazione dei suoi amici, con l’ombrello ancora aperto come se si fosse trovato sotto un acquazzone, baldanzosamente si diresse verso quel tavolino in fondo a destra, che costeggiava, come è lecito aspettarsi, la porta del bagno.
Un silenzio conflittuale accompagnava il nuovo venuto e lo sguardo di tutti ne seguiva le movenze decise. Arrivato a destinazione, adagiò a terra l’ombrello, sempre aperto, e, con movimento rapido e scattante, si sfilò il cappotto. «Garçon!» – ad alta voce – «Il cappotto. Lo deponga nell’armadio, suvvia!» Trascorsi alcuni minuti senza che nessuno gli si fosse avvicinato, lasciò cadere senza scomporsi il cappotto grigio talpa sul pavimento, recuperò l’ombrello e con un «Signori!», rivolto ai due individui che si erano già accomodati, si sedette.
Si rianimò il pub. Ripresero le attività prima interrotte e la serata proseguì la sua corsa scanzonata. Quell’uomo, per quanto bizzarro, si era ormai amalgamato, era diventato parte integrante della serata: non era più una minaccia. Un nuovo equilibrio omeostatico si era venuto a costituire.
Da parte loro, i due individui che lo attendevano non avevano nulla da invidiargli: uno indossava un Arthur Cap verde, molto british, un papillon a punta di diamanti satinato del medesimo colore, un panciotto in flanella a quadretti rosso magenta, una giacca sahariana sbottonata, indaco. Un paio di pantaloni simil tuta blu oltremare contribuivano a conferire al figuro un’aria quanto mai stravagante. L’altro, invece, si era abbigliato in perfetto stile streetwear: felpa oversize costellata di incomprensibili scritte in giapponese – sarà poi stato veramente giapponese?; jeans di qualche taglia più grossi del necessario, cintura in stoffa a motivi geometrici arancioni e verde scuro, sneakers di colori differenti ai piedi. A vederli così avranno avuto entrambi tra i trenta e i quarant’anni, ma da come si erano conciati sembravano appartenere a due universi paralleli: chi o cosa li univa?
«Signori» – ripeté, convintamente, l’uomo con l’ombrello – «Conoscete la motivazione per la quale vi ho convocati qui questa sera, no?»
«Certo» – rispose l’uomo col cappello con una smorfia di dolore sul volto. Aveva assunto la posizione del loto su quella sedia da pub di legno massiccio e ora le gambe gli si erano anchilosate.
«Anche io» – si limitò a dire l’uomo con la felpa, che da quando si era seduto non aveva fatto altro che cercare di accendersi la sigaretta che teneva in bocca con uno zip po F88.
«Bene. Non c’è tempo da perdere, andiamo dritti al punto!» – risolutamente l’uomo con l’ombrello.
«E non ordiniamo prima qualcosa?» – chiese l’uomo col cappello – «Ora come ora, se non bevo qualcosa non riesco a ragionare!» – in affanno.
«Va bene. Siamo in un pub, mi pare giusto. Birretta?» – propose l’uomo con l’ombrello.
«Non posso» – ribatté l’uomo con la felpa – «Se fumo non bevo, ma sto fumando, dunque non bevo».
«Ragionamento anapodittico. Notevole!» – fece l’uomo con l’ombrello.
«Hm, tipo» – confermò l’uomo con la felpa, senza trasporto – «E vale l’inversa: se bevo non fumo, ma sto bevendo, dunque non fumo».
«Logico. Anche se, tecnicamente, non stai fumando…» – chiosò, con una punta di malignità, l’uomo col cappello.
Dopo aver ordinato, non senza difficoltà, due birrette medie – in nessun modo si poté convincere l’uomo con la felpa a bere alcunché, alcolico o meno. La logica impone che ad essa ci si adegui, in ogni circostanza, per quanto la nostra connaturata longanimità ci spinga a addolcirne le asperità: «uno strappo alla regola spesso e volentieri è necessitato dalle contingenze», si è soliti affermare – ci si fiondò a capofitto nella faccenda.
«L’avete letta la Circolare Ministeriale?» – interrogò deciso l’uomo con l’ombrello.
«Sì» – in coro l’uomo col cappello e l’uomo con la felpa.
«E cosa ci avete capito?» – incalzò l’uomo con l’ombrello.
«Niente» – in coro l’uomo col cappello e l’uomo con la felpa.
«Bene. Siamo in tre!» – con ingiustificato slancio l’uomo con l’ombrello.
Due giorni prima, ad alcuni selezionatissimi esponenti della Cittadinanza Tutta era arrivata via e-mail una comunicazione. Una certa Circolare Ministeriale che, a quanto si era potuto desumere da un primo confronto con amici, colleghi e conoscenti, avrebbe potuto cambiare per sempre le vite dei suddetti selezionatissimi esponenti della Cittadinanza Tutta, a partire dalla settimana seguente. Il problema di fondo era che nessuno ci avesse capito qualcosa! Se ne era colta l’urgenza, se ne era magnificato lo stile – a detta di tutti ricercato e a tratti elegante – se ne erano elogiati la proprietà di linguaggio e l’uso non indiscriminato di barocchismi burocratici, ma soprattutto se ne erano apprezzate la schiettezza e la franchezza, caratteristiche, queste, che rendevano la missiva piacevole alla lettura. Quello che sfuggiva era il senso di quelle parole! La loro quotidianità sarebbe cambiata? In che misura? In meglio? In peggio?
E dal momento che prometteva – o minacciava? – un cambiamento radicale delle loro esistenze, comprenderne le conseguenze e metabolizzarne al più presto le dinamiche si sarebbe rivelato di importanza capitale. Comprensibile, allora, l’irrequietezza nella quale precipitarono i riceventi della e-mail. Si vociferò che qualcuno fosse riuscito a sciogliere l’enigma, forse un professore o un artista: molto probabilmente uno scultore. Ma di questa chiacchiera nessuno seppe portare prove consistenti.
«Capite che cosa significa per noi tutto questo?» – proseguì l’uomo con l’ombrello – «Voi, cosa ne pensate?»
«Che siamo nei guai fino al collo!» – esagerò l’uomo col cappello che nel mentre aveva cambiato posizione: ora cercava di mantenere l’equilibrio poggiando entrambe le ginocchia sulla seduta, impresa resa ancora più ardua dallo schienale a pannello unico di quella sedia. «A me non è mai capitato di non capire qualcosa. E di cose ne ho fatte nella vita! E le ho sempre capite tutte! Sento che questa situazione mi opprime, qui» – stringendosi la gola con le mani.
«Ah, ecco!» – proruppe l’uomo con la felpa che non aveva smesso un minuto di cercare di azionare quel vecchio zip po F88.
«Hai risolto l’enigma?» – con la voce della speranza l’uomo con l’ombrello.
«Ma certo! Questo accendino serve per i sigari, non per le sigarette!» – concluse, illuminato, l’uomo con la felpa. E trasse dalla tasca dei pantaloni uno Stortignaccolo – «Così posso finalmente fumare! Perché è vero che non bevo, se fumo, ma se non bevo e nemmeno fumo, allora no, non va per niente bene!»
«Comprendo, per carità, la vitale impellenza della faccenda, ma del nostro problema, di quello che ci riguarda tutti e tre, hai qualcosa da dire? Siamo tutti orecchi!» – provocatoriamente l’uomo con l’ombrello.
«Del problema della Circolare Ministeriale? No, non ne ho la minima idea. Ma si capisce al volo che è una burla: è ricolma di proposizioni che ripugnano alla logica e che un imbellettamento retorico di certo non elimina. Per me è carta straccia!» – lapidario l’uomo con la felpa.
«Carta straccia? Ma ti rendi conto che la nostra vita, la nostra quieta e pacifica vita, verrà sconvolta definitivamente da quella che tu apaticamente qualifichi come “carta straccia”? – sconvolto l’uomo col cappello che ora sedeva dando le spalle ai suoi due amici.
«Ma se hai sempre detto che la tua vita è scialba e monotona… Magari non un è male se questa soffocante routine venga interrotta, no?» – rintuzzò con sagacia l’uomo con la felpa.
«Ma che ne sai tu della mia vita? Come ti permetti di giudicare senza sapere di cosa stai parlando?» – iroso l’uomo dal cappello.
«Signori, signori! Calmatevi! Non siamo qui per litigare e complicare ulteriormente i problemi. Siamo qui per un altro motivo. Cerchiamo piuttosto di ragionare con mente lucida e trovare una sintesi. Né il distacco estremo né l’apprensività smodata giovano a nessuno!» – intermediando abilmente e grintosamente l’uomo con l’ombrello.
Scongiurata una infruttuosa baruffa, la serata proseguì, in un continuo tira e molla tra attimi di tensione e momenti di rappacificazione: l’uomo con la felpa, imperturbabile, provocava; l’uomo col cappello, in palese stato di alterazione emotiva, rispondeva a tono; l’uomo con l’ombrello impegnato a moderare le intemperanze e a riportare il focus sulla Circolare Ministeriale. E così si procedette fino a quando il proprietario di quel pub di periferia che, comprensibilmente, voleva andare a dormire dopo una impegnativa giornata di lavoro, non li cacciò fuori dal locale che era oramai notte inoltrata.
E quando toccò proprio al proprietario di quel locale di essere sentito dagli inquirenti, egli raccontò di averli presi a male parole, vero, e di averli cacciati senza troppa pietà, ma negò fermamente di essere in qualche misura implicato nella loro scomparsa. Disse che da quella sera non si erano più fatti vedere – circostanza che non è che gli fosse dispiaciuta più di tanto – e che pertanto non sarebbe potuto esser stato di grande aiuto alle indagini, le quali si stavano facendo sempre più serrate. Vennero coinvolti i media locali e la notizia rimbalzò ovunque, ottenendo la giusta rilevanza nazionale e internazionale, ma dei tre si erano completamente perse le tracce.
Se quella Circolare Ministeriale avesse cambiato così profondamente le esistenze dei selezionatissimi esponenti della Cittadinanza Tutta, fu impossibile a stabilirsi. Così come le notizie, le abitudini hanno, da sempre, il pregio – o il difetto? – di essere scalzate da altre, più nuove, più fresche e a passo coi tempi, come dire, semplicemente più performanti. E così fu per quella Città: trascorse non molto tempo che quella brutta storia, così come la Circolare Ministeriale stessa da cui tutto trasse origine, non fu altro che uno sbiadito ricordo, un capitolo mal scritto da uno scrittore alle prime armi – e anche un po’ scarso.
Ciò nonostante, c’è chi giura, ancora oggi, di aver assistito, in pub di Paesi Lontani, alle concitate discussioni dell’uomo con la felpa, imperturbabilmente distaccato, dell’uomo col cappello, smodatamente coinvolto, e dell’uomo con l’ombrello, cui spettava l’ingrato compito di fare da paciere e di riportare il focus sulla Circolare Ministeriale.

@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2026





