MANCA QUALCOSA
Può sembrare un paradosso o addirittura una provocazione, ma la quintessenza dell’uomo, della humanitas intesa come complesso di cognizioni spaziali, temporali e culturali, è il non conosciuto. È in questo spazio misterico e simbolico che il soggetto umano misura la propria manchevolezza e la propria finitudine, guadagnando nondimeno un’opportunità di interpretazione.
È lo spazio della domanda eterna, del dubbio, del mistero e dello sgomento, ma nel contempo è terreno fertile di vitalità e pensiero. Arte, poesia, religione, filosofia: altro non sono che ambiti metodologicamente definiti e impiegati per decifrare, con linguaggi e criteri diversi, una stessa cosa: il rapporto che lega il soggetto con la alterità.
Capita guardando il mare, fissando la caotica cartografia delle stelle, accettando una morte, innamorandosi. L’uomo fa esperienza di qualcosa che sfugge, di un altrove sconosciuto, di una alterità che non riesce a padroneggiare o comprimere entro alcuna tassonomia. Qualcosa che resiste alla tensione ferina di appropriazione, qualcosa che reagisce e che come una scheggia impazzita penetra nel profondo e costringe il pensiero a interpretare ancora e ancora, quasi non esistesse altra possibilità per trovare fondamento e tracce di senso.
Quella soglia misterica e simbolica, che mette in contatto qualunque soggetto con la dimensione della profondità e della alterità inconosciuta, è in ultima analisi la cifra della humanitas, ma anche ciò che segna i limiti delle interpretazioni e del linguaggio. Hegel sosteneva che la filosofia nascesse dalla scissione, ma più in generale è dalla scissione che nasce qualsiasi differenza. Perché la scissione genera differenziazione e quest’ultima designa le demarcazioni e le venature della socialità e della morale, del pensiero e delle interpretazioni, in modo che non ogni cosa possa essere compiuta o asserita.
È questa in fondo la natura del simbolo in quanto tale: quella di marcare un limite tra soggetto e oggetto, tra Io e Altro, incarnando un medium che nel contempo assurge a collettore, genera comunità e lascia libero spazio all’individualità di ogni interpretazione. Il linguaggio, un abbraccio, un’icona, uno sguardo: come significante il simbolo è un contenitore formale, ma in quanto segno indica piuttosto un livello nascosto delle cose, aprendo alla dimensione della profondità. Esso è il volto plurimo e cangiante della alterità, il monito che ricorda al soggetto la presenza incancellabile di quel principio misterico che inghiotte la ragione costringendola a rispettare i limiti, fissando valori e principi, orientando la conoscenza e restituendo dignità alla verità. Una simile accettazione del mistero non implica abdicazione alla ragione, anzi; ricorda piuttosto che essa può e deve continuare a muoversi, ponendo domande e tentando di alimentare costantemente dubbi e interpretazioni, ma soltanto nel rispetto dei limiti.
Perché nella differenza e nella differenziazione, nei limiti e nel rispetto della alterità e dei suoi silenzi, il soggetto può dirsi umano; fuori da ciò, nel medesimo e nell’intolleranza, è invece dis-umano.
Non esistono soluzioni programmatiche per restituire vigore a una humanitas illanguidita. Resistono nondimeno come flebili fiammelle il dialogo e il dubbio, scampoli simbolici che possono rianimare il cuore del senso. Ricominciare da qui, dal dialogo tra uomo e uomo o tra uomo e mondo esterno, provando a interrogarsi magari rispettando un silenzio, fissando la caotica cartografia delle stelle, accettando una morte, innamorandosi o semplicemente guardando il mare.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2019





