COME RIDURRE A SISTEMA PLATONE E (IN PARTE) ANCHE IL CRISTIANESIMO – PARTE II
[prosegue]
Dal punto di vista razionale l’ipotesi eternità-immobile, lungi dall’essere trascurabile e inverosimile, non è sostenuta solo dalle relazioni geometrico-matematiche note a Platone: negli ultimi cento anni si è aggiunta una mole di prove indiziarie in altri ambiti di ricerca, dalla psicanalisi[13] alla meccanica quantistica[14]. L’idea che sia un fondamento cosmico accomuna, infatti, Platone a molti ricercatori, anche della nostra epoca, tra i quali l’autore di questo articolo e (con presupposti, varianti e conclusioni diverse) i filosofi Emanuele Severino e Bradford Skow, nonché il fisico Julian Barbour che, in omaggio a Platone, l’ha ribattezzata Platonia[15]. Nella storia di tutto il pensiero occidentale non vi è, infatti, paradigma filosofico altrettanto apicale, discusso e, senza dubbio, intrinsecamente cristiano, visto che, i testi fondativi del cristianesimo, attribuiscono, come fece Platone, l’Eternità-immobile a Dio[16]. Da qui la necessità di analizzare tutte le implicazioni e le conseguenze di Timeo 37D relative al rapporto tra il tempo e quell’ipotetica dimensione che è la simultaneità-eterno-temporale.
Al principio dell’infinita catena di deduzioni che, a rigor di logica, scaturiscono da tale rapporto, vi è una vasta porzione teoretica della t.e.a. concernente la retrocausalità. Oltre ad essere fortemente anti-intuitiva e condurre alle stesse assiomatiche conclusioni dell’alta teologia trinitaria cristiana, tale rete di deduzioni ruota (nella sua parte apicale) intorno a un concetto, la vaticinazione, che – tanto ieri quanto oggi – può originare fraintendimenti. Se da un lato, infatti, Platone associava al divino la facoltà di vaticinare, dall’altro, in riferimento alla voce vaticinante di Socrate, la riteneva essere comunemente oggetto di derisione e disprezzo fin dal suo primo dialogo, l’Eutifrone[17]. Del resto che il vertice del suo pensiero fosse facile da fraintendere e dileggiare trova conferma nelle testimonianze più antiche[18], in primis di Platone stesso, in riferimento alle sue Dottrine non-scritte[19]. Di «tali verità» risibili e fraintendibili, Platone si sentì, quindi, obbligato a scrivere in maniera criptica e vaga, tanto da poter essere inteso unicamente dai lettori che ne fossero già a conoscenza: Roberto Radice, ci ricorda che «è questo il metodo costantemente seguito da Platone: disseminare qua e là nei punti chiave allusioni che i “pochi capaci” – cioè i discepoli istruiti sulle “cose di maggior valore” – avrebbero saputo interpretare nel modo giusto, mentre ai profani sarebbero passati del tutto inosservati»[20].
In questo quadro, trovano una nuova intelligibilità i fenomeni tradizionalmente problematici come ad esempio l’infallibilità difensiva del dàimon-vaticinante di Socrate e dei due divini latori del dono profetico: da un lato l’Amore cosmico descritto da Platone, dall’altro la Terza Persona dell’Uno-Trino la quale, oltre ad avere un rapporto speciale con l’idea stessa di Amore, è detto anche (e non certo a caso!) “il Difensore”[21]. Essi non sono più interpretati come elementi contingenti, eccezionali o esclusivamente afferenti alla Fede, ma come consecutio logiche della partecipazione alla simultaneità-eterno-temporale nella quale è già presente il futuro e con esso l’abilità tanto difensiva, quanto intuitiva, di evitare gli errori, senza la necessità di conoscerli, vaticinando unicamente le soluzioni. In altre parole l’infallibilità è una logica consecutio della simultaneita-dei-tre-tempi.
Il volume non intende sovrapporre una lettura teologica a Platone, né ridurre il dogma cristiano a costruzione filosofica. Piuttosto, esso sviluppa le implicazioni interne della nozione di eternità-immobile e mostra che, se coerentemente seguite, conducono a una struttura che rende reciprocamente intelligibili la metafisica platonica e la teologia trinitaria. A titolo esemplificativo si riporta in estrema sintesi qui di seguito l’interpretazione del secondo Principio Supremo afferente alle cosiddette Dottrine non scritte di Platone:
LA “DIADE INDEFINITA” DETTA ANCHE “GRANDE-PICCOLO” SECONDO IL PARADIGMA DELLA T.E.A.
Il presente, non è semplicemente quello che sembra, ovvero un fuggevole quanto infinitesimale punto di passaggio tra il passato-che-non-è-più e il futuro-che-non-è-ancora: “È/è” una struttura duale dove l’eterno e immobile “È” può tradursi in esperienza temporale, relativa e fugace definibile con la minuscola “è”. Questa bipolarità del P/presente È/è coincidente con la propria attività mediatrice che rende reciprocamente condizionanti entrambi i suoi poli: quello superiore “È” caratterizzato dalla simultaneità-eterno-temporale in cui prevale il Principio coesivo dell’Uno perché, attraverso la simultaneità, l’Uno compatta i tre tempi in un Unico e Grande “È” senza inizio (α), né fine (ω); l’altro polo del P/presente, invece, è di natura inferiore-e-subordinata ed è caratterizzato dalla dimensione del divenire; trattasi di una dimensione in cui prevale il Principio divisivo della Diade che, sinergicamente con l’Uno, realizza la manifestazione “è” di ordine temporale-fugace.
Il Principio Diadico caratterizzante il P/presente È/è “indefinito” in quanto sede di una molteplicità di Diadi alla base della molteplicità, del bipolarismo e della fugacità di ogni istante in cui l’inizio (α) e la fine (ω) risultano coincidenti: la Diade “Inizio/Fine” (α/ω) è responsabile della durata infinitesimale di ogni singolo istante e, oltre a caratterizzare il polo “Piccolo” (“è”) della Diade “Grande/Piccolo” (“È/è”) [22], introduce la fugacità cronologica e, per mezzo di essa, la differenziazione ontologica e fisica della realtà. Il tempo appare quindi come articolazione di una struttura che È/è insieme sia unitaria-e-differenziata, sia immobile-e-mobile.
[14] La simultaneità nella correlazione quantistica è un fenomeno reale e viene puntualmente verificato dai fisici. A questo riguardo Bohr affermò: «Anche se due fotoni si trovassero su due diverse galassie continuerebbero pur sempre a rimanere un unico ente, e l’azione compiuta su uno di essi avrebbe simultaneamente effetti anche sull’altro». Nell’entanglement quantistico ogni volta che si modifica, ad esempio, di 45 gradi, lo spin di un fotone, anche l’altro o gli altri fotoni ad esso correlati modificano il proprio spin, simultaneamente, di 45 gradi, nonostante siano stati lasciati indisturbati e liberi di allontanarsi a notevoli distanze dal primo. È come se le dimensioni più microscopiche dell’universo costituissero una Unità indivisibile e indipendente dallo spazio e dal tempo.
In quel microcosmo affondano le radici dell’intera materia del cosmo e quindi anche degli atomi di cui sono fatti i nostri cervelli: anche la biologia accumula sempre più informazioni su come le correlazioni quantistiche attivino determinate reazioni chimiche nelle cellule celebrali: per esempio, lo studio di Henrik Mouritsen sui pettirossi europei e la loro capacità di migrare seguendo il campo magnetico in base alle correlazioni quantistiche. Tali sistematiche simultaneità contraddicono la teoria della relatività secondo la quale nulla può superare la velocità della luce. Non stupisce che Einstein, agli albori della meccanica quantistica, la considerò “senza senso” e che “più la teoria dei quanti ha successo, più sembra una sciocchezza”. Eppure, nel corso degli anni, non solo Einstein dovette ammettere a malincuore l’inefficacia della propria teoria se applicata alle dimensioni subatomiche, ma addirittura si ritrovò a contribuire lui stesso con magistrale metodo scientifico all’affermarsi dell’ipotesi alla quale inizialmente si era opposto. Così, il 4 dicembre 1926 scrisse in una lettera a Max Born: «La meccanica quantistica è degna di ogni rispetto».
[15] Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, 1966; Bradford Skow, Becoming objective, 2015; Julian Barbour, La fine del tempo, 2003.
[16] E.g. Sant’Agostino Confessioni II, 36 – 41; XI, 13, 15; De Trinitate, VI, 10; IV, 21; VIII, 1.
[17] «Capisco, o Socrate. È per il fatto che tu affermi che, in ogni occasione, ti si fa sentire quel segno divino [il quale è in altri dialoghi di Platone definito “vaticinante”]. E dunque [Meleto di Pitto, l’accusatore] ha intentato contro di te questo processo, ritenendo che tu introduca novità nelle cose divine […]. Anche a me, in effetti, quando nell’assemblea faccio qualche affermazione sulle cose divine e vaticino alla folla il futuro, mi deridono come se fossi pazzo. Eppure, delle cose che ho vaticinato, neppure una è risultata non vera; ma essi hanno invidia di tutti quelli come noi». Platone, Eutifrone, 3B–C.
[18] «Come Aristotele soleva sempre raccontare, questa era l’impressione che riportava la maggior parte di coloro che ascoltarono la conferenza di Platone intorno al Bene. Infatti, ciascuno vi era andato, pensando di poter apprendere uno di questi che sono considerati beni umani, come la ricchezza, la salute e la forza e, in generale, una meravigliosa felicità. Ma quando risultò che i discorsi vertevano su cose matematiche, numeri, geometria e astronomia, e da ultimo si sosteneva che vi è il Bene, un Uno, io credo che questo sia sembrato qualcosa del tutto paradossale; di conseguenza, alcuni disprezzarono la cosa, altri la biasimarono» Aristosseno, Elementi di armonia, II 39 – 40 Da Rios.
[19] Parlando proprio di esse ai versi 341A–342A della Lettera VII (la cui attribuzione a Platone non è stata mai messa in dubbio) il filosofo scrisse: «Su queste cose non c’è un mio scritto, né ci sarà mai. In effetti, la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze […] non credo che quel che passa per una trattazione, a riguardo di questi argomenti, sia un beneficio per gli uomini, se non per quei pochi i quali da soli sono capaci di trovare il vero con poche indicazioni date loro, mentre gli altri si riempirebbero, alcuni di un ingiusto disprezzo, per nulla conveniente, altri, invece, di una superba e vuota presunzione, convinti di aver imparato cose magnifiche».
[20] Nota 53 della Lettera VII di Platone, tratta dall’edizione Bompiani di “Platone, tutti gli scritti” a cura di Giovanni Reale, p. 1841. Secondo il paradigma ermeneutico della scuola di Tubinga, i dialoghi di Platone – pur essendoci pervenuti tutti – non contengono la totalità dei suoi insegnamenti, ma solo quelle dottrine più intuitive che, una volta scritte, non rischiavano troppo di venire fraintese dai lettori. Ampia e documentata giustificazione di questa tesi si trova in Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone…, Bompiani, decima ediz. (1991).
[21] Sull’attribuzione dello status di Difensore allo Spirito Santo si rimanda a Gv 14,15-17; De Trinitate I, 8.18.
[22] Solo il polo “Grande” della Diade Grande-piccolo È direttamente connesso al Principio Unificante dell’Uno e quindi tende ad unificare; viceversa, essendo più distante dall’Uno, il polo “piccolo” è il fattore ontologicamente più “Divisivo” e “Moltiplicante” che esista; in primo luogo la sua infinitesimale fugacità α–ω è alla base di ogni cronologia tripartendo l’Unità dell’Essere in principio/mezzo/fine e precedente/corrente/successivo. Poiché Platone riteneva entrambi i Principi primi e supremi reciprocamente condizionanti a partire proprio dalla sfera divina, si comprende perché scrisse sia che «di certo è stato dimostrato che l’uno ha delle parti, un inizio, un mezzo e una fine» (Timeo, 153C), sia che «Dio, per il fatto di essere padrone del principio, del mezzo e della fine di tutti gli esseri, dovunque aggirandosi ineluttabilmente, li porta a compimento secondo la loro natura» (Leggi, IV 716A).
@ILLUS. by DANIELE PICCIONI, GIFFED by ARENA PHILOSOPHIKA, 2023




