KARL JASPERS: LA FEDE FILOSOFICA TRA GALILEO E GIORDANO BRUNO – PARTE I
La Bibbia dice che non gira, e i vecchi
sapientoni ne danno mille prove.
Il Santo Padre l’agguanta per gli orecchi
e le dice: sta’ ferma! Eppur si muove
B. Brecht, Vita di Galileo
La verità dalla quale io traggo la mia esistenza vive solo se io mi identifico con essa; storica nel suo apparire, non possiede una validità universale pari alla sua enunciazione oggettiva, ma è incondizionata. La verità che io posso dimostrare, può sussistere anche senza di me, essa è universalmente valida, non è storica, non dipende dal tempo, ma non è neppure incondizionata, perché dipende dalle premesse e dai metodi della conoscenza in connessione ai fini. Voler morire per qualcosa di astratto e dimostrabile è fuori luogo. Al contrario, il pensatore che crede di aver penetrato il fondamento delle cose non può ritrattare le sue proposizioni, senza con ciò attentare alla verità stessa […]. Nessuna evidenza universalmente accolta può pretendere che colui che la sostiene si sacrifichi per essa (K. Jaspers, La fede filosofica, 1948, sottolineature mie).
È a partire da queste esperienze limite che Jaspers tratteggia una delineazione del concetto di fede filosofica (philosophische Glaube). Un destino comune ha segnato due grandi personalità a cavallo tra XVI e XVII secolo, Galileo Galilei e Giordano Bruno: entrambe hanno dovuto subire un processo di fronte al Sant’Uffizio; entrambe hanno dovuto difendersi dall’accusa di eresia per le proprie teorie cosmologiche; entrambe hanno dovuto affrontare la paura delle torture e delle minacce; l’una scelse di morire, l’altra no. In questa scelta fondamentale, Jaspers trova l’elemento dirimente per l’istituzione di una autentica differenza ontologica tra due approcci alternativi: quello dello scienziato, posto a dover difendere una teoria scientifica, e quella del filosofo, costretto a difendersi.
Galileo acconsentì, forse perché già anziano e fiaccato dagli anni, forse perché la trappola preparatagli inevitabile, a ricusare la proprie teorie che purtuttavia erano provate e suffragate da anni di osservazioni e corredate da minute e precise dimostrazioni. Galileo «vide che il cielo non c’era» (B. Brecht, ivi), che la struttura dell’Universo, di stampo aristotelico-tolemaico e concorde con la Sacra Scrittura almeno sui due punti cardini quali la centralità della terra e della sua immobilità, altro non fosse che una costruzione errata, figlia di surclassate riflessioni per di più foriere di innumerevoli (falsi) problemi. Da parte sua aveva i calcoli, i dati dell’osservazione grazie al perfezionamento del cannocchiale, le dimostrazioni a carattere sintetico-matematico, le intuizioni e le conclusioni del De Revolutionibus orbium di Copernico: poteva contare sull’autorità della Ragione.
Non a caso, il Galileo brechtiano nutre una profonda fiducia nell’autorità Cattolica proprio perché anch’essa necessariamente sedotta dalla cogenza della razionalità («Sì, io credo alla dolce violenza che la ragione usa agli uomini») e dall’immutabilità, dalla universalità e dalla validità irrefutabile del discorso scientifico e delle sue prove («Anche i monaci sono uomini. Anch’essi soggiacciono alla seduzione delle prove»). Tuttavia, fu costretto ad abiurare.
È noto quanto sussurrato da Galileo Galilei dopo esser stato condannato: “Eppur si muove!”. La terra, checché ne voglia l’autorità pontificia, non solo non si trova al centro dell’Universo, ma non è neppure immobile; la realtà celeste non è poi così diversa, ontologicamente e assiologicamente, dalla realtà sublunare (la scoperta dei crateri sulla luna e gli studi intorno alle macchie solari); ecco l’oggetto della condanna. “Eppur si muove”, l’affermazione del condannato. Questo scarto, questo iato tra la verità istituzionalmente concertata e imposta, e quello dello scienziato, questa crepa che si apre, che si insinua nell’unità del sapere, non è indizio della superiorità, piuttosto sterile e autistica, della verità della scienza, indifferenza assoluta alla realtà di questo mondo; segnala, piuttosto, una caratteristica essenziale della verità scientifica in quanto tale.
Galileo, difatti, nutriva una indefessa fiducia nei confronti dell’uomo e della sua razionalità; fiducia, però, riposta su base esclusivamente filogenetica e non ontogenetica. La verità della scienza, data la sua universalità, la sua cogenza e la sua eterna validità, è completamente a-storica, indipendente dalla situazione culturale e dal grado di sviluppo della civiltà: la somma degli angoli interni di un triangolo, per esempio, è stato e sempre sarà identico. Così per l’eliocentrismo. Fornite le dovute dimostrazioni, calcolati correttamente i rapporti, non sarà di certo un’autorità terrena, dunque temporale, soggetta ai molteplici mutamenti della storia, a modificarne la realtà e l’autenticità. “Eppur si muove” è l’affermazione così concisa e potente della fiducia nella razionalità umana; è la dichiarazione della consapevolezza della possibilità che in un futuro, magari prossimo, magari remoto, quella stessa verità verrà a galla, che qualcuno la saprà dimostrare, in tempi, forse, più liberi. Lo scienziato pisano ha negato per sé, ha abiurato per sé e per nessun altro, affidando ad altri uomini il compito di proseguire sul sentiero aperto da Copernico, da lui sfrondato, dai posteri portato a compimento. Ed ecco perché per Jaspers morire per una verità oggettivamente dimostrabile sarebbe del tutto «fuori luogo»; qualche altro scienziato continuerà l’indagine e sotto l’egida della ragione giungerà alle medesime conseguenze; la morte per la strenua difesa ad oltranza non aggiunge maggior verità alla verità: la terra, benché il Papa lo neghi, ruoterà sempre intorno al sole.
Ben diverso il discorso che ha ad oggetto l’esperienza di Giordano Bruno; il filosofo, messo alle strette, ha deciso di accettare la morte. La verità del filosofo non è universalmente valida, bensì incondizionatamente tale; non è a-storica, ma trae sostegno dalla storia stessa che emerge nella storicità. Non è la mia verità simpliciter, bensì simpliciter la mia verità, con la quale io mi identifico e dalla quale traggo spessore; è sempre una questione di vita o di morte, è un coinvolgimento pieno e costitutivo, profondo e unico; la verità filosofica, pertanto,
non è indipendente da me, ma vale solo essendo vivente in me, perché io sono questa verità partecipando alle idee, mettendole in atto nell’esistenza in quanto sono legato alla trascendenza. La verità a partire da cui io vivo non solo può ma deve portare con sé l’impegno della propria essenza. Io cerco la verità con la quale posso guardare la morte in faccia (Jaspers, Della Verità, 1947).
È molto di più che un semplice risultato ottenuto al termine di un lungo cammino di ricerca; è oltre la modalità stessa del conseguimento dell’obbiettivo; è trascendente la stessa filosofia; è una forma trascendentale grazie alla quale il filosofare stesso trova ragion d’essere: è fede.
Prima di argomentare in questa direzione si ritiene doverosa una precisazione. L’intero discorso jaspersiano, difatti, risente di una pregiudizievole affermazione tetica: l’essere-per-la-morte heideggeriano viene qui declinato come essenza della vita autentica che non può che essere vissuta filosoficamente. È come se l’intera riflessione risentisse di quel principio martirologico, la cui portata si relaziona sempre al momento estremo, ultimo, decisivo. Morire per la verità, per quella verità per la quale vale la pena morire è affermarne, testimoniandola, la superiorità ontologico-assiologica sulla non meno autentica verità scientifica, passibile di auspicabile dimostrazione. In poche parole, la testimonianza narrativa sopravanza la deduttività logica.
È proprio alle radici di tale posizione assoluta che l’argomentazione del filosofo tedesco mostra segni di cedimento. La scelta di Giordano Bruno di accettare la morte corre il rischio di presentarsi come una (auto)affermazione dogmatica del tutto disinteressata ad ogni forma di dialogicità e dialettica. Come ha fatto correttamente notare Diego Marconi nel suo Per la verità, colui che «rifiutasse di dare ragione delle proprie tesi meriterebbe davvero il titolo di ‘dogmatico’, che invece non spetta automaticamente a chi propone tesi minoritarie che sono parte di una visione religiosa delle cose».
Ciò a cui qui si assiste è un ribaltamento ucronico rispetto alla fedeltà storica di Jaspers; avrebbe fatto bene Galileo a morire per la verità scientifica, per una verità la cui portata universale, anziché essere forza ritentiva, avrebbe dovuto rappresentare di per sé la vis necessaria per affrontare la morte (non a caso, a ben guardare, nel Vita di Galileo di Brecht i compagni e gli amici dello scienziato che lo hanno accompagnato al cospetto dell’Inquisitore del Sant’Uffizio hanno appreso con sdegno e ira la notizia dell’abiura; il giovane Andrea, rivolgendosi direttamente a Galileo, grida a gran voce: «Otre da vino! Mangialumache! Ti sei salvata quella pellaccia che ti sta tanto a cuore, eh?»). Mentre Giordano Bruno avrebbe così dimostrato di essere dogmatico almeno tanto quanto i suoi aguzzini e Galileo forse troppo debole, o pio, per comprendere la portata dirompente di una sua dipartita per mano delle autorità religiose. E questo è anche ciò che non avrebbe inteso fino in fondo lo stesso Jaspers: forse, la verità filosofica non deve necessariamente condurre alla morte, cosa peraltro mai affermata dal filosofo tedesco, ma al contempo non ne deve essere ontologicamente legata. Forse, sarebbe opportuno ripensare a quella particolare forma di Vermittlung (mediazione) che il liebender Kampf (lotta amorosa) incarna nella comunicazione esistenziale sorretta da una profonda fede vitale parzialmente assente nella narrazione delle vicende di questi due grandi.
Dicevamo fede per l’appunto…
Karl Jaspers: la fede filosofica tra Galileo e Giordano Bruno continua su Arena Philosophika >>>
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