LA NECESSITÀ DELLA MORALE – PARTE I
L’etica è una parte importante del patrimonio di pensiero che la filosofia porta con sé. Da sempre la storia del pensiero tratta anche di ragionamenti sull’azione e la vita dell’individuo (non a caso la filosofia morale si è occupata principalmente delle domande “che cosa devo fare?” o “come devo vivere?”) ed oltretutto essa, nonostante sia stata ancorata a deduzioni attinenti all’ambito ontologico-metafisico, ha avuto una rilevanza non laterale anche nel corso della storia e l’avrà sicuramente nei secoli a venire.
Il problema che a parer mio si può individuare nei tempi odierni è che la filosofia morale non presuppone più quello stato di attenzione da parte dell’individuo che ha ricevuto in tempi passati, in quanto non solo da una parte essa stessa viene considerata come un livello superiore di attenzione morale, ma oltretutto viene ricusato qualsiasi obbligo e qualsiasi considerazione (poiché considerata imposizione di un certo insieme di valori) dati da un ragionamento compiuto, dal momento che non si ritiene vi sia la necessità di ragionare sulla propria azione e sulle sue conseguenze. Si invece ritiene necessario lasciare qualsiasi considerazione sull’azione all’individuo stesso presupponendo che quest’ultimo sia in grado di attuare deliberatamente una scelta in modo consapevole e con gli strumenti concettuali corretti.
Cercherò in questi articoli di proporre una pars destruens delle critiche che vengono svolte alla morale ed allo stesso tempo, in articoli futuri elaborerò una pars costruens, cercando di esplicare come le parti della moralità possano, in base a critiche che presuppongo corrette, essere totalmente ripensate.
Pars Destruens
Passiamo perciò alle varie critiche che sono state fatte nei confronti della moralità ha nel corso dei secoli.
1) Risposta alla domanda: “A cosa serve la filosofia morale?”
Innanzitutto, una critica piuttosto nota alla concezione comune è quella della sua utilità. In genere questo tipo di critica concerne anche la filosofia stessa in tutti i suoi campi, difatti questa domanda si ricollega perfettamente al quesito: “A cosa serve la filosofia?”, ed oltretutto si può modificare in svariate forme del tipo: “A cosa serve l’ontologia?”, oppure, “A cosa serve la metafisica?”, ed infine, pervenendo alla domanda a cui voglio rispondere in questo articolo: “A cosa serve la filosofia morale?” Dunque, poniamo che un individuo si chieda: “A cosa serve la filosofia morale ed il ragionamento morale?”
In primo luogo converrebbe capire, per contrattaccare questo tipo di critiche, come mai si debba sempre prendere in considerazione l’utilità di una determinata materia come il metro di valutazione principale con cui valutare se approfondire o meno la materia. Difatti questa domanda esprime al suo interno implicitamente un assunto che presuppone un tipo di considerazione utilitaristica, poiché in questo caso viene chiesto a cosa serva un determinato elemento, dunque il presupposto fondamentale dell’approfondimento di una materia o meno è in questo caso la sua utilità. Il punto che io trovo critico nei confronti di questa domanda provocatoria è questo: l’utilità è necessariamente un fattore che deve essere correlato in relazione a qualcosa, in quanto ogni cosa che viene giudicata utile viene necessariamente giudicata come ottima alla realizzazione di un fine. Perciò non sarebbe chiara la relazione che vi è tra l’utilità ed il suo oggetto, proprio a causa del suo oggetto che è difatti ignoto nella domanda; in poche parole, non sarebbe chiaro il fine a cui la domanda fa riferimento.
Ma proviamo anche solo a spezzare una lancia nei confronti di questa domanda e a presupporre per il poco accorto interlocutore che l’oggetto sia la vita stessa, ovvero dunque il fine eudemonico (in quanto si presuppone che ciascun individuo voglia giungere ad uno stato di relativa quiete e non voglia vivere in uno stato di fastidio dato da qualsiasi patologia o condizione psichica); allora capiamo che la categoria dell’utilità è in relazione ad un fine di un certo tipo. Ma se anche le cose stessero in questo modo, allora, per coerenza intellettuale del nostro interlocutore, possiamo capire come egli deve scegliere l’importanza delle singole cose in relazione alla loro utilità. E precedentemente abbiamo affermato che l’utilità si dà solamente in relazione ad un determinato fine. Dunque, allora anche il fine deve darsi in base ad una sua utilità, altrimenti non si dà come utile, dunque se non è utile non sarebbe da perseguire.
Però allora dinnanzi a questa struttura metodologica di ragionamento (Utilità —>Fine —>Utilità —> Fine, ecc…) capiamo anche che il processo di giustificazione dell’individuo che pone la domanda “A cosa serve la filosofia morale?” perviene nient’altro che ad un regresso all’infinito. Poiché necessariamente per ogni utilità si dovrà cercare un fine, e per ogni fine una sua utilità, e per questa ulteriore utilità un fine, e così via possiamo stare all’infinito a formulare l’equivalente del paradosso dell’uovo e della gallina. Oltretutto, secondo gli sviluppi della filosofia contemporanea, il fine non sembra esserci nemmeno dato come oggettivo e come incontrovertibile, ma anzi, sembra essere totalmente una nostra costruzione, dunque capiamo che vi è qualcosa di sbagliato non tanto nell’intenzione della domanda, ma vi è qualcosa di sbagliato nella formulazione linguistica e metodologica della domanda.
Ma allora davvero dunque la filosofia morale non serve a niente? La filosofia morale non serve nella misura in cui si usa quel determinato assetto di ragionamento che porta ad un regresso all’infinito, e nella stessa misura possiamo dire anche che mangiare, portare a spasso il proprio cane e uscire con gli amici come qualsiasi azione misurata con quel metro di valutazione non “serve a niente”. Se è vero che noi esseri umani non possediamo uno scopo datoci oggettivamente, perlomeno noi possiamo formulare degli scopi e darceli cambiando i nostri paradigmi di ragionamento poiché sappiamo essere non incontrovertibili.
2) Il problema dell’atteggiamento nichilistico-passivo
Difatti un’altra particolare questione che di solito tende a presupporre nella filosofia morale una sorta di inattuabilità o di inutilità è quello che mi piace definire come l’atteggiamento nichilista passivo nei confronti di qualsiasi costruzione umana. Questo argomento ha a che vedere con le posizioni nichiliste (le quali io stesso sottoscrivo poiché esse costituiscono una realizzazione di una determinata condizione del genere umano a cui è bene non sottrarsi o si finisce a giuocare con l’oppio) che sostengono, data la costruzione soggettiva e non fondata su criteri non totalmente oggettivi di fenomeni come la società o la morale, la non sottoscrizione da parte dell’individuo nei confronti di queste costruzioni perché esse non contano nulla.
Oltre che sopperire alla fallacia di Hume, in quanto queste posizioni derivano da una determinata descrizione un comportamento da seguire, non si rendono conto che a loro volta, pur dicendo “Non pensare alla morale, tanto in fondo non conta nulla”, propongono difatti nient’altro che un comportamento da seguire, dunque un obbligo, e cos’è questo obbligo se non una norma da seguire nelle relazioni comportamentali? Certo, è un obbligo piuttosto strano in quanto è lo stesso annullamento dell’obbligazione, ma sempre comunque una prescrizione morale rimane e dunque, pur uscendo dalle stesse strutture morali, si rientra nelle stesse.
Difatti questa credo sia la riprova che l’essere umano è inserito inevitabilmente all’interno della morale, e dunque deve rispondere necessariamente alla domanda “Come mi devo comportare?”. Oltretutto, riprendendo il discorso della fallacia di Hume, non necessariamente dal fatto che delle determinate strutture sociali siano un niente esse devono per forza essere abbandonate. Possiamo essere coscienti perfettamente della soggettività e del fatto che la morale è un prodotto umano, ma nulla ci costringe ad abbandonare queste strutture, anzi, proprio data la critica nietzschiana della non-oggettività della morale possiamo giungere ad un nuovo atteggiamento verso la morale che implichi l’adozione di criteri di giustificazione e di modificazione del rapporto morale anche secondo le esigenze dell’individuo. Infatti quello che voglio proporre nei confronti di queste critiche di tipo nichilistico è la loro accettazione accompagnata ad un atteggiamento cosiddetto attivo, ovvero un atteggiamento che possa prendere coscienza delle condizioni di illusione in cui è vissuto l’essere umano ma allo stesso tempo realizzare che tali teorizzazioni sono indipendenti, fino ad un certo punto, dalla sfera morale.
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