L’ATTRAZIONE DELL’ASTRAZIONE
Nella sua Scienza della Logica trattando de La relazione di repulsione ed attrazione Hegel parla de «l’attrazione come il porre l’uno»: Die Repulsion als das Setzen der Vielen, die Attraktion als das Setzen des Eins. La Repulsione come il porre i Molti, l’Attrazione come il porre l’Uno. Vecchio problema della filosofia greca, questo. Il vostro Profeta, o desistenti, vi consiglia di chiamare «Estrazione» o «Espulsione» la «Repulsione» hegeliana: idealmente, la mente umana riesce infatti a concepire l’astrazione assoluta intesa come estrazione perfetta della Molteplicità (degli enti) dallo Spazio esistenziale; concentratevi, o desistenti, e vedrete che ci riuscirete facilmente a trovare il risultato della Sottrazione perfetta, assoluta, di tutti gli Enti: è uno Spazio vuoto, è il Vuoto del Nonessere, il Vuoto del Nulla – non lo vedete?
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«Repulsione» è per Hegel il «moto centrifugo dall’Uno ai Molti» che s’oppone dialetticamente al «moto centripeto dai Molti all’Uno»; orbene, la repulsione, la ripugnanza, l’avversione per questa repulsione è proprio quella «impulsióne», quell’impulso nostalgico, che come ‘moto dell’animo’ brama il ritorno all’Uno (astratto dai Molti) mediante la preventiva ideale «espulsióne» dei Molti potenziali dalla loro reale attuazione: la «contraccezióne» desistenziale. Il Vuoto astratto è «Uno innumerabile»: non un numero, bensì «Uno zero» che è il risultato della completa sottrazione concettuale di tutti gli enti numerabili che possono essere concepiti nello Spazio come potenzialmente numerabili: i «Molti numerabili». Il Vuoto (spazio) è assenza reale di enti reali, lo Spazio (vuoto) è presenza virtuale di enti reali; ma mentre l’irrealtà del Vuoto è la realtà metafisicamente inconcepibile di un’assenza di realtà, la realtà dello Spazio è invece la realtà fisicamente concepibile di una presenza di realtà. Nel Vuoto, uno più uno darebbe zero; “darebbe”, giacché non può darsi. Nello Spazio, 1 + 1 dà 2; dà, giacché può darsi. La Totalità del Vuoto, essendo smisurata e innumerabile, nemmeno è data dalla Somma totale di tutte le sue unità. Lo Spazio è una grandezza mentale il cui volume è determinabile dal numero di enti che racchiude: la somme degli enti compresi nello Spazio è innumerevole ma numerabile come somma delle sue unità numericamente determinate e determinabili. Lo Spazio è “contenuto” nel Vuoto: il Vuoto è lo spazio ragionevolmente astratto il cui concetto ‘com-prende’ lo Spazio intellettivamente concreto. Il vostro Profeta, o desistenti, ha massimizzato per voi questa verità in una massima memorabile:
SPAZIO VUOTO
Con l’Intelletto, a posteriori:
svuota del tutto lo «Spazio dell’Essere»
e in questo Spazio troverai sempre spazio per qualcosa;
Con la Ragione, a priori:
spazia totalmente nel «Vuoto del Nonessere»
e in questo Vuoto non troverai più spazio per nulla.
L’attrazione del Vuoto è l’ideale del pensiero desistenziale: il pensiero puro di un Nonessere assolutamente senza enti, con nient’altro che la sua astrazione concettuale nel cui negare v’è anche l’annegare di tutto l’Essere prima di qualsiasi concepiménto esistenziale: se negare il Nonessere inconcepito fu per l’Essere il proprio «farsi», il negare l’essere concepito sarà per l’Essere il proprio disfarsi.
NEGARE e NEGARSI
Nel Vuoto del Nonessere lo Spazio si nega:
nel Pieno dell’Essere il Vuoto lo nega.
Il «gioco di forze» della logica hegeliana è quella studiata dalla Scienza positiva – e in questo senso giustamente Hegel la chiamò Wissenschaft der Logik –: questa scienza studia l’essere quando esso è già “in gioco”, quando cioè fra il polo positivo e il polo negativo la corrente esistenziale della vita già trascorre vorticosamente; l’in-sistenza esistenziale non può prescindere certo dalla dialettica di un’andata-e-ritorno che è il via-vai alternante repulsione centrifuga ed attrazione centripeta. Però, c’è una forza centripeta che astrae da queste forze ormai già in gioco: è la vis quae petit nihilum, centri-peta nel vero senso della parola.
centrìpeto agg. [comp. di centro e tema del lat. petĕre «dirigersi verso»; cfr. lat. tardo lucipĕtus «che cerca la luce»]. – 1. Propr., che tende verso il centro: movimento c., moto centripeto. In partic., in fisica, accelerazione c., il componente dell’accelerazione secondo la normale principale alla traiettoria; forza c. (più propr. reazione c.), per un corpo in moto su traiettoria obbligata, la componente, secondo la normale principale alla traiettoria (orientata verso il centro di curvatura), della reazione che i dispositivi vincolari esercitano sul corpo: è uguale e opposta alla forza centrifuga. 2. In botanica: a. Di infiorescenza nella quale si sviluppano prima i fiori periferici e successivamente quelli centrali. b. Di organo o tessuto in cui gli elementi più giovani sono quelli più interni e prossimi all’asse morfologico.
La «petizione di principio» della vis centripeta è la vis quae centrŭm petit. Altresì una forza centrifuga spinge il Nonessere fuori di sé come vis quae centrum fugit.
centrìfugo agg. [comp. di centro e –fugo] (pl. m. –ghi). – 1. Propr., che tende ad allontanare o ad allontanarsi da un centro: forza c., denominazione data alla forza di trascinamento quando il moto di trascinamento è rotatorio uniforme (per es., quella che si avverte su un tram in curva); anche, nel moto di un corpo su una traiettoria fissa, prestabilita e realizzata mediante convenienti dispositivi vincolari (per es., binarî), la componente della forza che il corpo esercita sul vincolo secondo la normale principale esterna alla traiettoria; forza d’inerzia c., la componente della forza d’inerzia di un punto secondo la normale principale alla sua traiettoria. In senso fig., tendenze c., o sim., di persona che per eccessivo individualismo rifugga da una diretta partecipazione alla vita e all’attività sociale. 2. In botanica, d’infiorescenza nella quale si sviluppano prima i fiori centrali e successivamente i periferici. 3. Nella tecnica, di dispositivo che sfrutta, per il suo funzionamento, la forza centrifuga: pompa c. (v. pompa1); separatore c., lo stesso che centrifuga s. f.
Da una parte il pugno, as, āvi, ātum, āre, (1 intr.) centrifugo dell’Essere che pugna per farsi spazio nel vuoto ex sistentia e dall’altra il rĕpugno, as, āvi, ātum, āre, (1 intr.) centripeto del Nonessere che repugna (pugna contro) per farsi vuoto nello spazio de sistentia; il «repugnare» meontologico è il «ripugnare» del Nonessere che ha ripugnanza per uno spazio vuoto in cui «vuoto» è solamente predicato esistenziale del sostantivo «spazio». La pugna dello Spazio ripugna al Vuoto.
«La stessa opposizione (Gegensatz), in cui stanno le forze attrattiva e repulsiva, presentano fra loro, in una ulteriore determinazione, le forze centripeta e centrifuga. Queste sembrano assicurare una differenza essenziale, in quanto nella loro sfera riman fermo un uno (ein Eins), un centro (ein Zentrum), verso il quale gli altri uno si conducono come tali che non son per sé, cosicché la differenza delle forze (der Unterschied der Kräfte) si può annodare a questa presupposta differenza di un uno centrale e degli altri uno come tali che di fronte a quello non stan fermi».
[Hegel: Scienza della Logica – Laterza, Bari 1968 – tomo primo: pag. 192]
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Attraktiv- und Repulsivkraft
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Zentripetal- und Zentrifugalkraft
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a finito in infinitum ZERO → INFINITO |
ab uno in ună 1 + 1 + 1… → 1 all’infinito |
Prima della «affermazione» – adfirmātĭo, ōnis, (f.) – c’è la “fermazione” – firmātĭo, ōnis, (f.) – e nessuna «negazione» – nĕgātĭo, ōnis, f.) – può infirmare la fermazione con una «confutazione» – infirmātĭo, ōnis, (f.) – capace di invalidare la fermazione al punto di renderla così inferma e invalida da perdere se stessa. L’astrazione assoluta del pensiero desistenziale fa un salto di qualità prescindendo assolutamente dalla quantità: fa il salto ontologico che getta lo sguardo al di qua dell’essere, e non al di là dell’essere, come amano fare le varie escatologie religiose che la filosofia cerca di spiegare con la sua metafisica. L’infinità del Vuoto come astrazione del pensiero umano è un Nonessere in quanto completa assenza di esseri umani: questo è il Vuoto di cui si parla qui, non certo quello spaziale che in natura può costituirsi come nĭhildum – nĭhĭl dum – (avv.): «ancora niente». L’infinità del Vuoto concettuale astrae dalla logica che alterna potenza e atto nel divenire di una necessità ontologica che è la necessità della natura: il meccanicismo di causa ed effetto; la potenza, in quanto possibilità, non causa necessariamente l’atto, per quanto in natura le cose vadano così. Dalla scolastica passando per Giordano Bruno sino a Baruch Spinoza, la cosiddetta natura naturans è una potenza che con ogni probabilità diventa natura naturata. La natura naturans è già la forza sistenziale dell’Essere che ha devastato il vasto vuoto del Nonessere: che ha ucciso il proprio padre obbedendo all’impulso freudiano del complesso edipico; a questo proposito il vostro Profeta, o desistenti, ha pensato una massima illuminante:
COMPLESSO EDIPICO DELL’ESSERE
Ha fatto fuori suo padre, il nonessere,
per poter avere dei figli da sua madre:
creare degli enti dal niente.
La vis centrifuga agisce “per forza” intrinseca come una necessità sillogistica: estrinseca i suoi effetti da una causa interna a sé immanente. La vis centripeta di cui parla il pensiero desistenziale è invece assimilabile in qualche modo al Todestrieb freudiano, a patto però che con esso si intenda una forza concettualmente cancrizzante che mira non all’aldilà escatologico bensì all’aldiqua prelogico. Il “canone cancrizzante” della meontologia desistenziale è un moto retrogrado della Ragione che retrocedendo all’infinito raggiunge una «recessione ideale» dal contratto esistenziale stipulato in fieri dalla reciproca «cessione reale» di assenza negativa di ente e presenza positiva di ni-ente. La «buona infinità» desistenziale si trova al di qua del conteggio: prima che si cominci a contare; per questo la sua nullità è l’incommensurabilità dell’innumerabilità: la non numerabilità di una nullità che ha la qualità di non poter essere misurabile. La «cattiva infinità» esistenziale si trova al di là del computo: dopo che si è cominciato a contare; per questo la sua nientità è la commensurabilità della numerabilità: la numerabilità di una nientità che ha la quantità nel suo poter essere misurabile.
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mensūrābĭlis, e, (agg.):
misurabile
[mensūro + -bĭlis].
-
incommensūrābĭlis, e, (agg.):
incommensurabile
[in- + con- + mensūrābĭlis].
Hegel scrisse che «Un rosso, che sia più intenso o più debole, è sempre rosso; ma se cambiasse la sua qualità, cesserebbe di essere rosso, e diventerebbe azzurro ecc.». La tensione qualitativamente meccanicistica della natura naturans è intensione deterministica nella natura naturata in quanto sua intenzione eziologicamente predeterminata: tentĭo in tentionĕm intensĭo. Il pensiero desistenziale si propone per l’appunto proprio quel salto di qualità che, nell’esempio hegeliano, prescinde non solo dal colore rosso bensì dal colore in sé: l’essere incolore, l’essere senza qualità, l’uomo senza qualità, nemo = nĕ- + hŏmo. Sin che si resta nella logica della Qualità (rosso, ma quale, rosso?) si rimane anche nella logica della Quantità (rosso, ma quanto, rosso?).
«La quantità pura (Die reine Quantität) non ha ancora alcun limite (hat noch keine Grenze), ossia non è ancora quanto (oder ist noch nicht Quantum). Anche nel diventar quanto (Quantum wird), non vien terminata da limite; anzi, consiste appunto nel non esser terminata dal limite, nell’avere in sé l’essere per sé come un tolto. Che la discrezione (die Diskretion) sia in essa come momento (Moment), può esprimersi così, che la quantità è assolutamente in lei, dappertutto, la possibilità reale dell’uno (die reale Möglichkeit des Eins), ma che viceversa l’uno è altrettanto assolutamente quale un continuo (als Kontinuierliches ist)».
[Hegel: Scienza della Logica – Laterza, Bari 1968 – tomo primo: pag. 199]
Realis possibilitas unīus: discrētĭo. Ma “discrezione” è separazione per definizione, distinzione netta fra un Possibile perpetuamente immoto e un Reale continuamente in moto. La quantificazione può esserci solo e soltanto dopo che la qualificazione è stata determinata: la qualificazione dell’essere qualificatosi esistente. La «discrezionalità» è qui da intendersi non tanto come libera decisione di non recedere dal Vuoto quanto piuttosto come necessaria cessione del Vuoto ad opera dello Spazio: recessione dal Vuoto che incede nello Spazio e così decede dal Vuoto stesso. Il latino dēcēdo, is, cessi, cessum, ĕre, (3 intr.) non è il decesso fatale della dipartita, la morte, ma l’«andarsene da»: lo Spazio è l’andar via dal Vuoto cedendo all’attrazione dell’esistenza, la tentazione di esistere, che l’astrazione del desistere vuole annullare.
Il Vuoto è trascendente. Lo Spazio (vuoto) è trascendentale. Immanuel Kant ha avuto la brillante intuizione di un’«estetica trascendentale» come possibilità a priori della esperibilità dei contenuti sensibili nella realtà: qualsiasi contenuto di cui veniamo a conoscenza è precontenuto nello spazio mentale dell’uomo come preformazione a priori dell’informazione a posteriori: forma mentis forma entis. A monte dello Spazio trascendentale dell’ontologia c’è il Vuoto trascendente della meontologia, che trascende lo Spazio come un padre è ascendente del figlio da lui discendente.
«Lo spazio è questo assoluto esser fuor di sé (Der Raum ist dies absolute Außersichsein), che è in pari tempo assolutamente ininterrotto, un esser altro e poi daccapo un altro (ein Anders- und Wieder-Anderssein), il quale è identico con sé. Il tempo è un assoluto venir fuor di sé (die Zeit ein absolutes Außersichkommen), un generarsi dell’uno (ein Erzeugen des Eins), del punto temporale (Zeitpunktes), dell’Ora (des Jetzt), che è immediatamente l’annullarsi (Zunichtewerden) di esso e daccapo, continuamente, l’annullarsi di questo perire (das Zunichtewerden dieses Vergehens ist); cosicché questo generarsi del non essere (dies Sicherzeugen des Nichtseins) è anche semplice eguaglianza e identità con sè»
[Hegel: Scienza della Logica – Laterza, Bari 1968 – tomo primo: pag. 201]
Come si può vedere, lo Spazio hegeliano è una «estrapolazione» concettuale del Vuoto cantiniano: una «interpolazione» esistenziale dello Spazio e del Tempo umano. Veramente lo Spazio è “fuori di sé”, dal momento che, essendo una produzione della mens humana è de mente: proviene dalla mente umana; e la sua “demenza” consiste anche nel suo essere fuori dal Vuoto: lo Spazio è fuori di sé perché è fuori da ciò che è altro da sé. Il Tempo, come lo Spazio, passa trapassando di momento in momento, ma il presente è un momento in cui il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora: in sé, il momento è niente; esso è solo per il momento passato e per il momento futuro. L’interpolazione hegeliana spazio-temporale è in un praescindo paradossalmente posteriore al scindo, is, scĭdi, scissum, ĕre, (3 tr.): lo Spazio si configura prescindendo dal Vuoto per quanto esso sia “nato” dalla scissione fra sé e il Vuoto! Uno Spazio a prescindere è uno Spazio senza radici che implode su se stesso a dispetto del suo esplodere come Big Bang.
TEORIA DEL BIG-BANG:
Proposta verso il 1946 da G. Gamow, trae origine dalla soluzione delle equazioni della relatività generale per un Universo omogeneo e isotropo, noto come modello di Friedmann-Lemaître (cfr, cosmologia). Risolvendo all’indietro nel tempo le suddette equazioni, sotto l’ipotesi che la massa dell’Universo rimanga costante, e utilizzando l’osservazione relativa all’attuale espansione dell’Universo, si arriva infatti a un istante iniziale in cui le dimensioni dell’Universo tendono a zero e la densità di materia tende all’infinito.
Al di qua dello Spazio logico e ontologico c’è un Vuoto alogico e meontologico che se da un lato la Ragione può pensare, dall’altro l’Intelletto non può razionalizzare. La correlazione dialettica di discretio et continuitas risolverebbe, secondo Hegel, l’imbarazzo antinomico di Kant: «La vera soluzione delle antinomie può consistere solo in ciò, che due determinazioni, in quanto siano opposte e necessarie a un solo e medesimo concetto, non possono valere nella loro unilateralità, ciascuna per sé, ma hanno la lor verità soltanto nel loro esser tolte, nell’unità del loro concetto». La parola chiave è qui die Einseitigkeit: l’unilateralità che guarda a uno solo dei due lati anche se la verità li riguarda entrambi, giacché ihre Wahrheit nur in ihrem Aufgehobensein, in der Einheit ihres Begriffes haben. La riflessione è la speculazione che rispecchia in sé un lato che guarda all’altro come qualcosa che lo riguarda:
Discretio gnoscit continuitatem vacui
et
continuitas cognoscit discretionem spati.
Si guardano come due sconosciuti, il Vuoto e lo Spazio, eppure, a forza di guardarsi in cagnesco, finiscono poi col riconoscersi – parola di Hegel. Il concetto è dimidiato per sua natura: conceptum dimidiatŭm – il suo errore consiste nella miopia di una unilateralità gnoseologicamente monoculare, la veduta di una sola delle sue due parti, sì che la sua verità consiste quindi nello sguardo sinottico che le comprende entrambe – «visione unilaterale del concetto»; la «visione bilaterale del concetto» è la verità di un errore che finisce quando la verità comincia e viceversa. Come si dice per la libertà di una persona: che finisce dove comincia la libertà di un’altra persona. A ben vedere, questa verità, hegelianamente fluttuante da un capo all’altro di se stessa, è una specie di aporetico “compromesso”: l’anticipo di un importo che non salda mai il debito; se ogni promessa è debito, la verità hegeliana è una promessa mai mantenuta sino in fondo. Il negativo sembra promettere il positivo ma poi il positivo sembra compromettere il negativo.

“Nonessere nichilista”
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER feat. PATRICIA MCBEAL, 2020
@ILLUS. in fundo by FRANCENSTEIN, 2020





