IL CORPO-PER-L’ALTRO: L’ESPATIA
Se l’empatia è il processo per mezzo del quale si coglie, per quanto possibile, il vissuto coscienziale altrui riproducendolo fenomenologicamente in sé (da cui appunto la radice etimologica) e se grazie a questa dinamica si riesce ad instaurare un primo abbozzo di agire comunicativo, risulta allora che con tale termine si vuole designare la facoltà di farsi immagine specchiata dell’altro, di divenire specchio fantasmatico dell’altrui vissuto. Certo, specchio deformato e deformante che rimanda un’impressione figlia della pressione em-patica, dell’imprimersi interiore di un vissuto improprio e che si fa idiologo nell’estroflettersi sulla sua fonte (semplificando molto: sono triste-per-l’altro perché lo sento triste). L’empatia, portata all’estremo, sarebbe allora una forma di psicologismo culturale, di costruzionismo comunitario.
Quanto meno, tuttavia, ciò che salva il discorso e la sua fecondità anche in ambito etico è il suo inerente fallimento (e la necessaria consapevolezza della sua costituente ineluttabilità): lo scarto tra lo specchiato e lo specchiante è, reciprocamente, il dispositivo di salvataggio per una comunicazione esistenziale (Jaspers) e per un autentico agire comunicativo (Habermas) che non riduce uno dei due poli all’altro.
Ma cosa fare se l’asimmetria speculare si spezza? Se la traduzione (che richiede sempre due agenti) si fa letteralmente letterale? Cosa accade se il mio corpo è il foglio su cui imprimere le lettere della scrittura tradotta? Se il mio corpo, e me con esso, veniamo identificati dal testo che siamo diventati?
Il Selfie, in quanto macchina di costituzione del Sé egosintonica (qui nel senso di sintonizzata su di sé), offre una risposta a queste domande, svelando la sua natura passivante il Sé che andrebbe a costruire. La costruzione sarebbe quindi effetto di una adeguazione (azione di adeguamento), di una omogeneizzazione allo sguardo dell’altro che direziona e valuta. Se l’empatia apre alla traduzione impossibile, il Selfie, esponendo il corpo allo sguardo altrui siccome corpo-per-l’altro (Stanghellini), è il processo converso dell’empatia. Con-verso da leggersi nel senso di convergenza: sento in me, empaticamente, il vissuto altrui che, empaticamente, sente il mio vissuto. Sento me nell’altro che sente me, e mi adeguo a questo sentire: espatia.
Es-patia ed em-patia: una doppia rincorsa al prefisso che ci porta alla Madre Patria e all’Estero, all’es-patrio e al rimpatrio. Lo sguardo gioca su questa dialettica es-/em- e realizza, nel corpo-per-l’altro, la pienezza della sua penetranza. Sotto la sua attenta vigilanza rimpatrio solo se l’espatrio si completa, solo se l’esodo è senza ritorno, se la fuoriuscita senza possibilità di rientrata. Rimpatrio, in poche parole, solo se rendo patria l’espatrio, solo se provo em-patia del vissuto altrui avente me come oggetto, solo se l’empatia mi pone al cospetto del me espatriato.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2021





