CARNAP E L’ANALISI LOGICA DEL LINGUAGGIO
La pubblicazione dell’articolo Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio da parte del filosofo tedesco Rudolf Carnap (1891-1970) viene spesso indicata come momento di massima distanza tra la filosofia di tradizione analitica e quella continentale. Pubblicato nel 1932 sulla rivista Erkenntnis fondata da Hans Reichenbach e da Carnap stesso, l’articolo prendeva di mira tutta una tradizione filosofica ancora molto presente nell’Europa di quel periodo. In modo particolare venivano utilizzati, con tono molto polemico, alcuni brani tratti dallo scritto Che cosa è Metafisica? (1929) del filosofo Martin Heidegger per illustrare quella che era la posizione assunta da Carnap nei confronti della metafisica speculativa e più in generale dell’intera filosofia e del ruolo che questa avrebbe dovuto svolgere.
Oggi la filosofia di orientamento analitico ha per lo più abbandonato alcune delle posizioni più radicali espresse da Carnap in questo scritto programmatico. Basti notare che su philpapers.org sono presenti oltre 48000 articoli nella categoria “Metafisica”, la stragrande maggioranza dei quali pubblicati negli ultimi decenni. Ma, sebbene la distanza tra le due tradizioni sia oggi significativamente diminuita (arrivando addirittura ad alcuni punti di contatto, come nel neopragmatismo americano di filosofi come Richard Rorty ed Hilary Putnam), un elemento importante dei punti sollevati da Carnap è rimasto essenziale nella filosofia contemporanea analitica (e non solo): l’analisi logica del linguaggio come metodo di indagine filosofica.
Una delle applicazioni più importanti di questo metodo analitico, afferma Carnap, consiste nell’individuare tutte quelle “pseudoproposizioni” che si annidano negli scritti di metafisica speculativa, etica ed estetica. È proprio in questo che il suo progetto antimetafisico si contraddistingue da quelli dello scetticismo antico e moderno. Il più noto degli scettici empiristi della tradizione, David Hume, affermava:
Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco perché non contiene che sofisticherie e inganni.
Ricerca sull’intelletto umano (1748)
Rudolf Carnap ed altri neopositivisti sposavano in pieno questa concezione (motivo per il quale si parla anche di “neoempirismo”), ma quello che ad Hume mancava era il metodo: la logica formale sviluppatasi a cavallo tra 1800 e 1900. Ad esempio, quelli che Hume chiamava “ragionamenti astratti sulla quantità o sui numeri” vengono ora individuati da Carnap e dai neopositivisti come “proposizioni vere in virtù della sola forma”, dove forma va qui inteso come “forma logica”, rappresentabile con il linguaggio formale della logica matematica. Kant parlava in questo caso di “giudizi analitici”, mentre Wittgenstein (una delle principali fonti di ispirazione dei neopositivisti) di “tautologie”. Carnap (come del resto lo stesso Hume) faceva ricadere le proposizioni della logica e della matematica in questa categoria. La proposizione “2 + 2 = 4” è vera, ma lo è esclusivamente per via della sua forma logica, non a seguito di osservazioni empiriche. Possono esserci anche proposizioni matematiche del tipo “2 + 2 = 5”, ossia contraddizioni, che Carnap considerava false. I “ragionamenti sperimentali su questioni di fatto e di esistenza” di cui parla Hume, invece, sono le proposizioni empiriche (o sintetiche, come le definiva Kant) espresse dalle scienze sperimentali. Queste proposizioni possono essere vere o false, in virtù stavolta di considerazioni empiriche. Ora, proposizioni analitiche ed empiriche, per Carnap come per Hume, esauriscono tutte le specie possibili di proposizioni scientifiche che siano dotate di senso. Qualunque proposizione assertiva/descrittiva che non ricada in una di queste due categorie, dunque, non è semplicemente falsa: è insensata. La falsità si può predicare soltanto di quelle proposizioni che contengono una contraddizione logica (come “Tizio è più grande di Caio e Caio è più grande di Tizio”), oppure di quelle proposizioni empiriche smentite da fatti e stati di cose empiricamente osservabili (ad esempio “Le balene hanno le branchie”).
Ma quali possono essere, per Carnap, degli esempi di proposizioni assertive che non siano né analitiche né empiriche? Quelle della metafisica speculativa. La proposizione “Dio esiste”, per esempio, non è semplicemente falsa, se per “Dio” s’intende il dio trascendente delle religioni monoteiste. Sulla sua verità o falsità non ci si può esprimere, in quanto nessuna esperienza possibile potrà mai permettermi di verificarla. Non è anzi nemmeno chiaro sotto quali condizioni essa possa essere vera o falsa, ossia quali proposizioni protocollari (quelle che esprimono fatti “atomici” dell’esperienza) devono risultare vere affinché “Dio esiste” sia una proposizione vera. Queste possono, in linea teorica, essere elencate nel caso della proposizione “Le balene hanno le branchie”. Analizzando infatti i concetti che esprimono le parole “balena” e “branchie”, mi è possibile dire di quali fatti devo fare esperienza sensibile per potermi esprimere sulla verità o falsità di questa proposizione. E sarebbe possibile persino farlo con “Dio esiste”, se per “Dio” si intendesse il dio immanente Zeus che vive sulla cima del Monte Olimpo. In questo caso Carnap direbbe che si tratta di una proposizione empirica dotata di senso, dal momento che può essere ben definito il metodo per la sua verifica: raggiungere la cima del Monte Olimpo ed osservare se vi è presente un oggetto X la cui descrizione corrisponda alla descrizione empirica che si può fornire del dio Zeus. Se una proposizione non mi permette di fare questo, se non mi permette di definire le procedure che possono conferirle un valore di verità, allora quella proposizione non è né vera né falsa. In quanto tale non può nemmeno essere definita una proposizione (affermativa su stati di cose o su verità logico-matematiche).
Dunque per Carnap la metafisica speculativa non è un insieme di favole. Non sono quei “sogni di un visionario” di cui parlava il Kant pre-critico. È, piuttosto, un insieme di proposizioni né vere né false, né logico-matematiche, né empiriche, ma semplicemente insensate. Oltre a tutte le proposizioni in cui compare la parola “Dio” inteso come trascendente, Carnap vi fa rientrare anche tutte quelle proposizioni che contengono parole come: “Essere”, “Non Essere”, “Principio” (metafisico), “Idea”, “Assoluto”, “Incondizionato”, “Infinito”, “cosa in sé”, “emanazione”, “Io” e “non-Io”. La lista può proseguire, ed appare chiara la radicalità delle posizioni di Carnap: con questo giudizio vengono automaticamente bollati come insensati gli scritti di Platone, Aristotele, Plotino, Spinoza, Kant, Fichte, Hegel e tanti altri. Gran parte delle proposizioni di questi autori non possono nemmeno essere definite proposizioni più di quanto possano essere dette tali successioni di parole come: “Cesare è e verso fuggire verde”.
Ma come si spiega che frasi come quest’ultima vengono generalmente riconosciute subito come insensate da chiunque conosca le basi della grammatica italiana, mentre non accade lo stesso con gli scritti degli autori su citati, che anzi erano e restano oggetto di studio ed esegesi da parte di filosofi ed intellettuali? La risposta di Carnap è che in realtà le frasi scritte da metafisici e teologi rispettano la sintassi della lingua in cui vengono scritti. Non sono quindi degli errori di grammatica a rendere insensata questa o quest’altra frase scritta da un filosofo aristotelico, la quale si presenta in apparenza come una genuina proposizione assertiva con un suo valore di verità (vero o falso che sia). Per via di questa apparente (e soltanto apparente) forma proposizionale in grado di trarre in inganno il lettore, queste frasi vengono definite da Carnap “pseudoproposizioni”.
Una pseudoproposizione può essere tale perché contiene una parola il cui concetto non è riducibile a proposizioni protocollari (di cui, come Carnap fa notare, il lessico metafisico-teologico abbonda), oppure perché viene espressa in una forma che, pur essendo permessa dalle regole sintattiche del linguaggio utilizzato, non è corretta da un punto di vista logico. Un esempio di ciò sono quelli che il filosofo britannico Gilbert Ryle chiamerà errori categoriali. La proposizione “Cesare è un numero primo” è ineccepibile dal punto di vista grammaticale. Si tratta insomma di una frase ben formata in italiano, e quindi apparentemente munita di senso, benché ovviamente falsa. Carnap però fa notare che l’essere o non essere un numero primo è una proprietà dei numeri, non delle persone. La lingua italiana distingue tra sostantivi, verbi, aggettivi ed altre forme lessicali, ma non distingue la forma lessicale dei sostantivi in ulteriori sottocategorie, come per esempio persone, numeri, proprietà e così via. Questo fa si che all’interno della frase “x è un numero primo” sia possibile sostituire alla x un qualsiasi sostantivo, ed ottenere una frase italiana dalla forma grammaticale corretta. Nell’italiano (e così in pressoché tutti gli altri linguaggi naturali), forma grammaticale e forma logica non coincidono. Questo è, a detta di Carnap, ciò che trasforma il linguaggio naturale in una trappola letale per i filosofi: esso permette la costruzione di una lista infinita di pseudoproposizioni, corrette da un punto di vista grammaticale, insensate dal punto di vista logico. Per illustrare meglio questo punto, Carnap riporta i famigerati brani tratti dal testo “Che cosa è Metafisica?” di Martin Heidegger, tra cui:
“Dove cerchiamo il Nulla?” […]
“Dove troviamo il Nulla?” […]
“Noi conosciamo il Nulla.” […]
“Come sta la cosa con il Nulla?” […]
“Il Nulla nulleggia.”
Quelle qui riportate vengono considerate pseudoproposizioni da Carnap, in quanto pur non contenendo errori grammaticali, non superano la prova implacabile dell’analisi logica. Il loro problema principale consiste nel trattare la parola “nulla” come un sostantivo nell’illusione che, così facendo, la sua funzione logica possa essere analoga a quella di altri sostantivi come “pioggia”. Se espressioni come “cercare la pioggia”, “trovare la pioggia”, “conoscere la pioggia” e “la pioggia piove” sono proposizioni ineccepibili sia dal punto di vista logico che grammaticale, quelle espresse da Heidegger approfittano delle ambiguità lessicali del tedesco (e dell’italiano) e non possono nemmeno essere costruite con il linguaggio della logica matematica, essendo totalmente prive di senso logico. Infatti, mentre una proposizione come “Fuori non c’è nulla” può essere resa logicamente come:
∼(∃x).Fu(x) (vale a dire: “Non esiste, non è presente qualcosa che sia fuori”)
in (pseudo)proposizioni come quelle heideggeriane si tenta di utilizzare il significato della parola “nulla” in modo differente da quello ordinario. Nulla di male, afferma Carnap, se questo venisse specificato fin dall’inizio dall’autore. Ma, continua, ciò non viene fatto, e ci sono anzi motivi di credere che Heidegger oscilli in modo quasi impercettibile tra diverse possibili categorie lessicali della parola “nulla”, usandola ora come sostantivo, ora come avverbio, ora come pronome.
Indipendentemente da se e quanto fossero appropriate queste critiche allo scritto di Heidegger, Carnap mostra in che modo il filosofo può armarsi di questi strumenti analitici per smascherare le pseudoproposizioni che si annidano non solo nella metafisica, ma anche nell’etica e nell’estetica normative, ossia quelle che concepiscono proposizioni come “Rubare è sbagliato” e “Caio è bello” come proposizioni fattuali.
Ma se la metafisica deve essere superata mediante l’analisi logica del linguaggio, come recita il titolo dell’articolo, che cosa fare della millenaria eredità dei filosofi che si sono occupati di metafisica e di filosofia dei valori normativa? Bisognerebbe seguire il consiglio di Hume e gettare tutto nel fuoco? No, su questo Carnap fu più clemente e più suggestivo. Negava che queste opere potessero avere valore teoretico, ma le considerava come espressive di sentimenti ed atteggiamenti dei loro autori nei confronti della vita (Lebenseinstellung, Lebensgefühl).
Il fatto che un’espressione non contenga un significato cognitivo non vuol dire infatti che non possa esprimere emozioni ed esortazioni. Il valore di un sistema monista come quello di Spinoza andrà individuato, quindi, non nel suo valore teoretico, ma in quello estetico: il sentimento armonioso della vita espresso da Spinoza. Il sentimento eroico-drammatico espresso da un sistema dualista. Tuttavia, conclude maliziosamente Carnap:
Forse, la musica è il più puro mezzo espressivo del sentimento della vita, poiché sa affrancarsi nel modo più radicale da ogni riferimento oggettivo. Il sentimento armonioso della vita […] si rivela con maggior chiarezza nella musica di Mozart. E quando il metafisico rappresenta il suo sentimento della vita di tipo eroico-drammatico […], non può darsi che lo faccia solo perché gli manca la capacità di un Beethoven di esprimere questo sentimento con mezzi adeguati? I metafisici non sono che dei musicisti senza capacità musicale.
Rudolf Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio (1932), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, pp. 504-505.

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