APPUNTI SPARSI
Scrive Pirandello in Uno, nessuno e centomila: «In astratto non si è. Bisogna che si intrappoli l’essere in una forma […] che l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà»[1]. Un concetto che rivela in modo embrionale due riflessioni oltremodo feconde e massimamente dense per portata concettuale: quella ontologica, legata all’Essere e alle sue forme, e quella sociale e politica, legata al relativismo e alla libertà.
Immaginare delle traiettorie di pensiero a partire da simili premesse, dunque, è un modo per ricucire attorno a una stessa linea due questioni solo apparentemente divergenti. I primo luogo, dal punto di vista ontologico, il cuore del ragionamento sta tutto nella asserzione che descrive l’Essere come intrappolato in una forma. Che cosa significa ciò? O almeno, cosa può suggerire? che quella forma è il simbolo, il quale a propria volta è intrappolato nella contingenza, nella finitudine.
La materia, l’estensione, è perciò stesso simbolo. In quanto tale, è un segno dell’Essere infinito e avulso da qualunque contingenza, che attraverso la pluralità di segni si manifesta all’individuo capace di coglierne le relazioni invisibili e la corrispondente totalità. Un passaggio, questo, che forse richiede un’intuizione e non un ragionamento, un’epifania e non un sillogismo. Ma resta indubbio come nel tempo eternamente presente della simultaneità e della tecnica, la scomparsa dei simboli (intesi appunto come segni in grado di raccordare il soggetto con le profondità spaziali, temporali e concettuali) corrisponda alla scomparsa della materialità.
In ogni caso il passaggio del romanzo invita a un’altra riflessione, più manifestamente intersecata alla questione storica e sociale: quella del relativismo. Se ognuno configura una certa visione della realtà sulla base delle forme conferite alle cose – e tale conferimento è orientato dalla struttura biologica, storica e sociale – come sono possibili il giusto e l’assoluto? e dov’è la libertà che tanto ha agitato l’esistenza degli uomini?
Quesiti antichi, niente di nuovo. Ma proprio per questo ineludibili e degni di essere affrontati. Il gusto patologico e follemente maniacale della novità ha distolto lo sguardo dalle questioni ancestrali, le sole che da sempre accompagnano l’uomo nel cammino. Ecco perché dimenticarsi di esse equivale, di fatto, a dimenticarsi dell’uomo e della sua storia, del suo passato e (del destino) del suo avvenire. Un destino segnato dal limite ineluttabile della morte, che disegna i confini biologici e ontologici del soggetto e gli concede perciò stesso la libertà, che può essere tale unicamente entro i limiti. Una libertà che diventa possibile non già nella necessità della biologia, ma nell’ontologia dell’Essere e delle sue forme, i simboli, che scandiscono il percorso e organizzano il mondo storico e sociale.
[1] L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila (1925), Crescere Edizioni, 2018, pp. 60-62.
@ILLUS. by, AGUABARBA , 2020





