NEL SEGNO DEL PADRE
Bonaventura da Bagnoregio fu docente di teologia a Parigi e ministro generale dell’ordine francescano.
Come San Francesco, anche per lui il monte della Verna rappresentò un luogo fondamentale del cammino interiore, dove ritiratosi per meditare e per «cercare la pace dello spirito»[1] arrivò a definire il cammino della verità verso il divino. Un itinerario che parte dal mondo sensibile e, attraverso gli occhi della mente, arriva alla causa prima, a Dio, presente in ogni cosa come Essere e fondamento primo e ultimo del reale.
Registrando e accostando esperienze sensibili, il soggetto può procedere a unificare le informazioni formulando un giudizio: esso avviene per mezzo della ragione che astrae da qualunque contingenza, marcando il passaggio dagli organi di senso all’intellezione. Ma ciò che è avulso da qualunque contingenza, ricorda Bonaventura, non può essere che Dio o in Dio; «se dunque tutto ciò che con maggiore certezza noi giudichiamo, lo giudichiamo per mezzo di tali leggi, allora è chiaro che Dio è ragione di tutte le cose e regola infallibile e luce di verità»[2].
Si scorge una prodromica eco cartesiana, in questa visione del divino come avallo metodologico del giudizio corretto; ma il passo di Bonaventura, a differenza di quello compiuto da Cartesio quattro secoli più tardi, non precipita nella conseguenza di asserire che ogni cosa, in nome di tale avallo, possa essere compresa unicamente con le armi del razionalismo matematizzato.
Più oltre nell’Itinerario, per esempio, torna a affacciarsi la questione dell’Essere come fondamento primo e ultimo, secondo un impianto aristotelico che Bonaventura ebbe in ordine implicito di seguire.
Se dunque il non-essere non può essere inteso se non per mezzo dell’essere, e l’essere in potenza se non attraverso l’essere in atto; e se l’essere designa lo stesso atto puro dell’essere, ne consegue che l’essere è ciò che per primo pensiamo, e questo essere è atto puro. Ma questo non è identificabile con un essere particolare, che è limitato, misto di atto e potenza; né con l’essere analogo, poiché questo non solo non è in atto, ma non esiste affatto. Ne consegue dunque che quell’essere è l’essere divino[3].
L’Essere, come atto puro, è il primo pensiero pensato che, in quanto avulso da qualsiasi contingenza, è Essere divino. Come la luce, che irradia le cose senza mostrarsi in se stessa, allo stesso modo l’Essere rifulge nei segni del mondo e richiama a esso l’intelletto.
In questa ontologia irrompe nondimeno un coefficiente: la figura del Cristo, che morto in croce riassume immanenza e trascendenza e getta una corda di contatto tra aldiquà e aldilà.
Egli e symbolus, terzietà che ricorda il passaggio e avverte l’uomo che tutto, in questo mondo, è rinvio a qualcosa di Altro che trascende il tempo e la carne. Ma per comprendere il transito e in quale modo esso avvenga, e dunque in quale modo l’uomo percepisca il contatto con qualcosa di oltre, non può tornare in ausilio la razionalità matematizzante. Al contrario lo ricordano «lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza»[4].
Ebbene tutta la realtà parla di Dio, dell’Essere, del fondamento primo e ultimo delle cose, mentre la pluralità dei suoi segni costella il mondo materiale e definisce il tempo e lo spazio. La totalità può dunque essere colta dall’intelletto che accetta quello scarto di mistero, del quale Cristo è simbolo e nella passione rammenta il travaglio della verità verso l’Essere del Padre. È in questo modo che ognuno scorge di partecipare dell’Essere, che è eterno e infinito, assurgendo allo stato di uomo nel modello di Cristo e delle sue sofferenze.
E attraverso Cristo crocifisso l’uomo in quanto uomo, essenzialmente rivolto all’Essere suo proprio fondamento, passa «da questo mondo al Padre»[5].
[1] San Bonaventura, Itinerario della mente in Dio, trad. it. S. Martignoni, O. Todisco, Città Nuova Editrice, Roma, 1993, p. 40.
[2] Ivi, p. 58.
[3] Ivi, p. 81.
[4] Ivi, p. 97.
[5] Gv 13,1.
Per vedere tutti gli articoli di Cristologia che Passione clicca qui.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2020






L’Essere che è atto puro, avulso da qualunque contingenza, saldo in se stesso, incondizionato, come può essere fondamento, condizione dei contingenti, condizionati, altri dell’Altro che li trascende fondandoli?
Non può essere che il medium, questo Cristo e il mistero siano figure, come altre, del Padre? Esse oltre a essere se stesse, si fanno segno di altro, rinviando alla genericità, che include i particolari.
Questi particolari tuttavia nell’essere “figli” del Genitore, il Genere, non sono così generati da quello. Bensì sono anch’essi generici o generi, a tutela del fondamento primo e ultimo che si trova così interamente presso di sè in ogni generico particolare.