KARL JASPERS: CREAZIONE E COLPA, MEMORIA E RESPONSABILITÀ. IL MITO (PARTE V)
Alla seconda, risponde rinforzando la comunicazione tra le esistenze nell’«atto più meraviglioso della comunicazione umana», il perdono, il quale non è differente da un presunto superiore perdono divino. Quest’ultimo cancellerebbe la colpa stessa, come se essa non si fosse mai verificata; e qui si insinua una pericolosità inquietante perché una redenzione così intesa non può divenire cifra perché fonda la propria fede su di un evento oggettivo, la venuta di Cristo appunto. È autoreferente ed endogena, è degna di fede solo per chi già crede alla realtà dell’evento salvifico in sé, essendo però la fede stessa un dono di Dio. Il rischio maggiore di una considerazione simile è che si abbandoni completamente il mondo, l’uomo e se stesso verso un legame autoannientante in Dio. E questa parificazione all’amore di Dio nel perdono (perché l’amore di Dio e il suo perdono sono effettivamente imparagonabili a quelli umani solo se considerati nel loro essere-cifra, in modo tale da sottolineare la profonda dipendenza della libertà umana dalla Trascendenza) è possibile dal momento che
il perdono fonda una nuova comunicazione nell’amore. Le conseguenze incancellabili della colpa restano. Ma questa non è più assoluta, sibbene raccolta nell’unità e nell’unificazione che mediante la buona volontà ci destano alla comunicazione. Ma attendere da Dio un perdono diverso da quello che ha luogo fra gli uomini significa fuggire dagli uomini e da sé verso Dio, il che è già un’empietà» (La fede filosofica di fronte alla rivelazione, p. 493).
Alla prima, conseguentemente, confermando così le intuizioni appena esposte, confidando nell’essere uomo in quanto tale. La colpa sarà sempre presente, ma non irriflessivamente come se fosse una legge di natura. La specificità dell’uomo non consiste solamente nell’essere un anello nella catena causale, ma libero e per cui principio egli stesso di una nuova catena causale, ma, e forse soprattutto, di poter trasversalmente attraversarla grazie alla riflessione. In sintesi, si potrebbe considerare come una doppia forma di libertà, sia come libertà pratica, in riferimento all’oggetto, sia come libertà riferita a se stessi. Tuttavia, come si può notare, terreno comune alle risposte della fede filosofica è l’eterna presenza della colpa. Essa è sempre con noi, ci perseguita, ci trascina di fronte ad una duplice possibilità: 1) l’angoscia e la vertigine di fronte all’abisso senza soluzioni possibili (il cui esito più sconvolgente lo si ha nel suicidio, al cospetto del quale si deve restare in rispettoso silenzio – cfr. La chiarificazione dell’esistenza, pp. 264-276); 2) approfondirsi nella propria colpa, che è colpa metafisica.
Tale concetto trova svolgimento nelle già citate lezioni postbelliche sulla questione della colpa. È da notare che, a prescindere dall’occasione che le ha animate – la colpa e la responsabilità politiche della Germania sia nel suo apparato statale-istituzionale, sia in qualità di popolo – queste lezioni approfondiscono una tematica cardine dell’intera filosofia jaspersiana. La colpa in senso lato prevede quattro concettualizzazioni differenti: 1) colpa criminale; 2) colpa politica; 3) colpa morale; 4) colpa metafisica.
I primi due concetti sono, per così dire, maggiormente oggettivabili, in quanto la colpa criminale trova soluzione nelle deliberazioni giudiziarie in tribunale, che ristabiliscono la rettitudine dell’ordinamento infranto dal delitto, mentre per la colpa politica ciò che decide maggiormente è la volontà del vincitore, il quale può imporre la propria autorità irrispettosamente delle parti concorrenti. Più complessa è la concettualizzazione per la colpa morale e per quella metafisica; per la prima, trovando istanza privilegiata il foro interno della propria coscienza, l’oggettivazione certa è pressoché impossibile. In linea di massima, pertanto, può valere come sua caratterizzazione provvisoria l’interesse nella responsabilità individuale che ognuno di noi compie in qualità di singolo; per la seconda, vorrei riportare due citazioni che credo essere molto puntuali, nonché veramente belle:
c’è tra gli uomini come tali una solidarietà la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche lui colpevole. Chi non ha messo a repentaglio la propria vita per impedire il massacro degli altri, ma è rimasto lì senza fare nulla, si sente anche lui colpevole, in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Il fatto che uno è ancora in vita, quando sono accadute cose di tal genere, costituisce per lui una colpa incancellabile. Nella nostra qualità di uomini, a meno che la fortuna non ci risparmi situazioni di tal genere, giungiamo ad un limite estremo, in cui siamo costretti a scegliere: o rischiare la nostra vita incondizionatamente e senza alcuno scopo, perché senza alcuna prospettiva di successo, o preferire di rimanere in vita solo perché è impossibile riuscire. Ciò che costituisce l’essenza della nostra natura è quell’impulso incondizionato esistente tra uomini, per cui, dove vengono inflitte delle atrocità a uno o a un altro, o dove si tratta di dividere delle condizioni materiali di vita, si vuole o che si viva insieme o che non si viva affatto. Ma il fatto che questo impulso non agisca nella solidarietà di tutti gli uomini, e neppure in quella dei cittadini, e nemmeno in quella di piccoli gruppi di uomini, il fatto che esso rimanga circoscritto solo a quei legami umani più intimi costituisce la colpa di tutti noi. L’istanza è solamente Dio» (La questione della colpa, pp. 22-23).
e
[l]a colpa metafisica consiste nel venir meno a quell’assoluta solidarietà con l’uomo in quanto uomo. È una pretesa incancellabile, anche quando le esigenze ragionevoli della morale sono già cessate. Questa solidarietà viene lesa quando io mi trovo a essere là dove si commettono ingiustizie e delitti. Non basta che io metta a rischio con ogni cautela la mia vita per impedirli. Una volta che quel male ha avuto luogo e io mi sono trovato presente e sopravvivo, dove un altro viene ucciso, in me parla una voce che mi dice che la mia colpa è il fatto di essere ancora vivo (ivi, p. 73).
Possiamo allora tenere fermo che: a) la colpa metafisica è una colpa che coinvolge l’essere umano nel suo essere-rivolto-a, nel suo essere comunicazione possibile, nel suo essere esistenza tra le esistenze, e che proprio in virtù di questo essere-esistenza b) è strettamente legata a Dio e al rapporto esistenza-Trascendenza (rappresentata dalla cifra della personalità in Dio) e perciò c) è colpa incancellabile ma, si badi bene, non come mera realtà naturale, come già evidenziato, né come ipostatizzazione di una condizione umana derelitta, ma come sprofondamento nell’eternamente svanente origine, ovverosia, la Trascendenza stessa. Allora, come poter convivere con la colpa? Come poterla assumere su di sé?
Se ripensiamo alle quattro concettualizzazioni, si può notare come fulcro dell’intera trattazione la questione della responsabilità; questione della colpa è questione di responsabilità, sia come totale irresponsabilità nel delitto, sia come responsabilità politica, tanto dei governanti, quanto dei governati, sia come responsabilità individuale nell’assunzione dei rapporti nella comunicazione, sia come responsabilità metafisica nell’accettazione e nella presa di coscienza della propria peculiare situazione. Nella contingenza della colpa della Germania, di conseguenza, acquista un ruolo eminente il problema della memoria; ricordare, non dimenticare è un modo per poter purificarsi dalle proprie colpe. Ma la purificazione non sarà, né mai potrà essere definitiva. Assumersi la propria responsabilità significa non dimenticare la propria colpa, significa non accontentarsi del perdono possibile, ma insistere sulla via (auf dem Wege) verso una completa autotrasformazione dell’autocoscienza di fronte a Dio. La colpa metafisica, allora, e la responsabilità da essa derivante, hanno come conseguenza la
«trasformazione dell’autocoscienza umana innanzi a Dio. L’orgoglio viene spezzato. Questa autotrasformazione attraverso l’agire interiore può condurre ad una origine di vita attiva, ma legata sempre a una incancellabile coscienza di colpa, nell’umiltà che rende sottomessi a Dio e sospinge tutto il nostro operare in un’atmosfera nella quale diventa impossibile la presunzione» (ivi, p. 28).
Credo che nulla possa scuotere le coscienze come questo invito, quasi un augurio che Jaspers rivolse allora, nel lontano 1945, ai suoi studenti, ma che colpisce, come una lama, noi, uomini del XXI secolo:
Ecco dunque quello che vale per noi, per ciascuno di noi: noi non vogliamo sentirci innocenti così facilmente, non vogliamo compatirci, considerandoci vittime di una disgrazia fatale, non vogliamo aspettarci degli elogi per i dolori sofferti, ma vogliamo interrogarci, scrutarci a fondo implacabilmente: quando ho provato falsi sentimenti, quando ho avuto falsi pensieri, quando ho commesso azioni sbagliate? – noi vogliamo cercare la colpa in noi, spingendoci più oltre che sia possibile, e non vogliamo cercarla nelle cose o negli altri, né sottrarci a questo compito con la scusa della miseria in cui versiamo. Questo segue dalla decisione di conversione» (ivi, p. 122).
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2020





