JOKER, LA RISATA: DA HUGO AL CINEMA (Joker Parte I)
Nel 1928 esce nelle sale il film muto L’uomo che ride, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, di produzione statunitense ma in realtà puramente tedesco nell’anima. Il regista e l’attore protagonista, rispettivamente Paul Leni e Conrad Veidt, sono infatti esponenti dell’Espressionismo tedesco. Veidt, chiamato in sostituzione del più famoso Lon Chaney, interpreta Gwynplaine, sfortunato bambino rapito in giovane età dalla sua nobile famiglia per essere sfregiato e usato come fenomeno da baraccone da una banda di masnadieri. Lo sfregio viene definito bucca fissa usque ad aures, un sorriso perenne e innaturalmente mostruoso che Gwynplaine è costretto a sfoggiare qualunque sia la sua reale emozione. Un sorriso che è una ferita inflitta dagli altri, per futili e sporchi motivi. L’iconografia mostruosa tradisce nella memoria collettiva la bontà intrinseca del personaggio di Gwynplaine, che diventa l’ultimo prodotto del talento tedesco per la creazione di incubi visivi su gambe, sconvolgendo il pubblico più che commuoverlo. Tra gli sconvolti, figurano i tre futuri creatori del Joker, Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, che cercando un’ispirazione visiva per il freak of the week dell’ancora giovanissimo Batman arrivano a due icone: il joker (o jolly) delle carte da gioco, un buffo giullare stravagante e lezioso, e l’uomo che ride del film, con il suo orribile sorriso scolpito in un volto inumano, parente e opposto se vogliamo dell’Urlo di Munch. Da una parte, un uomo pipistrello creatura della notte, dall’altra un pagliaccio gangster creatura della notte della ragione. Entrambi hanno come arma principale la paura verso l’oscuro e l’irrazionale che accomuna criminali ed innocenti, nonché la tendenza a ricorrere alla violenza per ottenere ciò che vogliono.
La storia prettamente fumettistica del personaggio iniziata quell’anno e che ancora non si è conclusa ottant’anni più tardi ha visto il proliferare di tanti, tantissimi Joker, ma mantenendo il centro concettuale orientato lungo tre direttrici principali: follia, comicità, violenza. Parleremo qui dei Joker cinematografici, e vedremo come si sono orientati questi specifici Joker.
Il primo Joker cinematografico esordisce nel Batman del 1966, diretto da Leslie Martinson. Il film è la trasposizione della omonima serie televisiva di grande successo che ha fatto esplodere la popolarità del personaggio protagonista negli Stati Uniti. L’universo narrativo del film e della serie è un coloratissimo lunapark in cui tutti i personaggi, buoni o malvagi, sono buffi pagliacci sopra le righe con una gran voglia di tirare pugni in aria in direzione dell’avversario. Il Joker interpretato da Cesar Romero è il più riconoscibile tra loro, con il suo cerone bianco a coprire malamente i baffetti da latin lover che mai l’attore avrebbe acconsentito a tagliarsi e la sua risata caratteristica. Se il Joker di Ledger che analizzeremo più tardi chiede “perché sei così serio?” il pubblico di oggi chiede al film di Martinson “Perché sei così ridicolo?”. Il Joker di Romero si diverte come un matto senza sembrare effettivamente così matto a ordire un piano matto insieme ai suoi colleghi super cattivi e super matti, in una baraonda di risate e onomatopee su schermo. L’uomo che ride è l’uomo che fa ridere, riderebbe anche Batman se non avesse la faccia inespressiva di Adam West, probabilmente. Delle tre direttrici, la follia è quella del film in generale, la comicità è quella di vedere un pagliaccio da festa di compleanno venire lanciato contro muri in cartongesso da un uomo in calzamaglia, la violenza è quella di un martello di gommapiuma che fa boink quando colpisce qualcosa.
Nulla ci viene detto delle sue origini, ma del resto non ci viene neanche detto come facesse Batman ad aver progettato un Bat-spray antisquali. Dei due il vero mistero è sicuramente il secondo. Possiamo immaginare questi Batman e Joker come Grattachecca e Fichetto dei Simpsons nella loro sigla: immobili su uno sfondo colorato, uno dà una martellata all’altro, l’altro risponde con un’altra martellata, in un ciclo eterno tanto ridicolo quanto insensato.
Partendo da un’immagine mentale simile, Alan Moore scriverà The Killing Joke, il fumetto che più di ogni altro ha contribuito alla concettualizzazione oggi comunemente accettata del Joker e del suo rapporto con Batman, influenzando tutti i prossimi film di cui parleremo.
Nel 1989 esce Batman, diretto da Tim Burton. Il Joker è qui interpretato da Jack Nicholson, e le sue origini sono narrativamente importanti quanto quelle di Batman, visto che sono una la diretta conseguenza dell’altra: il criminale Jack Napier uccide i genitori di Bruce Wayne, traumatizzandolo quel tanto che basta a trasformarlo in età adulta in Batman. A insaputa di entrambi, Batman fa cadere accidentalmente in una vasca di prodotti chimici lo stesso Jack Napier, il quale inferocito per il tradimento del suo boss mafioso e per le orribili cicatrici rimaste sul suo volto assumerà l’identità del Joker. La fatalità della doppia origine concatenata è quella dell’eterno ritorno, della violenza che chiama violenza. Nessuno dei due ha mai avuto veramente una scelta.
La follia del Joker di Nicholson non è accentuata come potrebbe farci pensare il suo interprete (più volte nella sua carriera chiamato a esplorare menti incrinate): è innanzitutto un gangster violento, poi un grottesco narcisista che ammanta le sue azioni criminali di quel tanto di follia che basta per sembrare più di un criminale comune. I suoi obiettivi sono il potere sulla città di Gotham e la vendetta verso chi l’ha ridotto in quello stato, e per raggiungerli decide di ricorrere a piani apparentemente folli ma in realtà lucidissimi, come quello di screditare Batman presso l’opinione pubblica e di usare i media per rinforzarsi.
Non vuole distruggere la società e le sue convinzioni, vuole manipolarle per raggiungere i suoi scopi individualistici e capitalisti e non è un caso che il suo piano abbia come mezzo la pubblicità in televisione, il simbolo più tangibile del capitalismo sociale. Non mancano poi azioni del tutto populiste come il lancio di banconote sulla folla e l’attacco alle alte sfere della città. Nella celebre scena del museo, Joker si autodefinisce un artista dell’omicidio, in quanto per lui fare arte vuol dire fare qualcosa fino in fondo senza dare peso alle possibili conseguenze negative per gli altri. Non è pazzo, ma è l’unico disposto a scendere il più in basso possibile. A conti fatti, il film più volte ci indica come folle e avulso dalla società e dai suoi valori un altro personaggio: Batman. Non è un caso che Vicky Vale, l’interesse romantico di Batman in questo film, dica al suo alter ego Bruce Wayne che molti ritengono folle un uomo vestito da pipistrello che pesta criminali comuni; al che Batman risponde che forse questo succede perché è il mondo stesso ad essere folle.
Il successo incredibile per gli stessi produttori de film contribuisce insieme alle ormai consolidate direzioni artistiche del fumetto a fissare nell’immaginario collettivo il Joker come un sadico criminale, folle e narcisista, pronto a qualsiasi genere di violenza pur di trasformare il mondo intorno a sé in un mondo di divertimento: il caos è divertente, l’ordine sociale no. A lui vengono attribuite tutte quelle azioni nefaste destinate a scuotere veramente la continuity delle storie di Batman.
Per rivedere il personaggio al cinema si deve aspettare il 2008 con il film Il cavaliere oscuro, del regista Cristopher Nolan. Il film è un successo annunciato ancor prima di arrivare nelle sale, grazie sia al buon successo del precedente Batman Begins sia all’aura maledetta gettata sul film dalla tragica morte di Heat Ledger, il nuovo interprete del Joker, poco dopo la fine delle riprese. In molti, compreso Jack Nicholson, diranno che lo stress attoriale per entrare nella mente di un personaggio così contorto abbia influito sulla morte del giovane.
Il Joker di questo film è figlio della visione registica di Nolan riguardo all’intera trilogia: spogliare Gotham City, Batman e i suoi avversari della fantasia immaginifica del fumetto, eliminando quanto più possibile le influenze gotiche e pulp in favore del crime e del noir. Il look stesso del Joker fa a meno dell’improbabile tuffo nelle sostanze chimiche, spiegando la faccia bianca e i capelli verdi con un semplice ricorso al trucco, e il sorriso disumano a una mutilazione probabilmente autoinflitta. Un anti-Gwynplaine. Il messaggio è chiaro: Joker era un uomo normale che per motivi ignoti ha deciso, con un atto di pura libera volontà, di trasformarsi nell’incarnazione del caos. La follia è qui lucidissima, tanto da non esternarsi in molto altro che non sia uno strano modo di parlare e il totale rifiuto per le regole delle convenzioni sociali. L’irrazionalità è bandita, e anche un gesto assurdo come il bruciare un’enorme quantità di denaro viene giustificata dicendo che serve a mandare un messaggio, un messaggio nichilista di distruzione dei valori. Tra i Joker del cinema, nessuno è nietzschiano come quello di Ledger: non è un caso che dica a un certo punto che l’unica cosa che gli interessi comprare sia la dinamite.
Il film non cerca in nessun modo di far empatizzare il pubblico con il personaggio Joker, che è completamente disumanizzato in quanto privo di qualunque emozione o debolezza umana. Nel pur realista all’eccesso o realisticista mondo di Nolan, Joker sembra più un dio trickster interessato a divertirsi alle spalle dei mortali più che un criminale impazzito, un tentatore che cerca di tirare fuori il peggio di ognuno per puro spregio di quanto sia importante e giusto per ciascuno, un malvagio Bugs Bunny appassionato di travestimenti che può essere chiunque e in qualunque luogo. Il suo interesse nel vedere il mondo bruciare testimonia il suo amore più per la distruzione che per il caos vero e proprio, e la sua follia esiste solo come negazione dell’ordine sociale promosso da Batman e dal procuratore Harvey Dent. La famosa scena dei due traghetti arriva però a rassicurare lo spettatore: i valori della società occidentale sono ben più forti di quanto un semplice distruttore possa farci sospettare. I nostri valori sono a quanto pare ignifughi, e per ogni persona che cade nell’abisso del Joker, come Dent, ce ne sarà sempre un’altra pronta a prendere il suo posto nella crociata del bene, come Batman.
In ultima analisi, nel film di Nolan Joker è il male puro, una risposta karmica dell’universo al totale bene disinteressato rappresentato da Batman. La società ha forse contribuito alla nascita di questo male, ma non è minimamente interesse del film mostrarcelo, a differenza degli altri villains della trilogia nolaniana di cui invece vediamo le origini e capiamo le ragioni.
Non mi soffermerò molto sul Joker interpretato da Jared Leto nel film del 2016 Suicide Squad, in quanto pochissimo esplorato e usato più che altro come device narrativo per presentarci il personaggio di Harley Quinn e come manovra di marketing per attrarre nelle sale i tantissimi stregati dal Joker di Ledger. Il Joker di Leto è un semplice gangsta contemporaneo, interessante dal punto di vista visivo con i suoi tatuaggi e la sua ossessione per i coltelli ma molto meno dal punto di vista della sua caratterizzazione, intrappolato nel ruolo di interesse romantico di Harley Quinn è quindi eccessivamente umanizzato. Il film vuole farci credere che i due siano amanti maledetti, dei novelli Bonnie e Clyde che si muovono in una Gotham mai così kitsch e pop, scontentando quasi tutti gettandoli in una girandola di immagini degne del peggior videoclip k-pop. Il Joker di Leto avrebbe dovuto impersonare, nei piani, quello ufficiale dell’universo cinematografico della DC sulla linea del ben più fortunato Marvel Cinematic Universe, ma il progetto naufragò abbastanza in fretta, lasciando la strada libera a un nuovo Joker, interpretato dal controverso Joaquin Phoenix, in una pellicola stand-alone completamente slegata non solo dall’universo cinematografico ma anche dalle molteplici incarnazioni fumettistiche.
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