SULL’IDENTITÀ EUROPEA
L’Europa, intesa come organismo politico unitario, ha qualche fondamento culturale?
Si tratta di una domanda che ciclicamente torna a occupare le pagine dei giornali e le scalette delle trasmissioni televisive, sebbene il dibattito diventi ogni volta di più trito e dimenticabile. E triste. E inconcludente. Gli alfieri dell’identità europea, infatti, non hanno ancora trovato un punto di incontro univoco e definitivo per rispondere in modo convincente a due, fondamentali domande. La prima: per quale motivo occorre accettare l’Europa come organismo politico unitario sacrificando le singole sovranità nazionali? La seconda: di cosa si parla esattamente quando si parla di identità europea?
Il primo quesito richiederebbe trattazioni complesse che rinviamo a altra occasione. Sul secondo, invece, proponiamo qualche riflessione riformulando la domanda nel modo seguente: cosa unisce un banchiere lussemburghese e un pecoraio greco?
Lo sappiamo, detta in questi termini parlare di identità europea è più difficile. Si tratta di un accostamento che, provocatoriamente, genera un senso di incongruenza insanabile. Eppure il punto è proprio questo: davvero un banchiere lussemburghese e un pecoraio greco possono avere qualcosa in comune? Interrogare una simile incongruenza occorre per comprendere se possa davvero esistere un’identità europea. Oppure, al contrario, se quella di identità europea si tratti di un’espressione politicamente orientata e impiegata per erodere le forme linguistiche, simboliche e culturali degli stati nazionali.
Chi scrive non ha troppi dubbi in merito, anche perché l’identità non è certo una definizione che può essere elaborata a tavolino nei palazzi del potere. Al contrario essa è qualcosa di profondo e spontaneo, una forma radicata nell’inconscio collettivo, una categoria dello spirito che alligna nella memoria storica e linguistica. Invece quando si parla di identità europea in ambito politico e sociale si sente un po’ di tutto: c’è chi si spertica per inneggiare alla necessità dell’Europa come federazione di Stati; c’è chi sostiene che la vocazione dell’Europa debba essere quella di signoreggiare a livello militare o tecnologico; c’è che ritiene che l’identità europea dimori in quella comune (?) condizione di benessere economico che ha caratterizzato la storia (un certo passato, forse?) del continente; c’è chi fa appello all’Impero romano, chi a paterne figure simboliche come Cristoforo Colombo, Immanuel Kant o financo a Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Autori, questi ultimi due, del Manifesto di Ventotene.
Tutto fuori bersaglio, gli argomenti non reggono. Il motivo? Perché il benessere è relativo al modello economico di riferimento; gli accordi militari o tecnologici sono contingenti e convenzionali; le patrie di poeti e navigatori sono utili a caldeggiare un’identità nazionale, non già continentale. Il fatto che Dante sia fiorentino, in quale modo dovrebbe unire il banchiere lussemburghese con il pecoraio greco?
La conclusione è allora inevitabile: l’identità europea, semplicemente, non esiste. A meno che non si voglia cercare il principio identitario altrove, dove i corifei della causa non guardano per inconsapevolezza o malevolenza.
Già, perché un manifesto dell’identità europea esiste, ma non è certo quello di Ventotene. Al contrario si tratta di una piccola opera datata 1799 e vergata dal giovane poeta e filosofo Novalis. Un libello che al momento della pubblicazione costò all’autore qualche fastidio e che reca un titolo indiscutibilmente eloquente: La cristianità ossia l’Europa[1].
Ecco allora l’unica identità europea possibile: quella cristiana e imperiale.
Erano tempi belli, splendidi, quelli dell’Europa cristiana, quando un’unica cristianità abitava questo continente di forma umana, e un grande e comune disegno univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale[2]
Un ampio regno spirituale. L’Europa, al limite, può essere questo e la sua identità allignare in questa consapevolezza. Non già in ragioni mondane, umane troppo umane. Bensì nella tradizione spirituale fatta di forme e linguaggi comuni perché universali. Continua Novalis: «Soltanto la religione può risvegliare l’Europa e pacificare i popoli, e collocare il cristianesimo […] nel suo antico ufficio, quale portatore di pace»[3]. L’unica identità europea è appunto quella cristiana, imperiale; in essa soltanto è possibile pace e identità. Ecco dov’è che il banchiere lussemburghese e il pecoraio greco possono finalmente riconoscersi simili: davanti alla croce di Cristo, inginocchiati assieme a onorare il Verbo fattosi carne e morto per la salvezza degli uomini.
Quando accadrà tutto questo? quando l’Europa diverrà (o tornerà a essere) il centro di un impero spirituale? Nui chiniam la fronte al Massimo Fattor. Ma con Novalis esortiamo convinti nel modo seguente: «Sereni e coraggiosi nei pericoli dell’epoca, annunciate con l’azione il vangelo divino e alla fede veritiera e infinita siate fedeli fino alla morte!».
[1] Novalis, Christenheit oder Europa (1799), trad. it. E. Pocar, La cristianità ossia l’Europa, Se, Milano, 1985.
[2] Ivi, p. 49.
[3] Ivi, p. 67.





