LO SGUARDO DI ANTONIO SULLA ROSA. NOTE DI UN DIARIO FENOMENOLOGICO-GRAMSCIANO (PARTE I)
a Enzo Paci
che nei formidabili anni ’60 andava accostando
Husserl e Marx,
con simpatetica ammirazione
Da dieci anni sono tagliato dal mondo (che impressione terribile ho provato in treno, dopo sei anni che non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva continuato ad esistere coi suoi prati, i suoi boschi, la gente comune, le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti, – ma specialmente che impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri) … LC 770[1]

0. Gramsci è stato oggetto, da parte chi scrive, di un’attenzione appassionata che data dagli anni lontani dell’adolescenza, nel tempo in cui, con l’ostinazione e il dogmatismo che solo quell’età forte sa produrre, all’ammirazione sconfinata nutrita per Manzoni dal mio insegnante di lettere opponevo la tesi gramsciana del paternalismo dei Promessi Sposi e il loro carattere non «nazionale-popolare». Ancora oggi, questo punto mi sembra costituire una forte e provocatoria acquisizione; forse, servirebbe a decostruire il ruolo «egemonico» che quel libro ha rivestito nell’educazione scolastica, a discapito, poniamo, delle Operette morali di Leopardi.
0.1. In sé quest’indicazione autobiografica non riveste alcun valore, se non fosse che la fenomenologia e «la filosofia della praxis» di Gramsci (il ‘suo’ marxismo) ci insegnano che ogni comprensione è sempre situata o finita: essa non solo costituisce uno sguardo gettato sulle cose del mondo, ma ci dice anche qualcosa su chi quelle cose le guarda e sul modo in cui lo fa. Infatti, ogni discorso sul metodo inizia sempre con una sorta di più o meno implicita autobiografia filosofica del suo autore – anche nel caso in cui quest’ultimo non sia un Cartesio o uno Spinoza, dal momento che «tutti sono filosofi, sia pure a modo loro, inconsapevolmente» (Q 1375).
Queste note costituiscono allora un tentativo di «catarsi» (Q 1244) nei confronti dell’iniziale momento di «eroico furore» (Q 1841) dell’appropriazione di un autore di cui apprezzo non solo le qualità formali di stile, ma anche «la sostanza ideologica» del discorso[2].
Forse, a qualcuno dei venticinque lettori di queste pagine, il ritratto di Gramsci che ne emerge apparirà un po’ troppo esistenzialista e poco storico-politico, con il rischio ulteriore, forse, di aver delineato una cesura troppo netta tra l’attività del giornalista e «capo della classe operaria» e quella, für ewig, del periodo carcerario. Anche il richiamo finale al biblico nihil novi sub sole, impiegato in riferimento alla concezione gramsciana della storia espressa nella notissima lettera al figlio Delio, corre il pericolo di far dimenticare che non si tratta, in questo caso, di ‘eterno ritorno dell’identico’, ma di una visione di processi storici che sempre comportano una loro precisa teleologia. Rientra però nell’onestà di un discorso ragionato, il fornire ai lettori degli strumenti per una possibile falsificazione delle tesi e della metodologia proposte.
0.2. Rileggo le note che il lettore sta per scorrere e mi dico infatti che non bisogna mai dimenticare che la vita e il pensiero di Gramsci si sono svolti alla luce di una dimensione collettiva, variamente indicata nei Quaderni come «il moderno Principe» o «l’intellettuale collettivo» portatore di un pensiero «totalitario»: il nuovo partito cioè delle classi operaia e contadina che, pure nell’ambito di un’alleanza con forze politiche borghesi e socialdemocratiche («la parola d’ordine della Costituente repubblicana» lanciata contro la politica del Comintern della fine degli anni ‘20), avrebbe finito con l’instaurare un nuovo tipo di società ed economia «regolate». E tuttavia, pur nell’ambito di questa vicenda collettiva (per noi oggi lontana e difficile da immaginare, ma anche rimpianta; essa viene restituita ad es. nelle pagine della magistrale Storia del Partito comunista italiano di Paolo Spriano), la vita di Gramsci appare segnata, oltreché da una volontà di lotta, da solitudine e incomprensioni. Come nel quadro di Cézanne La cava di Bibémus, la solidità della struttura appare sul punto di crollare, attraversata da faglie di rottura e smottamento…Per Gramsci, queste faglie sono state costituite dal processo «molecolare» di disfacimento del suo corpo e della sua intelligenza nel periodo della detenzione carceraria.

Paul Cézanne, La montagna Sainte-Victoire vista dalla cava di Bibémus, 1898-1900, olio su tela, cm. 60 × 72, Baltimore Museum of Art
0.3. A pochi chilometri a sud-est di Asti si trova il paese di Azzano, dove è nato Felice Platone che ha curato, insieme a Togliatti, la prima edizione tematica delle Lettere e dei Quaderni (pubblicati da Einaudi in sette volumi, tra il ’49 e il ‘51). Data la grande diffusione che hanno avuto, è possibile ancora oggi trovare, a prezzi accessibili e sulle bancarelle di libri usati, questi volumi einaudiani, con la loro riconoscibilissima copertina grigia. Essi hanno segnato una prima fase, tutta politica e ‘togliattiana’, della ricezione del pensiero di Gramsci.
L’edizione critica curata da Gerratana alla metà degli anni ’70 ha invece introdotto i lettori nel cuore dell’«officina gramsciana» di scrittura, restituendo il senso di un pensiero carcerario che, per quanto volto a rintracciare la presenza di una particolare «teleologia» (o direzione di senso) nel cuore delle cose e della storia, conserva una sua propria apertura e incompiutezza.
1. Queste note delineano un possibile percorso di avvicinamento fenomenologico alle modalità di pensiero e scrittura dei Quaderni e delle Lettere, un percorso di una loro possibile «traduzione» fenomenologica. Per Gramsci, «tradurre» non indica un’operazione di trascrizione di contenuti da una lingua all’altra; semmai, il termine delinea la possibilità di trasportare la sostanza di un’epoca storica da una disciplina all’altra, come quando scrive che il materialismo storico è la traduzione della filosofia di Hegel, della politica di Robespierre e dell’economia di Ricardo.
Queste note costituiscono ancora una modesta proposta che finisce con il sacrificare un presunto impianto sistematico del filosofo-politico, nel tentativo invece di mettere in rilievo alcune situazioni o nodi esistenziali da cui quel pensiero mi è sembrato scaturire.
1.1. Esse si riportano tutte a quella situazione-limite dell’esperienza carceraria, in cui la percezione dello spazio vivente si contrae, per ridursi a «gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve». A questa contrazione dello spazio vissuto corrisponde però un’estrema dilatazione della percezione temporale: il tempo carcerario si trasforma in un tempo storico-cosmico e le categorie elaborate dal soggetto incarcerato assumono una veste rivolta sia al passato sia al futuro. Ciò vuol dire che queste categorie (come quelle di «società civile», «egemonia» o «rivoluzione passiva») servono non solo a comprendere il passato, ma anche a indicare una direzione di senso per il futuro, per compensare il presente esito «catastrofico» del prigioniero e del movimento operaio a cui si è legato.
In altre parole, le Lettere e i Quaderni ci mostrano – ci rendono fenomenologicamente evidente ‘in carne e ossa’- quello che accade quando i movimenti percettivi del corpo proprio (i suoi processi cinestetici) risultano drammaticamente ridotti allo spazio di uno sguardo che percorre le mura della cella o ha davanti a sé le pagine bianche dei suoi notebooks o delle sue carte da lettera.
1.2. Questa duplice e contemporanea situazione esistenziale del contrarsi dello spazio e del dilatarsi del tempo viene restituita con precisione in una lettera alla cognata Tatiana del 1 luglio 1929, là dove Gramsci descrive fenomenologicamente, tramite una scrittura sempre sorvegliatissima e redatta cum grano ironiae, l’epifania di una rosa che sboccia, mettendola in relazione con l’estinguersi del tono vitale dei carcerati, cosa che di norma si verifica «al terzo anno» della reclusione quando
il carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il soffitto, sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto! A proposito: sai, la rosa si è completamente ravvivata (scrivo “a proposito” perché l’osservazione della rosa ha forse in questo tempo sostituito gli sputi contro il soffitto!). Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde (…). Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (…). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono più contento (…); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizii e agli equinozii, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, ecc. ecc.; insomma, il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me. Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio (LQ 269-270)[3].
1.3. Sull’ironia e sullo sguardo attento. Così come ci restituiscono le testimonianze dei contemporanei relative al tempo della libertà e del carcere, Gramsci amava la vita e il suo sguardo sapeva posarsi con stupore sulle cose, ascoltare gli altri e cogliere con ironia sé stesso nell’atto di guardare le cose e di ascoltare. Questo suo amore per le cose è documentato ad es. nella lettera per Delio del 22 febbraio 1932, in cui viene restituito al figlio un ricordo lontano: l’incontro dell’autore ragazzo con dei ricci alle prese della raccolta delle mele (LC 536-538). Si tratta di un apologo, illuminato dalla luce della luna, accostabile alle migliori epifanie di certe pagine nazionali-popolari della letteratura italiana, come Rosso Malpelo di Verga e Ciaula scopre la luna di Pirandello.
2. Nel corso di queste note la fenomenologia viene considerata come l’attenzione portata alle cose stesse e cioè alle modalità con cui, nel «perenne fluire degli avvenimenti» «della vita del mondo» (Q 1241; L 222), vengono profilandosi alcune unità di senso (le essenze o eide di Husserl; i «concetti» del testo gramsciano richiamato), per poi modificarsi, trascorrere e ricomporsi in altre unità ancora più vaste. Da questo punto di vista, i Quaderni costituiscono un testo fenomenologico in cui l’autore invita il lettore a ripercorrere il percorso di ricerca che lo ha portato a elaborare, a partire «dal centro» del «cono d’ombra» della situazione carceraria in cui viveva (LC 464), una mappa concettuale provvisoria di un «mondo» che si presenta sempre come «vasto» e «terribile».
Questa sua vastità e carattere terribile sono dovuti al fatto che esso è costituito da un insieme di rapporti di forza collettiva («le forze del mondo», LC 222). Queste forze, nel caso di Gramsci e del movimento operaio, hanno determinato un «esito catastrofico».
2.1. Quando, in un quadro di Braque, riconosco che le molteplici superfici colorate che si affastellano appartengono a uno stesso oggetto (una fruttiera o una chitarra) visto da prospettive diverse, come se dovessi girare attorno a un oggetto per poi collocarlo via via in un orizzonte di senso ancora più grande (la Gestalt “fruttiera con chitarra”), ecco che vengo coinvolto in un farsi della percezione che il quadro stesso mi invita a ripercorrere.

Georges Braque, Chitarra e fruttiera, 1909, olio su tela, cm. 73 × 60, Kunstmuseum Bern
Nei termini gramsciani, l’uomo è chiamato, nei suoi processi percettivi, a riconfigurare un’esile traccia fossile («un ossicino») in un’unità di senso più ampia («un megaterio o un mastodonte»), «ma – avverte ironicamente Gramsci – può avvenire che con un pezzo di coda di un topo si ricostruisca invece un serpente di mare» (LC 302). Anche Husserl, quando studia il farsi dei processi percettivi, mette in evidenza la possibilità dell’errore gestaltico, come nel caso in cui una statua di cera viene scambiata da lontano per una persona in carne ed ossa…
2.2. Quando ascolto un brano musicale (ad es., il terzo concerto per piano e orchestra di Beethoven), nel fluire delle note riconosco alcune unità melodiche e ritmiche che seguo nelle loro variazioni e nel loro intreccio, attraverso il sovrapporsi dei protagonisti del dialogo musicale (l’orchestra nelle sue molteplici componenti e il pianoforte).
Analogamente, Gramsci invita a ricostruire musicalmente il farsi del pensiero di Marx, cogliendone il «leimotiv» e il «ritmo del pensiero» attraverso le diverse tipologie di opere (Q 419).
3. La fenomenologia costituisce la consapevolezza che i processi percettivi sono sempre situati. In altre parole, essi si danno (o si manifestano) in relazione a un osservatore che, grazie alle situazioni cinestetiche del suo corpo proprio, costituisce già sempre un ‘qui ed ora’, in relazione al quale un ‘là’ (un passato e un avvenire) si delinea. L’individuo situato grazie al suo corpo proprio rappresenta pertanto, in termini gramsciani, «il centro di annodamento» di un «complesso di rapporti» (Q 1345).
3.1. La fenomenologia è caratterizzata da un’attenzione costante rivolta alle realtà individuali del mondo concreto, a ciò che avviene in relazione al ‘qui e ora’ del soggetto incarnato. Infatti, le epifanie o manifestazioni rivelative si danno sempre in un presente che si connota emotivamente (in termini gramsciani, il «comprendere» dovrebbe costituire già sempre anche un «sentire», Q 1505); eterno è sempre e soltanto l’istante o Augenblick di quelle manifestazioni temporali. L’eterno non è la negazione del tempo, ma il suo ‘avvenire’ nel tempo, l’infinito che si finitizza (l’in-finito).
In una delle sue Epifanie Joyce descrive l’avvento dell’idea della fragilità o caducità dell’essere umano, nel momento in cui dolcemente tiene appoggiato sulla sua spalla il figlio. Allo stesso modo, anche L’infinito di Leopardi può essere considerato un testo fenomenologico in cui è descritto, a partire da un ‘qui e ora’ attraversato dalle correnti emotive del passato («Sempre caro mi fu quest’ermo colle»), il «sovvenire» dell’eterno.
3.2. L’individuo percipiente, il concreto «centro di annodamento», è portatore di una «sensazione molecolare» della vita del mondo circostante (LC 222). Nella situazione carceraria Gramsci si lamenta del fatto che «i libri e le riviste» chiesti via via alla cognata Tatiana e all’amico Piero Sraffa
dànno solo idee generali, abbozzi di correnti generali della vita del mondo (più o meno ben riusciti), ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che si è universalizzato e generalizzato (LC 222)[4].
3.3. I Quaderni possono allora essere letti come una grande esperienza di vita compensativa, allo stesso modo in cui, nel corso delle Lettere, le foto di Delio e Giuliano (che Gramsci giudica sempre, con acribia «filologica», nel loro essere più o meno riuscite) vengono sentite dal padre come un pallido riflesso della personalità «in isviluppo» dei due bambini.
4.0 Per la fenomenologia non sono ‘io’ in quanto coscienza isolata o ‘Io trascendentale’ che costituisco il mondo; è il mondo a costituirsi in me, allo stesso modo in cui non sono ‘io’ che penso, ma ‘io’ vengo pensato. Quelli che chiamo i ‘miei’ pensieri fanno parte in realtà di una serie infinita di pensieri che sono anche di altri e dell’inconscio o altro che è in me[5].
4.1. O ancora: il complesso io-mondo è preso in una relazione carnale (Merleau-Ponty) o costituisce «una cosa corpulenta», «carne della mia carne» (LC 270). Sono delle reti di relazioni o «annodamenti», dei «rapporti sociali di produzione» a costituire il mio io pensante. Esiste una «terrestrità assoluta del pensiero» (Q 1437), in virtù della quale non si deve parlare, così come invece fa Gentile, di un «atto puro» della coscienza, ma di uno «impuro» e «storico-reale» (Q 1222)[6].
Il pensiero è preso o afferrato in una rete inizialmente viscosa e inerziale; l’uomo è sempre costituito da un iniziale «conformismo di massa»: «si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi» (Q 1376). E ciò, allo stesso modo in cui, nella noetica del pensatore arabo Averroè, i pensieri che ‘io’ penso, che sono ‘miei’ e che rappresentano i ‘miei’ fantasmi immaginativi, si delineano sullo sfondo di un immenso serbatoio inconscio, chiamato intelletto materiale. O ancora: così come le cose vengono viste, quando un raggio di luce attraversa la diafanità dell’aria. Non ‘il mio’ sguardo vede le cose, ma esse vengono colte a partire dal fenomeno della visibilità che le costituisce.
4.2. Secondo Gramsci qualcosa di analogo si verifica in relazione sia alle modalità della percezione sociale che mi riguarda come individuo (e cioè in relazione alla mia auto-coscienza di classe), sia alle modalità della percezione dei fenomeni storici che intendo studiare.
Con la prima percezione, vengo chiamato a riconoscermi come inserito in unità di senso più ampie, costituite dai «rapporti sociali di produzione». Attraverso queste unità di senso mi saprò come proletario, borghese o contadino insieme ad altri proletari, borghesi o contadini. In questo modo potrò riconoscere la presenza in me dell’insieme delle idee o rappresentazioni ereditate, in maniera confusa e passiva, sulla base della storia della cultura in cui sono immerso o della rete di relazioni che intrattengo con altri uomini, a partire dall’ambiente geografico e famigliare in cui sono nato (si pensi, nel caso di Gramsci, all’ambiente della Sardegna e ai ricordi della vita affettiva dell’infanzia, di cui sono costellate le Lettere; si pensi soprattutto al modo in cui egli delinea le modalità del sorgere della sua vocazione politica, a partire dai ricordi della fanciullezza difficile).
Questo insieme confuso e passivo (questo grumo che è anche di sentimenti), verrà allora attraversato dalla luce della consapevolezza o «spirito di scissione», che mi farà distinguere, all’interno di quei complessi ereditati di rappresentazione, quali risultino «progressivi» e quali invece «regressivi» (Q 1375-1378).
4.3. Quando invece intendo interpretare dei fenomeni storici, ecco che delineo delle unità di senso (ad es., quelle di «egemonia», «rivoluzione passiva», «guerra di posizione e di movimento») che applico agli avvenimenti. Queste unità di senso rivitalizzano le categorie di «strutture» e «soprastrutture» della tradizione marxista, depurandole dal loro determinismo e materialismo settecentesco.
In questo caso, “il vero” (e cioè quelle unità) deve sempre procedere, vichianamente, in uno con “il certo”: “la filosofia” deve sempre essere accompagnata dalla «filologia vivente» e cioè dall’attenzione verso Pietro, Paolo e Giovanni.
5. Non il ‘respiro lungo’ di un saggio o di un libro (o peggio ancora, di un sistema), ma quello, spesso affannoso, di un avvicinamento e raggirarsi infinito intorno alle cose stesse, secondo quella modalità del «sempre di nuovo» (immer wieder) in cui Enzo Paci ravvisava il tratto distintivo del ritmo di pensiero di Husserl. E dunque, non un saggio, ma un progetto aperto di «raggruppamenti tematici» che si fanno e disfano, ampliandosi (come quelli proposti da Leopardi per il suo Zibaldone).
Le cose del mondo si danno sempre, nel corso dei processi percettivi e di quelli interpretativi della storia (nel nesso economia – complessi di idee o «società civile» – Stato che la costituisce), per profili parziali o adombramenti. I Quaderni costituiscono proprio un esempio di questa approssimazione percettiva e ci restituiscono, come nel caso del Marx che Gramsci invita a studiare con nuovi criteri metodologici, «il ritmo del [loro] pensiero in isviluppo» (Q 1841).
5.1. Ciò li rende un’opera costitutivamente aperta, dialogica e anti-dogmatica. I Quaderni sono un’opera aperta allo stesso modo dello Zibaldone di Leopardi, in cui una serie di unità di senso (si pensi ad es. all’idea dell’«infinito materiale» che si delinea sulla base di precisi processi percettivi: lo sguardo il cui libero spaziare viene ostacolato da una siepe o un canto che si spegne nel silenzio), viene continuamente variata e messa alla prova.
L’anti-dogmatismo dei Quaderni consiste nel rifiuto di qualsiasi riduzione monistica, di marca sia idealistica (come nel caso della «storia etico-politica» di Croce), sia materialistica (come nel Saggio popolare di Bucharin che rappresenta il marxismo nella sua versione staliniana).
Per adombramenti o per speculum et in aenigmate: come scrive Maimonide nella Introduzione alla Guida dei perplessi, la verità si mostra attraverso una luce intermittente, bagliori destinati a illuminare improvvisamente la notte dell’uomo, per poi spegnersi.
[1] Lettera alla moglie Iulca, 25 gennaio 1936 (dopo la tradotta dal carcere di Turi di Bari a quello di Civitavecchia). L’indicazione LC seguita dal numero delle pagine si riferisce all’edizione delle Lettere dal carcere 1926-1937, curata da Antonio Santucci (Sellerio, Palermo 2013). L’indicazione Q seguita dal numero delle pagine rimanda all’edizione critica dei Quaderni del carcere, curata da Valentino Gerratana (Einaudi, Torino 1975).
[2] Dalla lettera a Iulca del 5 settembre 1932: «Posso ammirare esteticamente Guerra e Pace di Tolstoi e non condividere la sostanza ideologica del libro; se i due fatti coincidessero Tolstoi sarebbe il mio vademecum, le “livre de chevet”. (…) Non sarebbe esatto dire lo stesso per Leopardi, nonostante il suo pessimismo. Nel Leopardi si trova, in forma estremamente drammatica, la crisi di transizione verso l’uomo moderno» (LC 611). Per Gramsci, «l’uomo moderno» è rappresentato da chi ha imparato a vivere facendo a meno di ogni forma di trascendenza, secondo una linea tematica che viene riconosciuta dall’autore stesso attraversare tutte le diversi fasi della sua attività e caratterizzare il suo proprio impegno politico.
[3] Si tratta di un testo sul quale aveva già richiamato l’attenzione Giorgio Baratta ne Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci (Carocci, Roma 2003), pp. 19-20.
[4] Anche nell’Etica di Spinoza ‘Pietro’ e ‘Paolo’ diventano il simbolo di quelle realtà individuali che il filosofo deve imparare a scorgere sub specie aeternitatis.
[5] Cfr. Spinoza, Etica 2, P9: «L’idea di una cosa singola esistente in atto ha come causa Dio non in quanto è infinito, ma in quanto è considerato affetto da un’altra idea di una cosa singola esistente in atto, della quale Dio è ugualmente causa, in quanto è affetto da una terza idea e così all’infinito».
[6] «Filosofia dell’atto (prassi, svolgimento) ma non dell’atto “puro”, bensì proprio dell’atto “impuro”, reale nel senso più profano e mondano della parola» (Q 1492).
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER ft. PATRICIA MCBEAL, 2021





