LA SFINGE: IL MOSTRO COME LIMITE
Il sonno della ragione genera mostri.
Può essere, ma che cosa sono questi mostri? È chiaro come questa parola generi una molteplicità di interpretazioni esponendosi perciò stesso a fraintendimenti e ambiguità, troppe per imbastire una riflessione senza alcune premesse.
La questione può insomma essere posta in questi termini: il concetto di mostro è davvero in contrasto o contraddizione con quello di ragione? o invece ne rappresenta piuttosto una parte coessenziale? Etimologicamente il monstrum è un prodigio, qualcosa che rappresenta una frattura e un differimento dalle categorie ordinarie. Esso è in ultima analisi segno di trascendenza, di una alterità inconosciuta e misterica che costringe il soggetto a entrare in contatto con un altrove ignoto.
Questo tipo di segno che implica e definisce in qualche misura qualunque alterità misterica con la quale il soggetto entra in contatto è, più compiutamente, un simbolo. Anche in questo caso torna in ausilio il criterio etimologico: dal greco symballö (syn– ‘con’ e ballö ‘getto’, ‘gettare insieme’), il simbolo contiene in se stesso un carattere relazionale che unisce appunto soggetto e oggetto, Io e Altro. Il quadro è pertanto composto da tre elementi portanti: il soggetto umano, che in qualche modo rappresenta la ragione; il mostro, considerato appunto come simbolo, come punto di raccordo tra il soggetto e qualsiasi forma di alterità; un orizzonte misterico, di cui il monstrum-prodigio è segno.
Il mostro come simbolo, come segno di una alterità misterica con la quale il soggetto umano entra essenzialmente in contatto. È infatti questo rapporto mediato con il mistero che rappresenta la cifra della humanitas. Icasticamente esiste una figura che forse più di altre è in grado di sintetizzare questi aspetti: la Sfinge. Essa è monstrum, segno della fusione impossibile, creatura per metà umana e per metà ferina definita da un filosofo come Hegel «simbolo del simbolico». La sua storia definisce un paradigma che entra in contrasto con quello contrario, quello di Edipo, colui che consegnando alla morte la Sfinge conquista la sovranità di Tebe.
Con il quesito mitico la Sfinge pone la domanda dell’uomo e scandisce il tempo della vita e della morte. Edipo risponde, svelando quale creatura camminasse in tre modi diversi nelle fasi della vita. In questo modo egli, oltre a comprimere il segreto dell’uomo nella mera questione della mobilità meccanica, annichilisce il simbolo in sé: uomo non è altro da colui che cammina in certo modo, sembra sentenziare tacitamente Edipo; storia e cultura, intesa come complesso di cognizioni spaziali, temporali e concettuali, non contano alcunché. Dissolvendo il mistero e annichilendo il «simbolo del simbolico» Edipo conquista il trono di Tebe, ma la conseguente scoperta di essere uccisore del proprio padre e amante incestuoso della propria madre rappresenta certamente la nemesi del simbolico stesso che ritorna come colpa da espiare.
Perché colui che uccide il simbolo conquista la sovranità, ma nel contempo incassa la più terribile delle maledizioni, quella della promiscuità e della indifferenziazione. Perché esiste una alterità irriducibile che non può essere violata nella sua essenza misterica; esiste un orizzonte inconosciuto che deve essere preservato per consentire una continua interpretazione, cifra ultima della humanitas stessa, che permane unicamente nella relazione ravvivata tra soggetto e oggetto, tra Io e Altro.
Edipo, autoprocurandosi la cecità, dimostra di rinunciare al nitore del raziocinio estremo e di riappropriarsi dell’ombra. Ciò mette in evidenza la nevralgica necessità di riqualificare il monstrum come limite, come soglia ineffabile che divide l’uomo dal mistero. Non già per abdicare alla ragione; al contrario per fare in modo che essa sia ragione umana, che contempli in se stessa limiti e differenze, che alimenti il desiderio di ricerca continua e di continua interpretazione.
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