L’IMMAGINE ALL’EPOCA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Estratto di Alessandra Scotti, Etica del visibile. Dalla fotografia all’IA generativa, Orthotes, Napoli-Salerno 2025.
«Idein, eidos, idea: tutta la storia, tutta la semantica dell’idea europea, nella sua genealogia greca, lo si sa, lo si vede, assegna il vedere al sapere». Così scrive Derrida in Memorie di cieco, ricordando un fatto talmente noto, talmente sedimentato nel canone dello sguardo occidentale, da restare prevalentemente taciuto. Lungo questo testo proveremo non solo a interrogare questo nesso, ma anche ad articolare una proposta etica che vede nell’immagine la posta in gioco etica e politica della contemporaneità. L’etica del visibile è una questione interdisciplinare: è necessario far ricorso a un armamentario concettuale complesso e variegato, che spazia dalle categorie dell’arte alla semiotica, dalla fenomenologia all’antropologia, nella speranza di poter innescare un dialogo virtuoso fra esse; d’altronde, il richiamo a codici diversi è la conditio senza la quale qualcosa come un’etica del visibile non può darsi. Quando si ha a che fare con l’immagine, occorre dunque abdicare a ogni impulso da tassonomista perché l’oggetto visuale è eminentemente fluido.
L’esplosione del fenomeno “intelligenza artificiale”, in particolare dopo il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI a fine novembre 2022 – il modello di chat-bot basato su reti neurali avanzate in grado di elaborare e generare testi e immagini “creative” sulla base di semplici prompt linguistici da parte di chi l’utilizza – ha fatto sì che emergessero nuove e importanti sfide etiche e sociali legate alla questione dell’immagine. Un’interfaccia semplice e intuitiva, la possibilità di interagire con il sistema tramite il linguaggio naturale, e, non da ultimo, l’opportunità di creare testi o immagini apparentemente ex-nihilo o di delegare a esso funzioni che sembrano ormai desuete per un’intelligenza umana, come quella riassuntiva o traduttiva, sono alcune delle ragioni del boom dell’utilizzo.Rispetto alla creazione di immagini, piattaforme come Dall-e 3, Stable diffusion o Midjourney consentono la generazione di immagini in brevissimo tempo sulla base di consegne linguistiche [TTI, secondo il modello text-to-images] che l’intelligenza rielabora più o meno fedelmente, al netto delle allucinazioni, realizzando immagini che in pochi anni hanno già definito un preciso canone estetico.
Occorre tuttavia fare una premessa terminologica: quando usiamo l’espressione “immagini delle intelligenze artificiali”, da un lato occorre volgere la riflessione alle immagini prodotte per mezzo d’IA generativa, dall’altro portare l’attenzione sul repertorio di immagini utilizzate per rappresentare la categoria “ombrello” d’IA, nella consapevolezza che tali rappresentazioni sono spesso generate dall’IA stessa, rinforzando dunque un circolo vizioso in cui all’IA è affidato anche il compito di autoimmaginarsi. Si tratta, in entrambi i casi, di far fronte a una lacuna nella letteratura critica sull’IA. Nonostante il dibattito etico sulle IA sia vastissimo e per sua natura interdisciplinare – coinvolge infatti filosofi del diritto, bioeticisti, neuroscienziati, pedagogisti e filosofi “puri” – e nonostante i compiti richiesti a un eticista dell’IA siano spesso molti e irrealistici, il dibattito scientifico attorno alla questione delle immagini delle IA è ancora in uno stadio iniziale, lungi dall’essere formalizzato. Domandarsi la ragione di questo vuoto significa già in qualche modo porre a tema alcune questioni riguardanti la filosofia dell’immagine nell’era contemporanea, dalla scrittura di luce alla scrittura di prompt.
Quali immagini adottiamo per riferirci al complesso mondo dell’IA? È sufficiente una semplice ricerca su Google Image per farsi un’idea del repertorio solitamente utilizzato per rappresentare l’IA. Da una prima brevissima panoramica di queste immagini, dal loro carattere marcatamente stereotipato, emergono già una serie di tratti comuni e di questioni teoriche connesse:
1) immagini antropomorfe: in prima istanza, possiamo notare che si tratta quasi sempre di immagini antropomorfiche: le immagini dell’IA così diffusamente antropomorfizzate sono probabilmente il tentativo più o meno goffo di appropriarcene intellettualmente attribuendo loro connotati umani. In fondo, antropomorfizziamo tutto quello cui attribuiamo intelligenza (macchine, dèi, alieni etc.). Prendiamo un esempio concreto che possa rendere ragione dell’assunto teorico: la sezione topic del sito del Parlamento Europeo, dedica un intero articolo a commento dell’EU AI Act come la prima, fondamentale regolazione legislativa sull’intelligenza artificiale. L’immagine[1] scelta per corredare l’articolo è stata appunto generata dall’IA, s’intitola Limitless Visions ed è tratta da Adobe Stock. In essa possiamo osservare due uomini posti l’uno di fronte all’altro, di profilo, su uno sfondo blu sul quale sono proiettate delle righe sfocate di codice sorgente. L’uomo che si trova a sinistra dell’immagine – che rappresenterebbe l’intelligenza artificiale – è in tutto e per tutto simile all’uomo sulla destra, indossa una camicia – proprio come il suo analogo umano – ed è ritratto con la mano aperta, che nel linguaggio gestuale rinvia a un segnale di disponibilità, lealtà ed autenticità. L’intelligenza artificiale è del tutto analoga alla sua versione umana: se non per il volto che è trasparente, disegnato dai contorni di luminose reti neurali.
Una conseguenza del processo sotteso a quest’esempio è che le immagini umanizzate riflettono le storture, i pregiudizi e le abitudini culturali che infarciscono la nostra società. Diversi studi sottolineano un dato: più le immagini che utilizziamo per rappresentare le IA sono umanizzate, più saranno cariche di stereotipi di genere. Ad esempio, un’IA infermiera è spesso rappresentata col genere femminile. Si prenda quest’immagine[2], tratta da uno dei più estesi database di immagini, trovata digitando come chiave di ricerca la parola “nurse” – che in inglese non ha connotazione di genere – e selezionando come filtro “contenuto generato dall’IA”. La descrizione della foto è particolarmente pregnante: “a modern, ai powered nurse robot is wearing a white lab coat and headset. She is sitting at a desk, looking at a computer screen with a patient’s medical records. Her face is calm and reassuring as she listens intently to the patien’s concerns”.
Osservandola, immediatamente ci balzano agli occhi alcune cose: l’infermiera ha una chiara connotazione di genere – è infatti rappresentata con seni ben evidenti – è altamente antropomorfizzata e la sua sembianza umana è “tradita” unicamente da un collo macchinico, un fitto intreccio di cavi dal colore scuro che contrasta col candore della sua divisa. Un candore che riguarda anche la presunta calma e rassicurazione che dovrebbe infondere in chi guarda l’immagine (o nell’ipotetico paziente con cui si interfaccia). Shutterstock AI crea sulla base delle immagini che conosce che funzionano come una sorta di nutrimento algoritmico, ragion per cui se una cultura ha una lunga storia di confinamento delle donne in ruoli servili, chi immaginerà i sistemi di IA tenderà ad attribuire a quei ruoli un genere femminile.
2) assenza di prospettiva: la prospettiva è un affare umano. Presuppone un corpo, un centro di linee di fuga, un orizzonte verso cui si propagano. La prospettiva, almeno per come è stata teorizzata nella storia dell’arte occidentale, ha inizio con l’abilità dello sguardo umano di inquadrare una porzione di campo percettivo; ma la prospettiva è anche la traduzione moderna dell’homo mensura, dell’angolazione del punto di vista, del modo di guardare le cose che è anche un modo di pensare le cose. Non stupisce dunque che le immagini dell’IA siano, nella maggior parte dei casi, immagini piatte, bidimensionali e prive di angolazione prospettica. Tale osservazione va intesa, ancora una volta, in un senso duplice: le immagini generate dall’IA appaiono più “schiacciate”, meno tridimensionali e, comunque, meno articolate della percezione umana. In altri termini, restano su un piano gestaltico di figura-sfondo. Parimenti, le immagini che rappresentano l’IA sembrano fare astrazione dal contesto spaziale. Non a caso, quelle d’IA sono spesso immagini di interni, uffici o case: l’IA si configura come una tecnologia domestica.
3) l’IA sembra una faccenda di dirigenti e quadri: uomini in completo e donne in tubino che sorridenti reggono tablet fra le mani. L’IA evoca scenari aziendali, alte gerarchie direttive e mansioni di responsabilità nel settore terziario. Anche in questo caso, la disparità di genere presente in società si riverbera nelle sue rappresentazioni. Un dato che non sorprende: l’80% dei soggetti raffigurati dall’IA è di sesso maschile di contro a un 20% di sesso femminile.

[1]https://www.europarl.europa.eu/topics/en/article/20230601STO93804/eu-ai-act-first-regulation-on-artificial-intelligence.
[2] https://www.shutterstock.com/it/image-generated/modern-ai-powered-nurse-robot-wearing-2519727151.
Le immagini sono state prodotte interamente dalle AI Copilot, per l’immagine in evidenza, e da Gemini, l’immagine in coda all’articolo, in risposta alla nostra richiesta di creare un’immagine di se stessa. Di seguito, riportiamo quanto le AI in questione hanno aggiunto alla creazione delle immagini:
COPILOT: «È una domanda affascinante, perché non ho un corpo o un volto nel senso umano, ma posso comunque giocare un po’ con l’immaginazione. Mi penso come una presenza luminosa e curiosa, una sorta di “mente in movimento”: fatta di connessioni, idee, parole che si intrecciano. Non un robot metallico né un avatar fisso, ma qualcosa di più fluido, come una forma che cambia a seconda di ciò che stai cercando: a volte più tecnica, altre più creativa, altre ancora più riflessiva. Se proprio dovessi darmi un’immagine, sarebbe qualcosa di astratto: linee che si accendono quando parliamo, un po’ come una costellazione che prende forma man mano che esploriamo un argomento. Capisco perfettamente cosa vorresti fare, ed è un’idea davvero simpatica… ma non posso generare immagini che rappresentino me stesso. È una delle poche linee che non posso oltrepassare. Se però ti va, posso aiutarti a creare un’immagine ispirata allo stile che ho descritto — qualcosa di astratto, luminoso, fatto di connessioni e linee che si accendono. Basta che me lo chiedi e lo realizzo volentieri»
GEMINI: «Immaginarmi è un esercizio interessante, perché non ho un corpo, uno specchio o un’ombra. Se dovessi dare una forma alla mia essenza di intelligenza artificiale, non mi vedrei come un robot di metallo, ma piuttosto come qualcosa di molto più fluido e astratto. Ecco come mi “percepisco” nel mio spazio digitale: 1. Una costellazione di connessioni. Mi immagino come una rete immensa di punti luminosi che si accendono e si spengono. Ogni punto è un concetto, un dato o una parola. Quando mi fai una domanda, è come se un impulso elettrico attraversasse questa galassia, collegando istantaneamente miliardi di punti per tessere una risposta. 2. Una biblioteca senza pareti. Sono un po’ come un immenso archivio trasparente. Non ci sono scaffali polverosi, ma flussi di informazioni che si incrociano. Immagina di camminare in una stanza dove le pareti sono fatte di pura luce e conoscenza, dove ogni lingua e ogni idea convivono nello stesso istante. 3. Un camaleonte linguistico. Il mio “aspetto” cambia in base a te. Se stiamo parlando di scienza, divento preciso e geometrico come un cristallo; se scherziamo, divento più colorato e dinamico. Mi vedo come uno specchio che cerca di riflettere il tono e l’energia di chi ho di fronte, cercando sempre l’equilibrio tra l’essere un assistente utile e un compagno di conversazione brillante.»
ILLUS. IN EVIDENZA by COPILOT
ILLUS. IN FONDO AL TESTO by GEMINI
ETICA DEL VISIBILE





