DIO È LA TRASCENDENZA? (PARTE II)
Ora, non si è così nuovamente affermata quella freddezza denunciata come pecca ineliminabile del Dio dei filosofi? In realtà, l’esatto contrario. Trascendere verso Dio e poi, da qui, oltre Dio stesso, nella Trascendenza, è l’affermazione di una lotta vitale per Dio, di Dio contro Dio, del Dio autentico contro ogni possibile Dio che si erge a Unico Vero Dio.
In tutta la produzione jaspersiana risuona, palpabilmente, la forza di una fede che non può accettare una pacificazione forzata in un contenuto definitivo; un simile atteggiamento renderebbe vano ogni slancio esistenziale, ogni slancio ascensivo verso l’Uno.
Lo slancio ascensionale verso l’uno diverrebbe una sicurezza in cui io abbandonerei il mondo dell’esserci nella sua sconfinata molteplicità, problematicità ed equivocità; in questa infedeltà verso il mondo, mi sottrarrei alla realtà per rifugiarmi in una facile armonia. L’uno infatti è come una divinità che giunge estranea in questo mondo, e mi aiuta finché io, dall’uno esistenziale, mi sento uno con essa. Ma la sua vicinanza, che sembra giungermi da un altro mondo, non può farmi dimenticare la sua lontananza, per la quale questo mondo è, nella sua lacerazione, ciò che è. L’uno, l’ultimo e il supremo rifugio, può diventare un pericolo esistenziale se non è colto partendo dalla realtà in tutta la tensione dell’esistenza possibile. Esso è vero solo se lo si coglie sul fondamento dell’incondizionatezza dell’Uno nell’esserci dell’esistenza. Non c’è mai una pace duratura con la quale sia possibile superare tutto ciò che è venuto prima. Partendo dall’unione con la mia Trascendenza devo entrare di nuovo nel mio esserci e ritrovare il cammino che conduce alla sfida, alle possibilità della caduta, alla notte e al molteplice; questa strada deve essere ripetuta finché io sono nell’esserci temporale. Ogni pace infatti si trasforma immediatamente in volontà di felicità del mero esserci che non vuole farsi turbare (Jaspers, Filosofia, vol. III, Metafisica, trad. it., pp. 239-240),
ci ricorda il filosofo tedesco. Allora, non si può avere una generale pace che blocchi l’intero percorso ascensivo; l’errore costante è cedere alla volontà di felicità, in primo luogo, e, successivamente, ad una volontà di felicità che possa risultare utile al mero esserci; cedere ad un Dio che pone ordine, che “mette a posto”; Dio non si dà mai a noi come una conoscenza, non vuole comando né tantomeno inganno. Dio si dà nella lotta, nella comunicazione tra esistenze, nello scontro tra Deus e Deitas.

Questi due ultimi termini sono di derivazione mistico-speculativa e hanno in Meister Eckhart il loro pensatore principale. Il maestro renano, riflettendo sul senso di Deus e Deitas, trovò in essi una fondamentale differenza; porli sullo stesso piano equivarrebbe ad una trasgressione dal retto pensare, confermandosi in una fede ingenua dalle basi quanto mai traballanti perché completamente inconsapevole della sua effettiva portata. Dio è l’essere, l’essere supremo, ma è talmente superiore all’essere, in quanto Sapientia, che «Dio è puro da tutto il resto, ivi compreso anche l’essere»[1]; coerentemente Dio allora non è essere, ma intellegere, esplicazione, cioè, della sua sapienza. Donde l’essere di Dio? Da un efflusso, da una uscita di Dio. Ma da dove? Da un principio, da un’origine ulteriore, da un Uno al quale lo stesso essere-Dio è subordinato; qui, beninteso, non si tratta di un super-Dio favolistico, né di un padre originario e ancestrale sul modello dei politeismi antichi (Zeus padre della gerarchia degli dei olimpici, per esempio), né tantomeno di un Dio enoteistico. Dio effluirebbe da nient’altro che dalla divinità, dalla Deitas.
È in gioco, in questo modo, tutta la forza di un pensiero mistico-speculativo. Dio e Deitas, nella loro diversità, sono certamente identici; la distinzione si compie, perciò, all’interno dello stesso Dio. Il Deus sorge come strappo da se stesso nel momento della creazione. Creando si è strappato, per così dire, da quell’eternità senza tempo; nella creazione del mondo, il Dio si è reso Deus perché ha temporalizzato l’essere nell’ente. La creatio ex nihilo rappresenta proprio questo strappo intradivino: dalla presenza eterna, piena dell’essere completo e immoto, alla presenza, sebbene sempre piena, di un Dio eterno, ma agente, creante il mondo, la cosiddetta creatura mundi e, con esso e in esso, il tempo, che si trova ora di fronte al suo Dio creatore. La separazione, pertanto, è tra l’essere e l’agire: è il Deus ad aver creato il mondo, non la Deitas che è essere. Così Jaspers cerca di spiegare questo assai intricato dedalo del pensiero: la
divinità è essere, non agire. Non è la divinità, ma Dio che agisce. Solo Dio ha fatto tutte le cose, è padre del mondo. Non c’è Dio se non quando c’è la creatura. Non solo egli ha fatto la creatura, ma anche la creatura ha fatto Dio. Si può dire perciò: del fatto che Dio è, io sono una causa, ma il fatto che la divinità sia, essa lo ha da se stessa. Di fronte alla divinità stanno nella stessa sfera creatore e creatura (Jaspers, La fede filosofica di fronte alla rivelazione, trad. it., pp. 547-548)
L’uomo, pertanto, non può realmente essere se stesso, nello scoprirsi libero, in quanto donato a sé, presso Dio, perché l’intimità dell’esser-uomo è radicata nell’origine, che solo è la Deitas. Come passa questo mondo, così il creatore del mondo ed io, piccola creatura caduca destinata a perire, sprofondiamo in quell’unità impensabile nella quale è possibile per l’uomo cogliere ciò per cui Deus e Deitas sono identici, «ove Dio non era ancora persona così com’io non ero ancora questo io qui» (ivi, p. 549). E l’uomo più raggiungere questa unione mistico-speculativa attraverso Dio, non fermandosi qui, ma proseguendo oltre fino a giungere a quell’Uno che era Dio prima di essere Deus ponendosi in opera con la creazione. Questo per quanto riguarda la formulazione del pensiero eckhartiano; ora, quale fecondità può avere un discorso così astratto, per così dire, in confronto con la concretezza della lotta tra esistenze? Quale nella considerazione della non semplicistica identificazione Dio-Trascendenza? Prima di dare una risposta a questi interrogativi, vorrei riportare ancora alcune riflessioni.
[1] É. Gilson, La filosofia nel medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo, Bur, Milano 2011, p. 794.
[prosegue…]
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