MORIOR ERGO SUM: SARTRE AL COSPETTO DELLA MORTE
È ormai appurato come il senso comune attribuisca alla filosofia lo status di disciplina atta a rispondere alle grandi domande dell’umanità. Ridotte alla loro forma più basica e stereotipa, queste domande sono spesso rubricate nella seguente maniera: da dove veniamo? Chi siamo? Perché siamo? Dove andiamo? Sempre rifacendosi alla saggezza dell’uomo comune, pare che la risposta ad almeno uno di questi interrogativi, ovvero l’ultimo, metta d’accordo la maggior parte delle persone: siamo diretti verso la nostra morte.
Sebbene non esista una filosofia che non si sia espressa più o meno diffusamente sul problema della morte, è pur vero che la tradizione occidentale ha quasi sempre apparecchiato la propria speculazione appoggiandosi a quel sostrato religioso (pagano o cristiano) che della morte finiva per dare una visione più o meno metafisica. A riproporre il grande tema della morte, questa volta tentando di svincolarlo dall’impostazione ontologico-metafisica classica, vennero i pensatori esistenzialisti dello scorso secolo. Giova sottolineare, a tal proposito, come sia divenuta ormai celebre, anche al grande pubblico, l’evocativa sentenza di Heidegger secondo cui l’uomo non sarebbe altro che un essere-per-la-morte. Nell’intuizione del filosofo tedesco, la morte smette di essere una soglia di completo annullamento o di trapasso verso una vita ultraterrena; invece, essa assume la connotazione di possibilità (una delle parole chiave del movimento esistenzialista). Per di più, non si tratta di una semplice possibilità tra le altre, ma della possibilità che invera e vivifica tutte le altre possibilità in quanto “possibilità dell’impossibilità”: proprio perché assumo su me stesso la possibilità della mia morte devo contemporaneamente farmi carico della mia finitudine e della mia fatticità nel mondo, e così facendo tutte le mie restanti possibilità si caricheranno di una valenza esistenziale facente capo alla più autentica di esse, cioè quella della mia fine.
Pur mantenendo una prominente centralità all’interno dell’economia del pensiero esistenzialista, l’essere-per-la-morte di Heidegger non è tuttavia la sola proposta di rilievo. Un altro eminente pensatore, a sua volta lettore ed in parte epigono dello stesso Heidegger, ha dedicato ampio spazio alla riflessione sulla morte giungendo a conclusioni per certi versi anche assai distanti da quelle dell’autore di Essere e tempo. Il filosofo in questione è Jean-Paul Sartre, che nell’Essere e il nulla si sofferma a più riprese sul tema della morte analizzandolo alla luce della sua personale ricerca ontologica; ed è proprio all’interno della sua più celebre opera speculativa che Sartre prende le distanze dalla morte intesa heideggerianamente come possibilità per approdare invece a una definizione di primo acchito piuttosto curiosa:
Essere morto è essere in preda ai vivi.
Per chiarificare il senso di quella che, priva di un’adeguata contestualizzazione, appare come una conclusione decisamente sibillina, sarà opportuno enucleare, pur se in maniera sommaria, i caratteri fondamentali dell’ontologia di Sartre.
L’intera opera di Sartre è imperniata sulla differenza essenziale tra quelle che sono le due principali polarità dell’essere: l’in-sé e il per-sé. Sul piano strettamente logico, ciò che differenzia queste due diverse manifestazioni ontologiche è il loro rapporto con il principio di identità. L’in-sé è ciò che è, si connota cioè per la sua perfetta aderenza a sé stesso, e non si trova in esso alcun tipo di negazione interna. Per usare le parole di Sartre:
L’adeguazione (piena), che è quella dell’in-sé, si esprime in questa semplice formula: l’essere è ciò che è. Non vi è nell’in-sé alcuna particella d’essere che sia distante da sé. Non vi è nell’essere così concepito il minimo indizio di dualità; esprimeremo ciò dicendo che la densità dell’essere in-sé è infinita. È la pienezza.
In questo senso, l’in-sé si presenta come pura identità, come una densità, una compressione di quell’essere che, proprio perché sempre identico a sé stesso, è anche il fondamento di sé stesso.
Ben diversa è, al contrario, la natura del per-sé. Con questa espressione il pensatore francese indica la coscienza dell’uomo, quella coscienza che, lungi dall’avere un nucleo solido e adamantino su cui fondare il proprio essere, si delinea invece come negazione interna a sé stessa. A differenza dell’in-sé, la coscienza umana non risponde pienamente al principio di identità, nella misura in cui non è fondamento del proprio essere, ma anzi si configura, per riprendere testualmente una definizione che Sartre ripropone costantemente nell’Essere e il nulla, come quell’essere che non è ciò che è ed è ciò che non è. Ciò risulta maggiormente comprensibile se si tiene presente che l’uomo ha da considerarsi un progetto, ovvero un’esistenza sempre volta alla propria realizzazione futura; secondo quest’ottica, l’uomo non è immediatamente identico a sé stesso (come si potrebbe dire, ad esempio, di un tavolo o di una roccia, sempre identici a sé stessi e ascrivibili alla dimensione compressa e stabile dell’in-sé), ma di volta in volta si progetta nelle sue possibilità, tentando costantemente di raggiungere i suoi scopi e di identificarsi con essi. Scomponendo la formula di Sartre, l’uomo non è ciò che è perché la sua coscienza non rispetta il principio logico dell’identità, ed è ciò che non è nella misura in cui il suo essere ha ancora da progettarsi in quanto possibilità, è cioè qualcosa che ha da venire e che, propriamente, ancora non è. L’esistenza umana, nella visione sartriana, non è altro che questa sempiterna ricerca dell’identificazione totale o, in altri termini, non è altro che il continuo (ma sempre frustrato) tentativo dell’essere per-sé di farsi essere in-sé, divenendo così il proprio fondamento.
Ma come si inserisce, all’interno di questo panorama ontologico, l’elemento della morte? Per comprenderlo è necessaria una piccola aggiunta, questa volta riguardante il concetto di “passato”. Se è vero, come visto, che il per-sé è continuamente proiettato verso il proprio futuro, non si può tuttavia negare che abbia un passato e che quest’ultimo abbia il proprio ruolo all’interno del progetto esistenziale della coscienza. Il passato, secondo Sartre, ha le stesse caratteristiche dell’essere in-sé: è ormai fisso, immutabile, identico a sé stesso e non ulteriormente modificabile. Ha però un’altra caratteristica non trascurabile: esso è il passato del per-sé, dunque è ancora inscritto in un progetto ben preciso e non ancora concluso; il passato è, in sostanza, ancora in gioco.
Solo ora comincerà a farsi più chiara la breve sentenza di Sartre citata in apertura. E questo alla luce dell’azione di “passatificazione” che la morte attua nei riguardi dell’esistenza del per-sé. Ben lontano dall’identificare la morte come una semplice possibilità, Sartre la considera come mera espressione della fatticità dell’individuo, come la fine della sua progettualità e, di conseguenza, come la messa fuori gioco del per-sé in favore del suo passato. Dopo essere morto, il per-sé viene completamento assorbito dal suo passato, diventa cioè passato assoluto; con la morte si ha il definitivo trapasso dell’essere trasparente della coscienza nel denso e opaco essere dell’in-sé. Con la morte la soggettività dell’individuo viene completamente esautorata; ora esso non è altro che un passato inerme e conchiuso in sé stesso. Ora è completamente in balia degli altri, che ne possono disporre come di ogni alto in-sé all’interno del mondo. Questo passato è completamente fuori gioco, poiché il progetto individuale è cessato e le sue sorti sono affidate ad altri. La morte, dice Sartre, “è il trionfo del punto di vista d’altri sul punto di vista che io sono su me stesso”.
Vale la pena notare che la morte, pur se dotata di un’evidente carica annientante e privativa, non ha però alcuna preminenza dal punto di vista ontologico; essa non è l’eliminazione totale dell’essere, bensì quell’elemento della fatticità che sancisce il passaggio da un modo d’essere (quello del per-sé) a un altro (quello rigido e compresso dell’in-sé). In altre parole, morire non significa cessare di essere. Ecco perché Sartre impiega la locuzione “vita morta”:
La caratteristica di una vita morta è di essere una vita di cui un altro diventa il guardiano.
La differenza tra la vita e la morte è dunque una differenza di gradazione ontologica, da Sartre splendidamente compendiata in un passo del suo capolavoro:
Così da questo punto di vista, appare chiaramente la differenza tra la vita e la morte; la vita decide del proprio significato; perché è sempre in dilazione, possiede un potere di autocritica e di autometamorfosi che fa sì che si definisca come un “non ancora” o che sia, se lo si vuole, cambiamento di quello che è. La vita morta non cessa pertanto di cambiare e tuttavia è fatta. Ciò significa che, per essa, il gioco è fatto e che subirà oramai i suoi cambiamenti senza esserne affatto responsabile.
L’interessante conclusione che scaturisce dalla disamina sartriana è che, pur dopo il trapasso, ogni individuo non cessa mai completamente di essere, e la sua persistenza nella storia umana dipende da ciò che gli altri fanno del suo in-sé passificato. In questo esatto momento, chi scrive sta in qualche modo utilizzando, rievocandolo e riattualizzandolo, il passato (e quindi l’in-sé) del filosofo francese novecentesco Jean-Paul Sartre, adoperandolo ad hoc per la redazione di un articolo divulgativo di filosofia.
La pregnanza ontologica di ogni singolo individuo perito nel corso delle umane vicende non avrebbe meno peso rispetto a quella di Sartre, ma la sua eventuale emergenza dalle risacche dell’ignoto e dell’oblio storico dipenderà dalla decisione altrui di riportarla all’attenzione dei contemporanei. A guida d’excursus letterario viene a mente la solenne partenza di Achille per Troia, motivata dal desiderio della fama imperitura. Ma cos’è la fama se non la persistenza del proprio essere nella considerazione degli altri? Se Achille avesse deciso di disertare il conflitto e di abbracciare la vita lunga e pacifica che la madre Teti avrebbe voluto per lui, il suo essere sarebbe rimasto definitivamente sepolto nell’indifferenziata mole dei militi ignoti: non uomini che non sono più, bensì uomini il cui essere non ci è più presente.
Tralasciando, tuttavia, il ricorso al topos letterario, non è impossibile individuare nella vita dello stesso Sartre alcuni atteggiamenti che sembrano riflettere la sua idea della vita e della vita morta. È noto, per fare un esempio, come egli rifiutasse nel 1964 il premio Nobel alla letteratura. Le spiegazioni di questo rifiuto, mai chiarite in modo netto e definitivo, sono state variamente ricondotte al suo disprezzo per certi aspetti della cultura borghese con cui aveva tentato (secondo alcuni senza successo) di chiudere i rapporti. Tra le ragioni offerte in prima persona dallo stesso Sartre vi è quella secondo cui “nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”. In questo assunto sembra possibile scorgere la ferma volontà del filosofo di sottrarsi a una passatificazione prematura, finendo anzitempo in mano agli altri per divenire un monumento e un’istituzione. Quasi come a voler dire: “No! Non sono ancora morto! Non potete ancora mettere le mani sul mio essere! Io sono ancora in gioco!”.





