L’INFLUENZA DELLA TRADIZIONE ORIENTALE NELLA FILOSOFIA SCHOPENHAUERIANA
Schopenhauer è stato il primo filosofo occidentale a recuperare la tradizione orientale nella sua visione filosofica verso le quali nutriva grande ammirazione. Da queste civiltà tanto distinte dall’Occidente, egli desume due concetti fondamentali nella sua filosofia: il velo di Maya e il Nirvana.
Il filosofo incontrò l’Oriente negli anni giovanili, restandone completamente affascinato; si dedicò con passione allo studio del pensiero indiano, intrecciando indissolubilmente ad esso il proprio pensiero, e giungendo così a essere probabilmente il primo filosofo europeo a considerare seriamente, senza alcuna traccia di pregiudizio etnocentrico, ma anzi, con un entusiasmo e con un’ammirazione senza pari, la filosofia e la religione indiana, con cui instaurò un confronto costante e serrato, destinato a durare più di quarant’anni.
Fin dal primo incontro, risalente al periodo tra il 1813 e il 1814, tra Schopenhauer e il pensiero indiano fu amore a prima vista: è noto come il filosofo ritenesse le “Upanisad” ovvero “l’emanazione della più alta saggezza umana” è stata per il filosofo la consolazione della sua vita e rimase tale fino alla sua morte.
Inoltre Schopenhauer nella prefazione alla prima edizione del Mondo come volontà e rappresentazione, indica come chiavi di lettura del proprio pensiero non solo Platone e Kant, ma anche e soprattutto le Upanisad.
Egli, infine, non smise mai di proclamare e di sottolineare durante l’intero corso della propria vita la concordanza paradossale tra la sua filosofia e il pensiero indiano tramite il Brahmanesimo e il Buddhismo, la quale è possibile notare un’affinità della quale Schopenhauer non poteva che rallegrarsi, in quanto fermamente convinto che essa conferisse alla propria dottrina un’aura di antica saggezza e di verità.
Sia la filosofia indiana dei Veda e delle Upanisad, sia il Buddhismo, rappresentarono sempre per Schopenhauer una prestigiosa conferma delle proprie affermazioni: il pensiero orientale, frutto della sapienza più antica e quindi più vera, in quanto maggiormente vicina all’origine dell’umanità, secondo il filosofo si sarebbe trovato in perfetto accordo con la propria filosofia, culminante nella teoria del mondo come volontà, essenza di ogni cosa celata dalla rappresentazione. Termine, quest’ultimo, che Schopenhauer equiparò come equivalente, fin dai suoi primi incontri giovanili con il pensiero indiano, a quello di māyā, nel pensiero indiano si può tradurre come l’illusione, il sogno, l’inganno, la magia.
Schopenhauer stabilì così il primo dei moltissimi punti di contatto che ha unito, nel nome della verità, il suo pensiero alle antichissime speculazioni filosofiche indiane. In seguito egli scova “conferme” alla propria filosofia in quasi ogni aspetto del Brahmanesimo e del Buddhismo, dalla metafisica all’etica.
Molti altri punti di contatto furono trovati da Schopenhauer tra sé e l’Oriente: l’idealismo, l’esistenza di un principio unico celato dall’illusione della molteplicità, il pessimismo, l’antiteismo, la credenza nella rinascita, l’assenza di un dio personale, l’etica della compassione estesa anche agli animali, l’idea che ci si debba liberare dalla sofferenza, poiché sosteneva che l’esistenza è senza dubbio una strada sbagliata e tornare indietro sarebbe come la redenzione.
La Critica della Ragion Pura 14 di Kant aveva stabilito la distinzione tra la realtà in sé e la stessa realtà come essa appare al soggetto che la percepisce e conosce. Nell’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” Schopenhauer riprende questa distinzione, modificandone però struttura e prospettive: spiegando come il fenomeno che egli chiama “Rappresentazione” come parvenza, illusione, sogno, inganno, ovvero ciò che la sapienza indiana chiama “velo di Maya”.
Schopenhauer tenta di dimostrare che il noumeno non è, come per Kant, un inaccessibile concetto-limite e promemoria critico, bensì “realtà vera”, che il filosofo ha il compito di scoprire. Se noi fossimo solamente conoscenza e rappresentazione, sostiene Schopenhauer, non potremmo mai uscire dal mondo fenomenico. Ma noi siamo anche corpo: in quanto corpo soffriamo, di desiderio e godiamo, dell’appagamento.
Ripiegandoci su noi stessi ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro io è la “volontà di vivere”: un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge a esistere e ad agire. Noi siamo vita, ovvero volontà di vivere:
“Un eterno divenire, una corsa senza fine, ecco la caratteristica con cui si manifesta l’essenza della volontà. Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da parte come illusioni svanite.”
14 La Critica della ragion pura (titolo originale Kritik der reinen Vernunft) è l’opera maggiormente nota di Immanuel Kant. L’opera, pubblicata nel 1781, ed in seguito ampiamente rimaneggiata nella seconda edizione del 1787, è suddivisa in due parti: la Dottrina trascendentale degli elementi e la Dottrina trascendentale del metodo.

@ILLUS. by JPS, 2025 – @in PHOTO – LUCCYF3R, 20??
SCHOPENHAUER:
LA MUSICA COME SALVEZZA DELL’ANIMA






