L’ULTIMO DÌ DI FESTA
Raramente la saggezza popolare sbaglia. “L’epifania tutte le feste porta via” è un noto motto con il quale si vuole intendere – con un po’ di rammarico, ma anche con un pizzico di felicità per il ritorno alla normalità – la fine del periodo delle festività natalizie e, di conseguenza, l’instaurazione di un tempo altro e differente rispetto al lasso temporale delle settimane a cavallo tra il 25 dicembre e il 6 gennaio.
Già da questa prima e abborracciata definizione possiamo constatare alcuni elementi decisamente interessanti: in primo luogo, il periodo a cui l’epifania pone termine è un periodo di festività, un periodo caratterizzato per la sua dimensione vacante (in senso strettamente etimologico: vacuum è il vuoto, la vacanza); in secondo luogo, opera come spartiacque tra due differenti tramature temporali: il tempo della festa da un lato, quello ordinario (parola che non casualmente ricompare nella stessa terminologia liturgica e nella simbologia del colore dell’abito talare: dal bianco-oro nel tempo di Natale, al verde per quello ordinario) dall’altro; infine, l’ultimo dì di festa si presenta come vera manifestazione, come ἐπιφάνεια (epifaneia) rivelatrice dell’instaurazione di una nuova normalità, dalla quale non si può più prescindere. Cerchiamo allora di tenere insieme questi tre elementi: festa, tempo, manifestazione rivelativa.
L’uomo, lo si sa, è un animale festaiolo. Forse è stata proprio la nostra propensione al festeggiamento a renderci differenti dagli altri animali. Quando però si siano iniziati i festeggiamenti, questo non ci è dato saperlo. Tuttavia, indizi della natura profondamente incline al bagordo mondano erano già presenti nei dipinti rupestri dei nostri antenati: osservando attentamente le figure degli animali che affrescano le caverne (Lascaux, Chauvet o Altamira per esempio), si è potuto giungere alla conclusione che quelle immagini fossero atti celebrativi la fausta battuta di caccia e, in certi casi probabilmente, dedicati all’animale ucciso, in segno di rispetto nei confronti del suo valore mostrato durante l’aspro combattimento (ipotesi che ritorna, ancora oggi nel cinema e nella letteratura e nelle arti; un campione su tutti è presentato dal vecchio che custodisce il corpo del Marlin pescato con estrema fatica, tentando di proteggerlo dall’assalto degli squali nel noto romanzo Il vecchio e il mare di Hemingway, famoso – sarà un caso? – anche per l’altro suo romanzo, Fiesta). Tutto ciò però significa che l’uomo, per quanto primitivo fosse, ha da sempre considerato fondamentale per la sua sopravvivenza sociale l’instaurazione di un tempo di totale perdita utilitaristica: la festa. Per la sopravvivenza biologica infatti la festa si pone in netta antitesi. Scoprire il fianco a possibili attacchi, abbassamento delle difese, tempo sprecato in attività improduttive (no raccolta, no caccia); eppure, nonostante tutto questo, la festa ha rappresentato quell’inutile pragmatico preferibile ad ogni utilità evolutiva. Integrazione all’evoluzione biologica dell’evoluzione sociale e determinazione di un campo differente dalla mera utilità: la festa è profondamente artistica (in La scimmia artistica Desmond Morris vuole proprio porre l’attenzione su questa inutilità dell’arte: arte come di più, come lusso). Ma questo di più artistico non sarebbe nulla se non gli fosse inerente una ricodificazione della concezione della temporalità.
Il tempo della festività infatti è un tempo in eccedenza, è un tempo in più, un più-di-tempo che si aggiunge, si sovrappone al tempo (overlapping temporale): un tempo che trascende il tempo affermandone l’immanenza, un tempo che si dipana e si svolge nello svolgersi della festività che nel suo sovrapporsi modifica ontologicamente il tempo vissuto, che diventa il tempo della festa. Anche la direzione del tempo ne risulta variata: non più tempo ascendente del progresso e della utilità adattiva-evoluzionistica (logica protocapitalistica e prepositivista), né temporalità circolare del ciclico ritorno delle stagioni (logica eliocentrica ovvero della stagionalità alimentare e del rispetto ambientale), ma tempo epiciclico, dell’andirivieni, del tornare indietro per andare poi avanti (logica geocentrico-tolemaica del movimento retrogrado dei pianeti). Tempo scientificamente in perdita (geocentrismo sconfitto dall’eliocentrismo), pragmaticamente inutile (nessun progresso lo può identificare), il tempo della festa è il tempo artistico della perdita di tempo come più-di-tempo del lusso inutile. Dépense epiciclica come surplus ontologico. Per questo la festa, le festività, le vacanze (il tempo vuoto del più-di-tempo) sono così importanti: perdere tempo come prendere tempo, trascendere il tempo nell’esperienza temporale immanente, overlapping epifanico. Di conseguenza la festa, sacra o profana che sia, ha sempre intercettato la dimensione teologica: epifania come teofania.
Tutto finisce esattamente come tutto è incominciato: rivelazione dell’Incarnazione nella nascita virginale e manifestazione rivelativa nell’incontro-adorazione dei tre Magi d’Oriente. Il tempo sospeso tra queste due estremità è il tempo proprio delle festività. Ecco la natura inerentemente teologica della festa: nascita miracolosa e manifestazione della divinità. Difatti, per quanto umano possa essere il motivo che spinge a far festa (una battuta di caccia particolarmente favorevole, il raggiungimento della maggiore età o il conseguimento della laurea, per esempio), il tempo implicato e ripiegato nella e dalla circostanza festosa si carica di una valenza divina fondamentale. E il divino si palesa sempre nell’interruzione del continuum che scardina e riordina, che instaura un ordine nuovo, una nuova direzione di senso. Festeggiare il compleanno come microstorica rimemorazione di quel macrostorico Natale che ha sancito la cesura netta di un prima e di un dopo. E la festa è il tempo della soglia, è il più-di-tempo che è un passaggio, che ha preso coscienza del passaggio già avvenuto – la nascita, il Natale – e che si fa tra i due estremi teofanici (“fare la festa a qualcuno”, altro spunto di saggezza popolare, è retaggio inconscio della celebrazione del rito di passaggio, che inizia come irruzione, anche nella brutalità della ritualità, dell’età adulta che viene celebrata nel surplus temporale della festa). È il tempo stesso della festa ad essere teologico in quanto geocentrico-tolemaico, perno di rotazione epiciclico, esso stesso epiciclico. Ed è un tempo artistico che si immanentizza nel suo di-più (nella musica, nella danza, nei costumi, nelle decorazioni). È il tempo dell’overlap, il tempo-soglia.
Per questa sua natura di cesura necessita di una fine degna: dalla rivelazione alla manifestazione il processo si chiarisce e si sedimenta. I Vangeli non indulgono troppo sulla fanciullezza del Cristo; dopo l’Epifania il salto è notevole. L’ultimo dì di festa è trascorso e ora non si può più tornare indietro; riprenderà la normalità che si riorienterà a partire da quella manifestazione rivelativa. E così sarà fino al prossimo taglio, al prossimo σεμεῖον (semeion) divino.
Il testo di Desmond Morris è citato nell’edizione italiana tradotta da Maria Peroggi, La scimmia artistica. L’evoluzione dell’arte nella storia dell’uomo, Rizzoli, Milano 2014.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2020
FIESTA LOCA

@GRAPHICS by MAGUDA FLAZZIDE, 2021





