L’ARTE PER L’ANGOSCIA E L’ANGOSCIA PER L’ARTE
L’azione si presenta alla nostra porta ogni giorno. Essa tuttavia non si presenta da sola, ma come il Cyrano de Bergerac, ha qualcosa che la precede almeno di mezz’ora, e tale è una valutazione. Il naso del cadetto di Guasconia, per così dire, si è allungato solamente più tardi, quando il mondo dei fenomeni ha cominciato sempre di più ad assumere importanza – ad essere vivo. E con la maggior vita della coscienza, non si presenta un solo ospite in carne ed ossa, come accadeva nell’età primigenia dell’uomo, ma ci appare l’infinita possibilità. Il nostro salotto dunque si riempie – ipoteticamente – di stranieri in continuazione. Fantasmi che assillano, chiedendo sempre la loro soddisfazione. L’azione di aiutare la propria madre o quella di unirsi alla resistenza del proprio paese si succedono l’un l’altra e pretendono qualcosa da noi, lasciando il posto ad innumerevoli altri fantasmi che soggiornano nel salotto della nostra mente. Man mano le possibili azioni sembrano scrutarci successivamente tutte, dalla loro posizione, con sguardo ansioso.
Cos’è questo? Non è il fenomeno che accade, ma è il segno della catena che spezza quella continua necessità esistente, il giogo del determinismo. Il serpente circolare che viene spezzato – è il possibile. Dinnanzi a noi si esplica questo, ovvero l’infinita parte dell’essere umano che lo assimila alla mente divina, esplicando le infinite possibilità.
Lungi tuttavia da un sentimento positivo, l’abilità della concezione del possibile – unico tratto che ci contraddistingue dall’animale e che sembra donare la libertà – ci fa pentire di quella tracotanza riguardante la mente divina. Certo, questo ci rende vicini a Dio, ma ci fa anche dannare questa nostra volontà di volergli tanto star vicino. Difatti l’angoscia è il baratro nel quale sprofondiamo. Il possibile si rivela essere in realtà un’arma a doppio taglio, poiché da un lato ci dona la libertà, ma ci regala anche l’incertezza. Il possibile successivamente non finisce di suggerirci le azioni opportune a tal punto da cominciare a volare nel mondo fenomenico. Quello che prima era il nostro animale domestico ora ci scappa dal guinzaglio nel quale è nato, per impazzare libero dovunque noi andiamo. Ed ecco i fantasmi davvero indesiderati che ora abitano il nostro spazio mentale: Mondi che cascano, guerre che presentano le peggiori apocalissi, e rapporti che rischiano di essere deleteri. Dovunque l’infinito possibile trovi spazio, esso marca il suo territorio ovunque il suo padrone vada. Da fatti umani esso passa a fatti meccanici, per infine andare nelle vette della metafisica.
Non cadiamo nella tentazione di maledire completamente questo nostro dono! Questo ha permesso perlomeno all’umanità di attingere alle più alte vette metafisiche, assieme ai più bassi tonfi che ci hanno portato alla morte di Dio. Quello che bisogna fare è ora capire altro, come tenere a bada quest’animale impazzito.
È proprio laddove egli va al di fuori di noi, che si espande e di conseguenza diminuisce noi stessi. Laddove egli si insinua, noi costantemente diamo il comando di ritirata alle nostre truppe. Ed ecco l’essere umano che arriva a sacrificare persino le cose che gli sono più grate, con i suoi stessi bisogni vitali, tutto perché l’infinito possibile abbaia anche a possibilità negative. Tra i tanti possibili ci si presenta a noi anche quest’elemento: il fatto che le cose, come noi speravamo, possano non andare in quel modo. Di qui l’infiacchimento umano, e la filosofia che per molto tempo ha urlato al divenire e alla corruzione, con il sogno di Parmenide ormai infranto. Platone perlomeno ci dava una speranza nella contemplazione, Schopenhauer invece ripone tutto nel nulla.
Tocca davvero a noi sacrificare i nostri più alti oggetti, come l’Amore, la passione, il piacere e la soddisfazione? Ci ergiamo difatti, dopo esser divenuti anacoreti, contro questa prudenza del possibile, di questa voce la quale, nonostante ci ha regalato le altezze più grandi, ci rende infinitamente più piccoli, facendoci aspirare al nulla. Dunque accettiamo tutto, che si rivela essere una grande scommessa. Ma come fare allora a questo punto?
Dinnanzi ad un impasse – temporanea o eterna, si vedrà solamente in futuro: che fare? La filosofia è stata per tanto tempo la mediazione tra il concreto e la forma. Come si voglia mettere questa dualità: particolare ed universale, contingente e necessario, transeunte ed eterno, e così via. Ma dinnanzi all’impossibilità di questa mediazione? Dinnanzi ad un contingente minacciato costantemente da un infinito possibile? Si deve proporre la mediazione dell’impossibilità di ogni mediazione, l’unica follia che può salvare l’uomo.
E qui sta l’arte.
L’arte ci viene incontro come l’unica salvezza possibile, dinnanzi ad un possibile così alto e così terrificante al tempo stesso. Difatti quest’ultimo come può essere combattuto? Semplice, da un suo pari. Un elemento che abbia le sue stesse premesse – lo sviluppo infinito delle possibilità – può solamente batterlo. E tale non è per caso l’arte? Essa ci permette di esplicare questo possibile, di acquisire di nuovo il controllo sul Frankenstein che aveva sovvertito le nostre aspettative. L’ironia è solo una parte di essa, un meccanismo di messa in ridicolo che ha in sé il funzionamento che l’intera arte può avere nei confronti dell’infinito possibile. L’arte lo esplora, lo esplica realmente, in modo che successivamente può, tramite le sue tecniche, camuffarlo nel bello, nel terribile, nel sublime, nell’orrendo, e così via per qualsiasi categoria che l’estetica ci presenta. Gregory Corso compone un perfetto esempio di trasvalutazione estetica dell’esistente con Bomba. Il nucleare paventava continuamente la sua minaccia negli anni della guerra fredda. Ma cosa ci insegna, perlomeno, quest’autore? Il fatto che la possibilità del terribile può essere combattuta, e lo si fa con quella debita presa di distanza e di ridimensionamento che l’arte ha sempre permesso all’umanità. Nel terribile si presenta dinnanzi a noi l’elemento in questione, ma perlomeno ciò ci permette di razionalizzarlo.
Difatti con questa l’uomo non solo esplora direttamente il possibile, ma è capace di togliergli quel velo di obiettivismo e oggettivismo che per tanto tempo hanno annoiato l’umanità, grazie ai sentimenti che essa stessa ci serve sul suo piatto d’argento. Essa finisce poi per costituire il mondo stesso, senza la nostra vergogna che fin da troppo tempo l’ha nascosta a noi stessi.
Lo schizotipico, l’artista e il filosofo esteta non sono mai stati così vicini alla soluzione che può farci trasvalutare l’esistente secondo nuovi valori, senza diventare il Kaiser che cavalca il suo cavallo agitando la sua sciabola, come epigoni della Volontà di potenza vogliono fare.
@ILLUS. by, GABRIELE DEMARCHIS, 2024





