UTOPIA PER REALISTI: COME COSTRUIRE DAVVERO IL MONDO IDEALE
Utopia è una parola che non gode di buona salute. Generalmente non è altro che un termine per additare polemicamente un’idea (o una serie di idee) ritenuta troppo fantasiosa o bislacca per trovare effettivamente una realizzazione nel mondo. Eppure Rutger Bregman, giovane studioso olandese, incurante della pessima nomea di questo lemma ha deciso addirittura di includerlo nel titolo di quello che è al momento il suo libro più letto e apprezzato (tradotto in 16 lingue e pubblicato in più di 20 paesi). Aggiungendovi, peraltro, una puntualizzazione sorprendentemente ambiziosa: la sua utopia, infatti, è per realisti.
Per liberare il lettore da ogni preconcetto, sgomberando il campo da ogni fraintendimento circa la convivenza dei termini “utopia” e “realismo”, Bregman si serve, in apertura, di un argomento non poco pervasivo. Prima di passare alla trattazione del mondo come dovrebbe o potrebbe essere, si sofferma in maniera schietta sulla nostra quotidianità media. La nostra vita, pur travagliata da problemi sociali di non scarsa preponderanza, è nondimeno da considerarsi la più agiata che si sia mai vista negli ultimi secoli. Abbiamo, quasi ovunque, diritti civili, comodità tecnologiche, libertà di espressione, assistenza medica, una serie infinita di divertissements. Viviamo in un contesto di benessere che sarebbe stato impensabile anche solo un secolo fa, e che fa impallidire i sogni più sfrenati tratteggiati in alcune delle più celebri utopie del passato. Di fronte al nostro standard di vita, precisa Bregman, non c’è paese di cuccagna che tenga. Abbiamo di gran lunga superato le aspettative e i sogni dei nostri antenati. In ogni epoca, dunque, nascono e vengono proposti modelli utopici legati allo sviluppo umano; modelli che vengono prontamente criticati e indicati come irraggiungibili, salvo poi venire superati dalla portata stessa del reale. La lezione che se ne trae è presto detta: ciò che oggi può sembrare un miraggio strampalato potrebbe un domani diventare realtà. Oppure essere sopravanzato dalla realtà stessa.
Fatta questa premessa, il libro di Bregman si presenta come una critica serrata alla nostra società globale e ai rapporti socio-economici ad essa sottesi. Il fatto che, come si puntualizzava nell’incipit, le nostre condizioni di vita siano decisamente più favorevoli rispetto a quelle dei nostri predecessori non ci mette infatti al riparo da molte spinose contraddizioni del reale. Siamo la società che dispone dei mezzi materiali per garantire a chiunque una vita degna di essere vissuta, ma nonostante questo le nostre risorse sono distribuite in maniera così iniqua da creare enormi disuguaglianze sociali. Sia a livello globale (basti pensare a certe realtà terzomondiste) sia a livello locale (e qui fanno fede i dati relativi non solo agli individui che vivono sotto la soglia di povertà, ma anche quelli legati alla massa sempre più imponente di disoccupati e precari). A detta di Bregman, che qui si richiama a una nutrita schiera di illustri pensatori, ciò è dovuto a un paradigma oggi dominante che pone l’utile sopra ogni altro valore; un simile modo di pensare dovrebbe, stando alle parole del nostro autore, subire un netto capovolgimento strutturale:
Il vero progresso comincia con una cosa che nessuna economia della conoscenza può produrre: la consapevolezza di cosa significhi vivere degnamente. Dobbiamo fare quello che grandi pensatori come John Stuart Mill, Bertrand Russell e John Maynard Keynes invocavano già un secolo fa: “Porre i fini sopra i mezzi e preferire il buono all’utile”.
Si tratta d’una posizione che richiama in maniera nettissima (che Bregman ne sia conscio o meno) le posizioni morali di Kant, che formulando il suo imperativo categorico evidenziava con la stessa acutezza l’importanza della prevalenza dei fini sui mezzi. E il fine ultimo a cui Kant faceva riferimento è qualcosa di ben preciso: l’uomo.
Gli uomini, intesi come individui portatori di valori universali, di esseri dotati di facoltà, sogni, desideri e soprattutto bisogni, dovrebbero essere al centro di ogni progetto di ristrutturazione sociale. Questo è, in sintesi, il fulcro sistematico del lavoro di Bregman. Ed è partire da una più attenta considerazione antropologica dell’uomo che si diramano le tematiche e gli argomenti dell’autore, il quale muove da alcuni decisivi assunti in controtendenza con l’attuale senso comune. Laddove il valore dell’uomo, inteso come asset di produzione o risorsa, viene inscritto in tabulati numerici e misurazioni delle performances, le parole di Kevin Kelley, citato da Bregman, restituiscono un’immagine molto più consona dell’essere umano:
“La produttività va bene per i robot. Gli esseri umani eccellono invece nel perdere tempo, sperimentare, giocare, creare ed esplorare”.
Da qui in poi vengono presi in esame molti luoghi comuni, nonché principi considerati inattaccabili, del nostro attuale modus vivendi. Per amore di sintesi e per non guastare completamente la lettura a chi volesse esplorare questo libro ne indichiamo tre. Il primo è il dogma irrefutabile che si debba lavorare per vivere; secondariamente si insiste sulla (falsa) correlazione che intercorre tra (presunte) scarse capacità intellettuali e povertà; infine sul fatto che al giorno d’oggi la didattica orientata al problem solving sia il modo migliore di educare le nuove generazioni.
Analizzando queste petizioni di principio in maniera puntuale e accurata, Bregman le smonta pezzo per pezzo, dimostrando che pensare un’alternativa oggi è non solo possibile, ma addirittura necessario se davvero vogliamo incamminarci verso un progresso davvero degno di questo nome e che non corrisponda unicamente a un ampliamento dei nostri apparati tecnici e produttivi.
L’ultimo ma fondamentale accenno deve essere fatto al metodo che lo studioso utilizza per presentare e suffragare le sue proposte. Si potrebbe dire che il libro di Bregman si presenta come una matrioska. Superficialmente l’autore ci presenta i problemi, i falsi preconcetti che abbiamo e le possibili alternative; ma a puntellare questa architettura visibile, nel cuore della matrioska, sono presenti una quantità davvero fenomenale di casi pratici, esperimenti sociali sul campo e studi di psicologia applicata. Chi volesse andare al cuore delle argomentazioni del giovane olandese avrebbe un bel daffare, dovendo recuperare un vasto numero di articoli, saggi e reportage che costituiscono, accanto all’afflato idealistico e etico che certamente anima le parole vibranti di Bregman, un contraltare scientifico-oggettivo di ampia portata, necessario per rabbonire anche il più cinico e scettico dei lettori nonché, come da titolo, il più scaltrito dei realisti.

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@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2020





