LA FINE DELLE FORME
Era il 1979, quarant’anni fa, quando Jean-François Lyotard diede alle stampe La condizione postmoderna. Un’opera concepita come rapporto sul sapere nelle società avanzate, ma che diventò in qualche maniera il punto di abbrivio di una direttrice filosofica e culturale definita appunto postmodernismo. In estrema sintesi, quella lyotardiana è una sorta di diagnosi che parte da una premessa:
La grande narrazione ha perso credibilità, sia che si tratti del racconto speculativo, sia di racconto emancipativo. Questo declino del narrativo può essere interpretato come effetto del decollo delle tecniche e delle tecnologie a partire dalla seconda guerra mondiale […] oppure del rinnovato sviluppo del capitalismo liberale […][1].
Lyotard considerò in quale modo le narrazioni, intese come sistemi di pensiero con esplicito riferimento a quello idealista e quello illuminista, avessero perso legittimità nel tempo delle nuove tecnologie e del capitalismo liberale. Non esiste più alcuna interpretazione del mondo plausibile con quegli schemi desueti, sembra sentenziare Lyotard: la realtà non è più sistemica, né concepibile con i paradigmi del passato. «Il principio di un metalinguaggio universale è rimpiazzato da quello della pluralità dei sistemi formali e assiomatici»[2]. La tecnica e la tecnologia hanno disgregato il principio della realtà intesa come totalità storica, hanno sostituito il particolare a qualunque universale, hanno scompaginato le fissità delle grandi narrazioni come il tempo e lo spazio. Attraverso gli apparecchi e i dispositivi, per esempio, è il mondo a raggiungere il soggetto e non il contrario, con una mossa che determina in qualche modo un appiattimento, fine della distanza e della trascendenza.
È ragionevole pensare che la moltiplicazione delle macchine per il trattamento delle informazioni investe ed investirà la circolazione delle conoscenze […] Se ne può trarre la previsione che […] l’orientamento delle nuove ricerche sarà condizionato dalla traducibilità in linguaggio-macchina degli eventuali risultati[3].
Non più miti e narrazioni, non più principi comunitari o paradigmi metafisici: quello che le conoscenze dovranno assecondare per imporsi come legittime è il principio di traducibilità. Una conseguenza, questa, che orienta forzatamente non già verso una differenziazione delle conoscenze stesse, bensì verso un ugualitarismo aberrante, dove ogni cosa, in virtù della propria trasponibilità, viene consegnata ai vocabolari della tecnica e dell’informatica. Quello che non si può tradurre, che non può avere stretta attinenza con queste dimensioni, diventa invece obsoleto, delegittimato, inutile e infine marginalizzato.
In questo senso, parlare di fine della postmodernità è inadeguato. Quella di Lyotard è stata la diagnosi di una trasformazione che ancora mostra i propri risvolti. Oggi più che mai la questione tecnica e tecnologica incrocia quella sociale nel quadro del capitalismo liberale, trasformando la realtà in quella che un filosofo come Jean Baudrillard avrebbe definito iperrealtà, la fase «dell’allucinante somiglianza del reale a se stesso»[4]. Sono le immagini, in particolare le immagini prodotte tecnologicamente che circolano e fluidificano il sistema capitalistico dei consumi, a riprodurre il reale in una versione artata e desimbolizzata. Le forme che un tempo definivano le «narrazioni», come le religioni, le ideologie politiche o i principi di autorità, non esistono più. E questo perché, in estrema sintesi, non possono essere tradotte nei linguaggi della tecnica e della tecnologia. Manca insomma del tutto la componente simbolica e trascendente, il sistema ha lasciato posto alla rete, uno spazio orizzontale e potenzialmente infinito nelle cui maglie restano impigliati gli uomini del mondo iperreale. È piuttosto a questo proposito che il pensiero di Lyotard incappa in una criticità:
Quanto all’informatizzazione della società, si vede infine come essa coinvolga questa problematica. Essa può divenire lo strumento “sognato” del controllo e della regolazione del sistema di mercato, esteso fino al sapere stesso, e retto esclusivamente dal principio di performatività. Essa comporta allora inevitabilmente il terrore. Ma essa può anche servire i gruppi di discussione sulle metaprescrizioni dando loro le informazioni di cui per lo più difettano per decidere con cognizione di causa. La linea da seguire perché la biforcazione si risolva in quest’ultimo senso si riduce ad un principio assai semplice: il pubblico deve avere libero accesso alle memorie ed alle banche dati[5].
Ebbene condurre il pubblico alla libera fruizione delle memorie e delle banche dati è quello che è accaduto. Nondimeno, invece che determinare una concreta emancipazione, ciò ha piuttosto sgretolato la comunità in una somma di individui atomizzati e massimamente manipolabili. Gli apparecchi e la tecnologia hanno compresso il reale fino al punto di farlo scomparire, schiacciandolo fino a inglobarlo nella bidimensionale virtualità degli schermi, dove ciascuno ricostruisce il proprio cosmo in solitudine e disimparando il rapporto con qualunque alterità. La simultaneità vince sulla distensione temporale, l’onnipresenza sulla spazialità, l’uniformità linguistica sulle sfumature e sulle sottigliezze. Un aspetto, questo, che porta a inferocire gli animi, ormai incapaci di tollerare qualunque differenza in un mondo senza distanze; ma anche a linguaggi impoveriti e omologati: sulle piattaforme si sovraespongono voci di ogni tipo e la critica, che per raggiungere efficacia e puntualità richiede lentezza e mediazione, risulta depotenziata o annichilita o equiparata agli strepiti del chiacchiericcio diffuso.
La postmodernità è quindi una condizione mai finita. Il secolo XXI è quello della rete contro il sistema, dove la profondità, la lentezza e il silenzio rappresentano un impedimento al flusso del denaro, delle immagini e di tutto quello che definisce la iperrealtà. La febbrile adrenalina del mercato è diventata, per osmosi, adrenalina degli uomini condannati a vivere un’irrealizzabile promessa di felicità, come ormai insegnano i principi elementari della sociologia applicata al mondo dei consumi. E la postmodernità finisce per identificare quella condizione priva di simboli e trascendenza entro la quale anche la socialità perde i propri connotati e la propria tridimensionalità, diventando elastica fino alle estreme conseguenze, come la dissoluzione di qualunque principio di autorità o di qualunque differenza generazionale.
Finite le grandi narrazioni, è tempo delle piccole, brutte storie.
@ILLUS. by SERANALLA, 2018
[1] J.F. Lyotard, La condition postmoderne: rapport sur le savoir (1979), trad. it. C. Formenti, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 2014, p. 69.
[2] Ivi, p. 79.
[3] Ivi, pp. 11-12.
[4] J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort (1976), trad. it. G. Mancuso, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 85.
[5] J. F. Lyotard, op. cit., pp. 121-122.





