IL VINCOLO DI CUPIDO E IL FILOSOFO FURIOSO
Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
in viva morte morta vita vivo!
Amor m’ha morto (ahi lasso!) di tal morte,
che son di vita insieme e morte privo.
Voto di spene, d’inferno a le porte,
e colmo di desio al ciel arrivo:
talché suggetto a doi contrarii eterno,
bandito son dal ciel e da l’inferno.
Non han mie pene triegua.
Perché in mezzo di due scorrenti ruote,
de quai qua l’una, là l’altra mi scuote,
qual Ixion convien mi fugga e siegua,
perché al dubbioso discorso
dan lezïon contraria il sprone e‘l morso.
Questi versi, che danno forma a un sonetto in endecasillabi e settenari, sono tratti dal secondo dialogo della prima parte degli Eroici furori di Giordano Bruno. L’opera in questione, redatta dal filosofo nolano nel 1585 durante il suo soggiorno in Inghilterra, costituisce una mirabile dimostrazione della ricchezza stilistica che caratterizza i lavori filosofici e letterari del tardo Rinascimento. All’interno del trattato, infatti, si amalgamano felicemente la dissertazione filosofica, l’emblematica e, com’è ovvio, la poesia didascalica.
Il presente sonetto, lungi dall’essere una semplice celebrazione dell’amore volgarmente inteso, viene utilizzato da Bruno per illustrare i titanici effetti del vincolo di Cupido, considerato dai filosofi e dai maghi rinascimentali (e Bruno può di fatto essere annoverato in entrambe le categorie) il vincolo sommo, base e sostrato necessario per ogni altro tipo di legatura. Lo testimonia il ruolo privilegiato che esso occupa all’interno di un altro trattato bruniano, questa volta facente parte del corpus delle cosiddette opere magiche, ovverosia il De vinculis in genere. Qui il vincolo di Cupido viene presentato in questi termini:
Abbiamo spiegato nel nostro trattato sulla magia naturale come tutti i vincoli si riconducano al vincolo d’amore, ne dipendano, riposino in esso. A chi tenti di gettare i suoi vincoli attraverso le trenta specie di nodi sarà facilmente manifesto come l’amore costituisca il fondamento di tutti gli affetti: chi non ama niente, infatti, non ha di che temere, sperare, gloriarsi, insuperbirsi, osare, disprezzare, accusare, scusare, umiliarsi, emulare, adirarsi e aprire la porta ad altri sentimenti del genere.
Il potente vincolo di Cupido, dunque, deve la propria efficacia all’affetto primario che ne veicola l’azione e domina tutti gli altri possibili vincoli magici: l’amore. Ciò detto, prima ancora di inoltrarsi in una più minuziosa analisi dei versi degli Eroici furori sopracitati, non sarà inopportuno chiarire alcuni aspetti della mentalità rinascimentale e illustrare come e perché proprio l’amore costituiva un punto saldo della weltanschauung degli intellettuali di quell’epoca.
La visione cosmologica gioca, in tutto ciò, un ruolo fondamentale. In che tipo di mondo pensavano di vivere i rinascimentali? A questa domanda risponde in maniera puntuale Marsilio Ficino, che suggerisce ai propri lettori di immaginare una serie di sfere concentriche, al cui centro sia posta la Bontà divina, fonte e origine di tutto il creato. Attorno ad essa, attraverso un processo di emanazione, si sviluppano quattro sfere; rispettivamente quelle della Mente Angelica (sede delle idee), dell’Anima del Mondo (considerata come il legame di tutte le anime individuali in un’unica entità metafisica), della natura e della materia. Le quattro sfere vengono infine intersecate da un raggio che trae origine dal primo fonte, ovvero Dio, e che si identifica con la Bellezza. Così Ficino:
Già dunque possiamo apertamente intendere, per qual cagione li antichi teologi la Bontà nel centro e la Bellezza nel cerchio pongano. La Bontà di tutte e cose è uno Dio, per il quale tutte son buone: la Bellezza è il raggio di Dio, infuso in que’ quattro cerchi, che intorno a Dio si rivolgono. Questo raggio dipinge in questi quattro cerchi, tutte le spezie di tutte le cose: e noi chiamiamo quelle spezie, nella Mente Angelica, idee: nell’Anima, ragioni: nella Natura, semi: e nella Materia, forme.
La Bellezza è dunque l’elemento unificatore dei quattro piani della scala dell’ente e, oltre a ciò, costituisce anche il vero e proprio motore del divenire, poiché ogni essere, spinto da essa, tenderà naturalmente ad elevarsi verso la sfera a lui più prossima. In questo modo, animato da un amoroso slancio interno, l’essere tenderà dalla materia bruta alle forme armoniose della natura, per poi volgersi all’unità metafisica dell’Anima del Mondo fino alla sfera delle idee angeliche, all’immediato cospetto di Dio. La Bellezza, e l’amore come suo diretto vassallo, costituiscono perciò un elemento cardinale all’interno della visione rinascimentale del mondo.
Alla luce di tutto ciò i versi di Bruno acquisiscono un senso rinnovato, poiché l’amore che ne costituisce l’oggetto è proprio questo architrave cosmologico che corrobora e pervade ogni aspetto del creato, fungendo da collegamento tra i vari piani della scala ontologica.
All’interno degli Eroici furori Bruno delinea due particolari figure archetipiche. Una è ovviamente quella del furioso eroico, mentre l’altra è quella del sapiente. Quest’ultimo viene descritto come colui che, imperturbabile, contempla e comprende le vicissitudini mondane dominate dal sempiterno alternarsi dei contrari. Luce e ombra, vita e morte, bene e male, ogni coppia di contrari assume per il sapiente un carattere di rassegnata necessità; egli si pone nel punto mediano tra di essi col disincanto tipico della vis contemplativa. Questo atteggiamento permette al sapiente una profonda penetrazione intellettuale delle cose, ma lo rende del tutto indifferente a esse e, perciò, completamente alieno al vincolo di Cupido. Il suo approccio al vero sarà indubbiamente proficuo, ma non del tutto esaustivo. La carenza amorosa lo priverà infatti di quell’afflato che solo può condurre alle sfere superne della scala dell’ente. Ben diverso è l’atteggiamento del furioso, il cui slancio erotico verso la verità viene splendidamente tratteggiato nei versi in apertura. A differenza del sapiente, che tende a occupare una regione equidistante da ogni coppia di contrari, il furioso è colui che si abbandona al flusso della vicissitudine e si lascia letteralmente sconquassare dagli opposti concedendosi all’azione vivificatrice del vincolo di Cupido. E cosi “in viva morte morta vita vive”, di fatto partecipando contemporaneamente ai due opposti ed essendo “di vita insieme e morte privo”. Alla meditabonda virtù del sapiente esso oppone il turbolento vizio dell’amore eroico, che lo traspone in una dimensione di “disquarto e distrazione di sé”, per usare una delle più colorite espressioni di Bruno.
I versi del sonetto non sono altro che una vivida descrizione della passione lacerante di cui il furioso si fa portatore nel suo cammino verso la verità. L’immagine, molto forte ma certamente evocativa, delle due ruote che ne scuotono le membra, richiamando il supplizio inflitto dagli dei a Issione, rende in maniera plastica l’idea di quel “disquarto” che conduce al primo fonte di tutta la conoscenza. Solo il furioso, rifiutando la staticità mediana del sapiente e divenendo araldo di Amore può sperare di ascendere alle sfere superiori fino al centro ultimo dell’universo. La contemplazione di Dio è il destino di tutti coloro che, lungi dall’abbracciare la via della semplice adeguazione mondana, sono pronti a rinunciare a sé stessi e a farsi “morti in vita”, ma solo per poter essere infine più vivi che mai nell’abbacinante luce della verità ultima.
La lezione bruniana colloca dunque l’amore al centro nevralgico dello sforzo filosofico, restituendo alla filosofia il suo carattere originale di amore per la conoscenza e riconoscendo all’intelletto un ruolo decisivo ma subordinato. Il vero filosofo non dovrà limitarsi alla contemplazione intellettuale del reale, bensì lasciarsi trascinare dal proprio estro “erotico” e divenire così il passionale furioso eroico.
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@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2020





