FESTA SENZA PECCATI
L’8 dicembre la tradizione cristiana cattolica celebra il dogma e verità di fede dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria. In vista di ciò, però, si necessita un sacro e santo disclaimer.
È di fondamentale importanza non confondere i due capisaldi del culto mariano, che sebbene afferenti alla medesima figura ne rappresentano modulazioni differenti e tratti distinti. Per Immacolata Concezione si deve intendere la nascita di Maria senza quella macchia umana (Philip Roth) che è il peccato originale, ovvero il costo che l’uomo ha da pagare per essere uomo. Per Virginalità o Parto Virginale, di Maria ha da considerarsi il concepimento senza copulazione (una versione religiosa di una naturale partenogenesi vegetale) per insufflazione soprannaturale dello spirito di vita (una ulteriore diversificazione è all’uopo: la permanenza della Verginità di Maria anche dopo il parto).
La confusione simbolica tende a porre l’Immacolata Concezione siccome il Concepimento Virginale di quel Figlio dell’Uomo che avrebbe riscattato l’umanità, spostando il riferito dalla madre al nascituro: Immacolata sarebbe così la Concezione del Cristo, non di Maria, in quanto Parto Virginale. Da questa errata sintesi simbolica ne discende una incomprensione semiologica tendente a fondere i segni (che nel linguaggio biblico sono i miracoli σεμεῖα, i semeia) in quell’atto di passaggio che dal significante congiunge il significato: la nascita miracolosa del Cristo, il realizzarsi della promessa (secondo Filippesi II, 5-11). Come che sia, il popolo credente ne sa una più del diavolo e ha buon gioco, concettuale, per fonderne i piani.
Difatti, la distinzione sembra venir meno, e sembra esserlo per ottimi motivi teologici. Non dimentichiamoci di un elemento fondamentale: la venuta del Cristo avrebbe riscattato l’umanità dalla necessaria colpevolezza della propria storpia nascita. L’essere umano in quanto tale nasce dopo la cacciata dell’Eden, nasce, prima ancora, da quando ha concepito (e non immacolatamente) la trasgressione all’ordine divino di non mangiare dell’Albero Proibito. È bene ricordare che nei (non) tempi precedenti l’uomo e la donna si conoscevano e avevano rapporti sessuali, come ci ricorda Sant’Agostino, senza desiderio cioè senza mancanza, senza bisogno. Il parto di colui che avrebbe dovuto salvare l’uomo non avrebbe potuto fare altro che ripercorrere quella mitica età dell’oro di quel Regno privo di ogni privazione.
Può dalla mancanza sorgere pienezza? E inoltre, l’Immacolata Concezione non è forse l’emblema della mancanza di mancanza del Dio che per farsi uomo (e restare pure Dio) non manca di provvedere alla necessaria mancanza dell’uomo, obliterandola del tutto? Il Figlio deve nascere da uomo, ma deve farlo da Dio se vuole essere Dio-Uomo (in ciò la tradizione cristiana ha superato di gran lunga il topos letterario della nascita per immacolato concepimento che vede in Perseo, figlio di Danae e Zeus tramutato in pioggia d’orata a fecondare il ventre, l’eroe più illustre). I dogmi dell’Immacolata Concezione e del Parto Virginale risultano pertanto totalmente embricati a livello concettuale (il Parto Virginale e la permanenza della Verginità ne sono logiche conseguenze: se la Madre di Cristo avesse mancato di non mancare anche ad uno solo dei tre dogmi sarebbe mancata la perfezione richiesta per l’Incarnazione).
Questo passaggio – cioè la confusione simbolica dei tre dogmi che siccome nodo Borromeo si incastonano l’uno nell’altro perché senza l’altro sarebbero mancanti e perciò inefficaci – ci porta al centro della riflessione di questa ricorrenza religiosa: ricorrenza certo che non smette di ricorrere per istituire quello scarto immetabolizzabile che ritorna sempre. La festività della celebrazione è allora il riconoscimento di una eccedenza, di un sovrapprezzo (se il prezzo è un’informazione qui siamo al cospetto del parossismo dell’informazione che nella limpidezza del dogma si fa sempre più ascosa e opaca, onde la necessità del ricorrere), di un sovrappiù che scaraventa il tempo sacro nel tempo profano: nessun ponte a collegare i tempi che saranno sempre sovrapposti.
E non smettiamo di ripeterlo, perché il tempo della festa è il tempo in più, qualitativo, che si traduce nel quantitativo rintracciabile nell’espressione “disporre di maggior tempo libero” (e che richiama anche un giudizio valoriale, dunque qualitativo, perché se è vero che ho più tempo libero, quest’ultimo è anche maggiore). Il tempo della festa è il tempo preso, non perso. Ma preso per che cosa?
Le pitture rupestri ce ne forniscono un indizio: come sostiene Desmond Morris nel suo La scimmia artistica l’arte ha tra le sue fonti il momento della festa (e la festa, di rimando, trae origine dall’arte stessa). Festa seguente la battuta di caccia propizia; festa che celebra l’unità del gruppo e che lo cementifica; festa che onora lo spirito caduto della fiera cacciata. La festa è il tempo preso che interrompe la quotidianità (caccia-raccoglimento) spezzando l’ordine del tempo senza reciderne la continuità: il tempo di festa è la sovrapposizione, la superposition, il tempo che si innesta sopra lo scorrere del tempo, che non smette di scorrere.
È il tempo preso per una sospensione etica, per un condono morale, per una breve ma incisiva interruzione del principium continuitatis; è il tempo del perdono, quel lasso temporale che è per-dono, che è un regalo, un presente. Per-donare è già la costituzione della festa che si celebra totemicamente nell’estraversione della colpa: l’opera d’arte immortala il morto (la bestia uccisa e di cui ci si ciba), lo fissa e lo eternizza, almeno idealmente. Per questo il tempo della festività è tempo sacro che trasfigura quello profano e lo fa grazie ad una operazione di trasferimento che si sostanzia nelle celebrazioni cultuali (pasti rituali, rappresentazioni sacre…) e culturali, ovvero tradizionali (pasti familiari, giochi specifici cui dedicare il tempo di festa…). Il tutto all’insegna della più assoluta purezza, della sublimazione dei peccati che non possono entrare in gioco a macchiare questo sovrattempo.
Lo strappo alla regola, l’eccedenza prandiale e la sovversione dell’interdetto: tutto viene permesso nei giorni di sovrabbondanza durante i quali eleviamo a totem le nostre colpe e i nostri peccati per poterci godere quel sacro tempo di festa senza peccati.
@ILLUS. by G. E. O. M., 2020
FIESTA LOCA

@GRAPHICS by MAGUDA FLAZZIDE, 2021





