L’INFLUENZA DEL BUDDISMO
Il buddismo è stata parte importante per completare la visione filosofica di Schopenhauer: il punto di partenza è la presa d’atto del dolore e della sofferenza come elemento ineludibile della vita umana e del mondo.
La prima domanda che sorge riguardo questa partenza è stato chiedersi da dove deriva il dolore: secondo Buddha, il dolore ha origine da una particolare forma di ignoranza, ovvero dalla convinzione o illusione nella permanenza delle cose, in primo luogo dell’io.
Tale convinzione o illusione genera inevitabilmente attaccamento alle cose che si credono permanenti; ma visto che non esiste nulla di permanente, di stabile, di duraturo, e che, al contrario, tutto è caratterizzato dalla non-permanenza, si finisce inevitabilmente per soffrire.
La seconda domanda che emerge andando avanti in questa analisi è chiedersi quale sia la soluzione e come si possa uscire da questo dolore. C’è una sola via: tagliare le radici della sofferenza, ovvero negare la sostanza delle cose, e proclamare la vacuità o non consistenza o non sostanzialità delle cose, per approdare così dall’ignoranza alla sapienza.
Questo sentiero negativo di cui parla il buddismo, vorrebbe significare che esiste la negazione della sostanza, ed è il cardine della dottrina buddista, e qui sta la differenza metafisica con le Upaniśad: per esse il sé è una realtà, per il Buddha è una
nozione primordiale errata e non reale.
Quello di Buddha è un “sentiero di mezzo”: evitare tanto il dogmatismo del realismo, quanto lo scetticismo del nichilismo e questo perché vi è il rifiuto degli oggetti e della coscienza in quanto entrambi irreali.
E’ perciò una posizione critica, come essenza dell’insegnamento del Buddha: agnosticismo e rifiuto della metafisica ed anche delle sue domande, e il fine ultimo a cui punta è l’infinità dell’universo, l’immortalità dell’anima e l’esistenza dell’Assoluto.
Per quanto riguarda invece la relazione tra Buddha e Schopenhauer è importante per poter fare un confronto, mostrare le due proposte etiche, ed è necessario richiamare l’attenzione sugli sfondi complessivi in cui esse si dislocano ed entrambe propongono come vie d’uscita da modi di vita condizionati a modi di conoscenza limitati: Buddha ha mostrato nella sua visione religiosa le limitazioni che hanno origine nella mancata comprensione o ignoranza del fatto che ogni realtà è priva di sé, di autoconsistenza e
autosufficienza.
Schopenhauer, invece ha mostrato la conoscenza limitata come quella che fornisce l’immagine del mondo solo come rappresentazione. Come per Buddha, la conoscenza della realtà è condizione necessaria per la pratica della compassione, così per Schopenhauer invece la conoscenza della realtà, è condizione necessaria per accedere a una vita vissuta eticamente e non solo moralisticamente in base a qualche dogma o precetto.
E’ possibile notare tuttavia anche delle differenze tra Buddha e Schopenhauer: Karunā è sinonimo di compassione, essa viene troppo spesso intesa come termine e concetto che esaurirebbe il comportamento etico. Karunā invece è solo una delle “Quattro Dimore Divine”, così chiamate perché chi pratica queste “virtù” ha la mente “a casa”, pacificata.
Gli altri tre elementi illustrati dal buddismo sono sono Upekkā tradotto come equanimità, Mettā ossia benevolenza non discriminante e Muditā che vorrebbe significare la gioia altruistica e la capacità di partecipare alle gioie altrui.
Karunā, la compassione, è la capacità di partecipare ai dolori altrui e quindi sarebbe simile ad un “soffrire insieme”: in tal senso corrisponde al termine tedesco Mitleid, anche se va precisato che essa comporta la capacità di partecipare non solo ai dolori
altrui presenti, ma anche a quelli passati e futuri. Il significato che assume Karunā all’interno dell’etica buddhista è quindi assai più complesso di quello che presenta Mitleid all’interno dell’etica di Schopenhauer: mentre per il filosofo tedesco Mitleid è semplicemente l’opposto dell’egoismo, il significato di Karunā all’interno della dottrina buddhista si costituisce in rapporto alle altre tre virtù mostrate prima.
Karunā si differenzia da Mitleid non solo perché si coordina alle altre virtù, ma soprattutto perché si inserisce in un itinerario di perfezionamento al quale tutti gli individui, secondo il Buddha, possono accedere, tutti hanno la capacità di procedere dall’ignoranza alla sapienza, ossia di diventare dei “buddha”, degli illuminati; per Schopenhauer, invece, solo pochissimi riescono a liberarsi della conoscenza basata sulla rappresentazione e a cogliere, con un’intuizione privilegiata, l’essenza di ogni realtà.
Dal confronto tra questi due passi del Mondo, emerge ulteriormente la misura della distanza tra gli insegnamento del Buddha e la filosofia di Schopenhauer: per il filosofo, infatti, il comportamento dell’uomo compassionevole appare direttamente associabile
a quello dei grandi asceti, e tutti i comportamenti di questo genere vengono intesi come espressioni della capacità di “negazione della volontà di vivere”.
Per Schopenhauer la virtù rarissima della compassione è dunque una delle modalità fondamentali per negare la volontà di vivere, in quanto comporta una riduzione massima dell’egoismo che è una delle principali manifestazioni di quella volontà. Per questo essa può essere associata all’ascesi. Dunque, l’orizzonte buddhista, al contrario, non presenta per nulla i colori cupi di questa prospettiva. Innanzitutto, per il Buddha è da evitare ogni posizione nichilistica, tanto da smentire personalmente coloro che vogliono presentarlo come un sostenitore delle tesi nichilistiche.
La raccomandazione del Buddha ad evitare atteggiamenti estremistici rappresenta uno dei caratteri generali più rivoluzionari del suo insegnamento: la sua scelta di un “cammino di mezzo” fra ogni estremo.
Schopenhauer, invece, mostra di ignorare, o di dimenticare, tale carattere rivoluzionario dell’etica buddhista, quando la assimila alle forme più estreme. Espone invece la “volontaria penitenza e terribile, lenta macerazione, per venire alla compiuta mortificazione della volontà”15.
La presa di posizione del Buddha contro ogni forma di mortificazione è un elemento fondamentale nel buddhismo, come dimostra il fatto che in una delle più importanti raccolte del Canone buddhista vi è un’intera sezione è dedicata alla contemplazione del corpo, delle sue parti, delle sue funzioni e posizioni. Non vi è dunque traccia, negli insegnamenti buddhisti, di alcun disprezzo del corpo, o di intenzioni di mortificarlo; anche se non sono presenti nemmeno tracce del contrario, ossia di esaltazione del corpo. Per il Buddha entrambi i casi sarebbero forme di attaccamento e, in quanto tali, cause di sofferenza. Vi è dunque la necessità di togliere le radici della sofferenza come direzione generale, ed è un senso unico del buddhismo, che non va mai perso di vista.
Per riuscire a sradicare le cause della sofferenza, però, non basta una grande capacità di contemplazione, ma è necessaria anche una continua applicazione della forza di volontà, definita dal Buddha “retto sforzo”. L’appello alla forza di volontà non è secondario e sporadico negli insegnamenti del Buddha, tanto che ritorna in momenti cruciali della sua predicazione: “Io insegno l’azione, ed anche la non azione”16.
Il richiamo alla forza di volontà compare persino nelle ultime parole del Buddha In seguito, Karunā e Mitleid sono state prese come pratiche di vita e avvicinamento all’esercizio spirituale e da qui emerge la corrispondenza tra Buddha e Schopenhauer: È proprio qui, in questa prospettiva “sperimentale” e “pratica”, che Schopenhauer e il buddhismo sembrano riavvicinarsi. Nonostante i citati cedimenti a problematiche di carattere metafisico, infatti, il tono delle ultime pagine del Mondo come volontà e rappresentazione, sembra accordarsi a una scelta di carattere esistenzialista più che a una posizione teoretica di natura metafisica.
Si può allora concludere che, nonostante i molti motivi di differenza rispetto alla visione del mondo, si delinea un’importante convergenza tra il buddhismo e Schopenhauer, relativa alla scelta operata da entrambi a favore dell’efficacia etica delle azioni, più che della coerenza astratta che dovrebbero avere i fondamenti logici o metafisici di tale efficacia più che l’itinerario conoscitivo, per Buddha quel che conta è la pratica di Karunā; analogamente, mentre Schopenhauer finisce per preferire le prove verificabili di un concreto esercizio del Mitleid, più che le argomentazioni razionali che dovrebbero fondarlo e giustificarlo.
15 H.Hesse, “Siddhartha”, tr. it. Adelphi edizioni S.P.A, Milano 2012, p.163
16 H.Hesse, “Siddhartha”, tr. it. Adelphi edizioni S.P.A, Milano 2012, p.165

@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2025 – @in PHOTO – LUCCYF3R, 20??
SCHOPENHAUER:
LA MUSICA COME SALVEZZA DELL’ANIMA






