A TU PER TU CON LA TRASCENDENZA: UNA STORIA DI MAGHI E SACERDOTI
Il termine “trascendenza” è ormai entrato di diritto nel vocabolario dell’uomo comune. Pur senza comprendere necessariamente fino in fondo il significato più alto e pregnante di questa parola, le persone afferrano il suo senso generico e sanno talvolta servirsene anche nel proprio sermo cotidianus. Quante volte, infatti, capita di sentire l’espressione “nulla di trascendentale”? Un cospicuo numero dei suoi utilizzatori molto probabilmente non sospetta che si tratti di un lascito della filosofia kantiana (ci perdoneranno i lettori più specializzati se non insistiamo in questa sede sulla cruciale differenza tra “trascendentale” e “trascendente”), ma sa nondimeno utilizzarla per comunicare un messaggio. Ciò che nell’esperienza comune assume i connotati della trascendenza è qualcosa che sembra irraggiungibile e non indagabile nella sua più intima essenza. Il trascendente rappresenterebbe, cioè, l’orizzonte estremo della nostra conoscenza e delle nostre possibilità.
Per quanto, come detto, questa espressione e il suo significato più immediato ed intuitivo si siano ormai sedimentati nella nostra cultura, appare evidente che siamo di fronte a un concetto piuttosto raffinato che, per il tramite della filosofia e della religione, ha avuto modo di essere più volte ridiscusso e risemantizzato. Ma la domanda che qui si vuole affrontare non terrà conto degli sviluppi più maturi ed elaborati del termine ad opera delle suddette materie; questa breve indagine sarà infatti volta a ricercare nella filogenesi dell’essere umano il primo incontro dell’uomo con la dimensione altra della trascendenza.
Tale analisi, che pur potrebbe fregiarsi della collaborazione di un numero assai elevato di discipline, si appoggerà principalmente alla teoria antropologica. Spetta infatti all’antropologia il compito di ricostruire, per quando possibile, la genesi e la trasformazione dei concetti e delle idee all’interno dei contesti primitivi e aurorali della specie.
Il primo contatto tra l’uomo e la trascendenza, secondo le analisi contenute nel celebre Ramo d’oro di Frazer, è in verità piuttosto tardivo. L’illustre antropologo scozzese ha infatti dedicato buona parte della sua gigantesca opera alla trattazione di ciò che precede la formazione, all’interno della coscienza umana, di quel senso di alterità esperito nei confronti delle soverchianti potenze che costituirono il primo nucleo della trascendenza in senso religioso. La teoria che sta alla base del lavoro di Frazer è che, anticipando la spiritualità specificamente religiosa e sacerdotale, la prima pratica volta alla comprensione e al dominio del proprio ambiente sia stata la magia (il sottotitolo del Ramo d’oro recita infatti “della magia e della religione”).
Grande merito del lavoro di Frazer è quello di aver offerto una catalogazione sistematica della magia che consente di capirne l’intima logica e le differenze rispetto alle (successive) pratiche religiose. La suddivisione, adottata dal grande antropologo, della magia in due principali categorie è una derivazione delle due principali caratteristiche che sembrano comuni a tutte le operazioni magiche, indipendentemente dal luogo o dal contesto etnografico in cui operano i maghi primitivi presi in esame. Si potrebbe in realtà parlare di vere e proprie leggi o principi che governano la buona riuscita delle pratiche magiche. La prima di queste istanze è che il simile produce il simile e che gli effetti sono rassomiglianti alle cause; mentre la seconda è che le cose che siano entrate una volta in contatto fra loro continuino ad agire le une sulle altre anche una volta che tale contatto sia fisicamente terminato. A questi due fondamenti dell’arte magica si riallaccia la suddivisione binaria di Frazer in magia omeopatica o imitativa (che si rifà al primo dei due principi) e magia contagiosa (in riferimento al secondo principio). Va da sé che in moltissimi casi i due principi magici si troveranno presenti contemporaneamente negli stessi riti, se non altro perché la magia per contagio presuppone comunque sempre anche il principio della similarità causale.
Un paio di esempi chiarirà meglio il funzionamento di questi due modelli. Alla magia omeopatica appartengono tutti quei riti che servono a propiziare un determinato avvenimento desiderato o a scongiurarne uno avversato. È questo il caso delle danze dei cosiddetti “pioggiaiuoli”, i quali, simulando con aspersioni la pioggia e i venti, sono persuasi di poter richiamare, per mezzo del principio di similarità, quella determinata condizione atmosferica. Si ricerca, in questo caso, un effetto positivo, ma la magia omeopatica può funzionare anche all’opposto; è convinzione dei maghi che, realizzando e poi distruggendo un simulacro del proprio nemico, ciò contribuirà a danneggiarlo e ferirlo.
Per quel che riguarda la magia per contagio si può far riferimento al legame che i selvaggi istituiscono tra l’uomo e le sue parti del corpo. Secondo il principio del contagio, anche qualora venissero staccate da esso, le varie parti del corpo di un uomo continuerebbero ad avere un’influenza e un legame anche a distanza. Ecco perché l’utilizzo di capelli, unghie e altre escrescenze, se opportunamente adoperate nella costruzione di un feticcio (e qui si noti il legame tra le due forme di magia), varrebbe come metodo per beneficare o nuocere a distanza.
In base a quanto sin qui detto, appare evidente come la magia delle civiltà primitive non sia altro che una falsa scienza basata sull’adozione di due inferenze logiche errate: il principio di similarità e quello del contagio. Ma ciò che qui interessa sottolineare è il ruolo cruciale occupato dal pensiero magico all’interno della visione del mondo del selvaggio. Nel cosmo primitivo l’uomo-mago può disporre della natura poiché ne conosce (o crede di conoscerne) l’intimo funzionamento, ed è cosciente di farne parte non solo in maniera passiva, ma come agente in grado di modificarne il corso. Una simile weltanschauung non lascia evidentemente troppo spazio all’elemento della trascendenza. Sebbene non manchino, all’interno dei numerosissimi culti rituali presi in esame dagli antropologi, esempi di demoni o spiriti della natura, bisogna nondimeno ammettere che si tratta quasi sempre di entità ancora una volta controllabili dal mago, facenti parte come esso del cosmo naturale. La magia primitiva, dunque, può considerarsi una pratica sostanzialmente immanente, che non sembra tenere conto di una realtà più elevata, non manipolabile e del tutto altra rispetto all’uomo.
La trascendenza, a questo stadio dello sviluppo umano, non ha perciò ancora fatto la sua comparsa. Essa costituirà, secondo Frazer, la tappa successiva al pensiero magico, quando l’uomo realizzerà con disappunto che la sua magia non è altro, come si è detto, che una falsa scienza. Il mutamento di prospettiva sarà ovviamente graduale, e nelle sue prime fasi sarà appannaggio solo di una ristretta cerchia di individui particolarmente intelligenti che si renderà conto a poco a poco della fattuale inefficacia delle pratiche magiche. Saranno tali individui ad accorgersi che determinati avvenimenti naturali mantengono inalterata la loro cadenza anche a prescindere dagli sforzi rituali compiuti per propiziarli. Di tali sforzi Frazer offre una mirabile descrizione nel suo Ramo d’oro:
I mezzi con cui si sperava di raggiungere tale scopo erano l’imitazione e la simpatia. Sviato dalla sua ignoranza sulla vera origine dei fenomeni, il primitivo credeva che per produrre i grandi fenomeni della natura, da cui dipendeva la sua vita, egli non avesse che da imitarli, onde allora per una segreta simpatia o per un’influenza mistica il piccolo dramma che egli rappresentava in un prato, in mezzo al bosco o in una deserta pianura o su una spiaggia spazzata dal vento o in una piccola valle fra i monti sarebbe stato subito accolto e ripetuto da più potenti attori e in una più vasta scena.
La ragione dietro al proliferare delle pratiche magiche nel corso del tempo è la limitata visione del selvaggio, che gli impedisce, almeno a questo stadio del suo sviluppo, di individuare i pattern sottesi ai cicli delle stagioni e ai grandi fenomeni naturali. E dunque, come sostiene Frazer:
Dopo tutto, le cerimonie magiche non sono altro che esperimenti i quali non hanno avuto successo e che continuano ad esser ripetuti solamente perché, per ragioni che abbiamo già mostrato, l’operatore è incosciente del loro insuccesso.
Spetterà agli operatori più maturi, gli individui maggiormente dotati di cui si è detto poco sopra, il compito di revisionare la concezione immanente del cosmo naturale dopo aver preso coscienza del fatto che le pratiche magiche, in realtà, non sortiscono per davvero i risultati sperati. Ed è a questo punto che la trascendenza può fare il suo ingresso trionfale. Orfano del suo pur imperfetto organo di dominio sulla natura, l’uomo si ritrova ora costretto ad ammettere la sua sostanziale impotenza di fronte ai complessi fenomeni che lo circondano e lo minacciano. Ma se prima il commercio con le forze della natura era di competenza del mago, ora il testimone passerà nelle mani del sacerdote, una nuova figura che innesta il proprio ufficio sulla novella convinzione che a controllare il mondo e i suoi accadimenti siano delle potenze superne, celate e totalmente altre rispetto all’uomo: gli dei.
Se il mago poteva fregiarsi di un potere che lo poneva essenzialmente sullo stesso piano di quelle forze che rispondevano alle sue fatture e ai suoi incantamenti, il sacerdote sa di essere al cospetto di entità che superano di gran lunga l’orizzonte umano e che non possono essere controllate, ma tutt’al più pregate e supplicate. Il superamento della fase magica, pur segnando una tappa di indubbio sviluppo, lascia l’uomo alla minacciosa mercé di qualcosa che non può più essere intimamente compreso né padroneggiato, qualcosa che può disporre a piacimento della natura e del destino umano e che si configura, nei suoi confronti, come il totalmente altro. Soltanto ora l’uomo, spoglio e prostrato, può finalmente (e fatalmente) dirsi a tu per tu con la trascendenza.
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