L’INFERNO SONO GLI ALTRI: LO SGUARDO DELL’ALTRO SECONDO SARTRE
Pietrificante, reificante, alienante, l’Altro mi getta addosso il suo sguardo di Medusa, ed io impotente, inerme, immobile di fronte ad esso; il contatto con l’Altro fa irruzione nel mondo della soggettività, trauma paralizzante, persecuzione inarrestabile. Lo sguardo dell’Altro cristallizza e cosifica, è ovunque, è dappertutto, non si scappa.
In una stanza dove non c’è luce e non c’è buio, non c’è sonno e non c’è veglia, senza specchi né finestre, ad aspettare una tortura che non avverrà mai, credendo chiusa una porta che rimarrà sempre aperta, Ines, Estella e Garcin – nell’opera teatrale A porte chiuse di Jean-Paul Sartre – scoprono l’inferno dell’alterità, l’uno carnefice dell’altro, presenza inquietante e sovrabbondante, che non prevede sosta né evasione, «niente palpebre, niente sonno, è un tutt’uno», dice Garcin. Se in altre opere teatrali – come Le mosche – la libertà sembrava un fatto indipendente e antecedente la presenza dell’Altro, anarchia quasi solipsistica, ora – in A porte chiuse – essa trova di fronte a sé una barriera inaggirabile: la presenza di un’altra libertà, che minaccia, col suo sguardo di Medusa, di renderla oggetto, di pietrificarla ed immobilizzarla, scena di sapore hegeliano, dialettica servo-padrone di una Fenomenologia dello spirito filtrata attraverso la lezione di Kojève.
Ma caliamoci ora nel dramma, e immaginiamo veramente di trovarci in una stanza asfittica, senza finestre e senza specchi, circondati da altri che, con il loro sguardo, ci vedono alla maniera in cui noi non potremo mai vederci: per gli altri siamo-quella-persona, con quelle caratteristiche, fisiche, comportamentali, morali, con quella storia, quella vita, fissata e cristallizzata, che dall’interno, invece, si avverte come mai pienamente coincidente a sé, sempre mutevole e inafferrabile, sempre sfuggente a un’essenza determinata. Lasciamo che ci spieghi Sartre, con le parole che usa nella sezione dedicata alle relazioni concrete con gli altri contenuta ne L’essere e il nulla:
Io sono posseduto dall’altro; lo sguardo d’altri forma il mio corpo nella sua nudità, lo fa nascere, lo scolpisce, lo produce, come è, lo vede come io non lo vedrò mai. L’altro possiede un segreto: il segreto di ciò che io sono. […] Così il senso profondo del mio essere è fuori di me, imprigionato in un’assenza; altri è in vantaggio su di me.
[J.P. Sartre, L’essere e il nulla, trad. di G. Del Bo, Il Saggiatore, Milano 1964]
L’esistenza d’altri è, in primo luogo, alienante, poiché l’Altro, col suo sguardo terribilmente solidificante, è il fondamento dell’essere del soggetto, lo blocca, lo reifica, lo cosifica in una realtà oggettuale che il soggetto non potrà mai interamente vedere. Lo sguardo dell’Altro proviene dal di fuori, da un esterno che il soggetto non potrà mai raggiungere, cristallizza inevitabilmente in un’essenza che, dal di dentro, non si può afferrare, e di cui non ci si può mai pienamente appropriare. Da qui l’inferno dell’alterità, e da qui anche il desiderio di vedersi come l’Altro vede, dall’esterno, in un fallimentare tentativo di riappropriarsi di quell’essere che l’Altro ha sottratto, evidente nell’ossessione disperata che Estella ha per l’oggetto specchio.
Estella: Signore, ha per caso uno specchio? […] quando non mi vedo ho un bel tastarmi, mi domando se ci sono ancora. […]. Ho sei specchiere grandi in camera mia. […] quando conversavo, mi disponevo in modo da potermi vedere in una di quelle. Parlavo, mi vedevo parlare. Mi vedevo come gli altri mi vedevano, questo mi teneva sveglia […]. Insomma, non potrò mica stare senza specchio per tutta l’eternità.
[J.P. Sartre, Porta chiusa, trad. di G. Lanza e M. Bontempelli, Bompiani, Milano 2013]
Circondata dall’Altro, Estella cerca disperatamente uno specchio, per vedersi come gli altri la vedono, per capire chi ella sia per l’Altro, come sia, cosa sia. Vorrebbe liberarsi dal suo per-altri e riappropriarsi di se stessa, ma non può farlo, perché con l’Altro è costretta a convivere, senza tregua e senza possibilità di fuga: finché c’è l’Altro, non sarà padrona di se stessa, ma, in assenza dell’Altro, il suo essere crolla. Ed ecco che emerge la situazione: paradosso, assurdità, la situazione è scacco, «è una trappola da sorci. Muri da ogni parte», dice Sartre medesimo. E quando Garcin, nel rendersi conto che la porta che credevano chiusa è sempre stata aperta, pronuncia la celeberrima frase «L’enfer, c’est les autres».
L’inferno sono gli altri non vuole esprimere una denuncia individualistica dell’alterità in quanto tale, non vuole, cioè, dire che, escludendo l’Altro dal proprio mondo, il problema sarebbe facilmente risolvibile, e l’inferno cesserebbe di esistere, ma intende, al contrario, constatare l’impossibilità di un’esistenza che escluda l’Altro. In altri termini, l’enfer, c’est les autres, perché dall’alterità non si può uscire, perché ci si rende conto che l’Altro detiene il segreto del proprio essere e, nel contempo, che senza l’Altro questo essere non sarebbe possibile.
Così l’Altro è guardato con invidia: ladro, usurpatore, rapinatore, ma ladro di un essere che, in assenza del furto, neanche esisterebbe, perché in fondo la conoscenza che si ha di sé passa sempre, e necessariamente, attraverso la mediazione degli altri in quanto – sottolinea Sartre – «gli altri sono, in fondo, ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi», come a dire, insomma, che non vi è io possibile all’infuori del rapporto con l’Altro, non vi è desiderio di vita possibile al di fuori dell’Altro, perché il desiderio è sempre – lacanianamente – desiderio dell’Altro, di essere desiderati, apprezzati, riconosciuti, amati dall’Altro, per fare in modo che quello sguardo gettatoci addosso, che inizialmente sembrava terrificante, sia in realtà ciò che doti di senso la nostra vita, e che la parola dell’Altro risponda al grido disperato, stremato, massacrato dell’uomo gettato nel mondo, perché, se è vero che l’inferno sono gli altri, è altrettanto vero che, se dall’inferno ci si può salvare, tale salvezza non è possibile che attraverso gli altri e, finalmente, negli altri.
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Emilia Bezzo si è recentemente diplomata presso il Liceo Classico Vittorio Alfieri di Asti. Unanime è stata la decisione dei professori della commisione di inviare una menzione ufficiale al Ministero dell’Istruzione. Per leggere la lettera del Prof. Alfredo Poli clicca qui
@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER feat. PATRICIA MCBEAL, 2020






[…] conoscenza di noi stessi”. Da questa prospettiva, come spiega Emilia Bezzo nell’articolo L’inferno sono gli altri secondo Sartre (Arena Philosophika), non può esistere un io al di là del rapporto con l’Altro, e non sussiste […]