IL DOPPIO RIFLESSO: IL PHANTOMATICO E IL FANTASMATICO
– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse.
– Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
– Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
– Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, p. 3
Un gesto quotidiano. Guardarsi nello specchio. Specchiarsi. Chi non si è mai specchiato? Chi non ha mai provato a imbellettarsi per un appuntamento galante mirandosi e rimirandosi in uno specchio? «Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame»? In effetti, una delle caratteristiche maggiormente apprezzabili dello specchio è la certezza della risposta: la risposta arriva e sempre. Questo ha un forte grado consolatorio. Tuttavia, non sempre, o per lo meno non necessariamente, la risposta alla domanda trova esito positivo. La risposta ricevuta potrebbe anche non piacere, essere sconcertante e sconvolgente; l’immagine riflessa non mente mai e difficilmente sbaglia: ci doppia, ci duplica. Ne sa, di noi, e ne sa molto. Per questo spesso non ci fa piacere. Sa ciò che noi sappiamo (perché lo sappiamo anche noi), sa ciò che noi non sappiamo (perché non lo sappiamo neanche noi) e non sa ciò che noi non sappiamo (perché non lo sappiamo nemmeno noi). Ma sa ciò che noi sappiamo di sapere, ma che non vogliamo a tutti i costi sapere (e che noi, fingendo, ma non sapendo di fingere, nascondiamo). Voce della coscienza: meglio, voce dell’inconscio.
Per questo il doppio è sempre stato circondato da un alone di repulsione e terrore: è esattamente quello che noi sappiamo essere, ma che facciamo di tutto per non essere. Quello che non sappiamo di essere e che in fondo è proprio ciò che sappiamo di essere. L’immagine del nostro doppio ci duplica nell’istante stesso della sua comparsa. Quell’immagine riflessa si stacca dal nostro corpo incidendolo nella fessura della lama, lo taglia e lo trapassa nell’iconicità statica del suo sguardo sacro (ricordiamoci delle icone russe); è l’autoepifania eteroclita, ripiegata nei riflessi incondizionati (perché non più sottomessi al condizionamento della forma formata che si suppone il riflettente), di un nuovo dis-ordine di senso, di uno squilibrio del bilanciere e di un ribaltamento d’agente: colui che è specchiato non è riflesso di chi si specchia, ma, all’inverso, è lo specchiante riflesso dello specchiato. Ecco la duplicazione: tra il non sapere e il sapere, tra lo specchiante e lo specchiato, il soggetto si trova soggetto dello sguardo impietoso e ieratico dell’altro che è sé.
Un gradino. È la gradazione della riflessione che nel riflesso si fa pensiero, si fa riflessione e differimento, distanziamento e interruzione. È la portata traumatica della speculazione che incrina nella specularità affermandone il valore: il braccio alzato allo specchio è il sinistro, il braccio nello specchio, dello specchio è il destro. Ecco allora il senso della speculazione come riflessione: pensiero che schiva il fondamento dell’Uno immobile, che sfronda gli uni-monadi senza finestre. E i gradini sono quelli della scala a chiocciola della crescita ascendente o discendente che si avvita e che (non) ritorna, che ruota e prosegue. La speculazione è così il riconoscimento della disimmetria, della piega che si ri-piega, che (non) ritorna, che solleva e sposta. Speculare è riflettere nell’autonomia della riflessione, nel libero gioco dei riflessi che (si) riflettono autonomamente. La speculazione è un pensiero che si fa nella vita, che si fa vita e che non può realizzarsi che nell’incontro con il doppio sdoppiato del duplice soggetto: avrà pensato questo Jorge Luis Borges quando, settantenne, nel febbraio 1969, a Cambrigde, incontrò sul Rodano, a Ginevra, il giovane Jorge Luis Borges, ventenne. E da quell’incontro su di una panchina il gradino della scala speculativa ha segnato il doppio taglio del taglio del doppio:
[m]ezzo secolo non passa invano. Attraverso quella conversazione fra persone dalle letture miscellanee a dai gusti differenti, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo diversi e troppo simili. Non potevamo ingannarci, e questo rende difficile il dialogo. Ciascuno era la copia caricaturale dell’altro» (Il libro di sabbia, p. 17).
Doppio del doppio, doppio taglio del taglio del doppio che sancisce la differenza e l’uguaglianza, la doppia relazionalità che si doppia e fa quattro: forma della solidità logica pitagorea.
Logica che si esplica nella complicazione della duplicazione dell’immagine riflessa: φαντασία (fantasia), immagine allo specchio. In gioco è la natura stessa della soggettività che, a sua volta, si duplica nell’immaginario logico-grammaticale del soggetto: soggetto dell’azione, soggetto all’azione. È la logica stessa del rispecchiamento che duplica il soggetto. E tale sdoppiamento comporta l’inversione del riflettente con il riflesso da una parte e dall’altra il riflesso impossibile come autentico rispecchiarsi. Di qui Vitangelo; di là Borges.
Difatti, il protagonista di Uno, Nessuno e centomila sente tutto lo straniamento possibile e immaginabile nel constatare la non perfetta adeguazione dell’immagine allo specchio con quella supposta riflettente. Lo scontro che ha generato l’incontro (duplicato in soggetto e complemento oggetto della proposizione) ha minato le fondamenta della soggettività del povero Vitangelo che si è ritrovato scomposto in molteplici punti di fuga di eccentricità spasmodica (atteggiamenti paranoici e persecutori, fuga senza fine) e il riflesso si è rifratto nella mancanza di riflessione, si è fatto cerebrale e pensoso, cartesiano nel dualismo manicheistico dell’io e del non-io. Ma il doppio riflesso è il ribaltamento della logica della speculazione, il cui ribaltamento altro non sarebbe che la docile vertigine della riflessione. E
volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo vedevano e lo conoscevano (Uno, nessuno e centomila, pp. 15-16)
quel “lo” che si celava nello specchio, quel “lo” che Vitangelo non “lo” era, per sé, ma che “lo” era, eccome per gli altri. Quel “lo” lo evitava perché ne riconosceva la propria proiezione, che gli altri vedevano e “lo” constatavano meglio di lui. Quel “lo” evitato, eppure cercato, quel “lo” scrutato e annientato, quel “lo” riflesso a poco a poco si è fatto sostanza e il soggetto lo ha incarnato, lo ha introiettato, lo ha assunto assumendone le sembianze: il soggetto ne è divenuto soggetto. Riflesso senza riflessione (pensosità del Cogito): il soggetto si è fatto phantomatico.
Eppure, «[l]a realtà pensata è la verità dell’alienazione del soggetto, è il suo rigetto nel disessere, nell’”io sono” rinunciato» (Lacan, Altri Scritti, p. 354). Nella manifestazione dell’adeguamento dell’essere al pensiero, anzi dell’essere al dire l’essere, al dire che dice l’essere, si rivela il dis-essere, quell’essere detto, rinunciato nella sua diaforicità, quel riflesso del cerebrale che cerca una comunicazione impossibile mascherandola da dialogo interiore. Ecco che la considerazione, forse un po’ deludente, forse un po’ saggia del vecchio Borges può se non liberarci, quanto meno aiutarci a distinguere il phantomatico. Perché il vecchio Borges riabilita di un colpo, tirandosi indietro, la speculazione e quella differenza, quel gradino, quello scivolamento: la logica del doppio, doppio taglio del taglio del doppio, lascia il riflesso come l’estraneo, l’autonomo rispecchiarsi di ciò che non è né uno né nessuno né centomila, quel famigliare oscuro e indipendente, il cui rispecchiarsi si libera e si sgancia dall’acquiescenza del rapporto uno a uno dello specchiato. Si fa due, il due scontroso del reale: fantasmatico.
L’edizione a cui ho fatto riferimento per il famoso romanzo di Luigi Pirandello e curata da Nino Borsellino e Pietro Milone è Uno, nessuno e centomila, Garzanti, Milano 1993.
Il passaggio tratto dai racconti fantastici di Jorge Luis Borges intitolato L’altro è inserito nel volume di racconti curato da Tommaso Scarano e tradotto da Ilide Carmignani Il libro di sabbia, Adelphi, Milano 2018, pp. 11-19.
La citazione di Lacan è tratta dall’intervento Della psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà, inserito nell’edizione curata e tradotta da Antonio Di Ciaccia di Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, pp. 347-355.
@ILLUS. by LESDESSINDADELIE, 2019
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