REMBRANDT, PITTORE EROTICO O ANTESIGNANO PSICANALISTA?
Il bue squartato, olio su tavola realizzato nel 1655 da Rembrandt, potrebbe essere considerato come una semplice natura morta che non risparima nulla allo spettatore grazie ad una cura dettagliata e un realismo brutale. Che il sangue coli, che la pelle sia lacerata sono senza dubbio gli aspetti più evidenti della composizione. Ma l’opera d’arte, quella vera, è forse da scoprire in ciò che non si vede direrttamente, ma che deve essere mediato da un’analisi psicoanalitica, da uno slancio erotico che ci è inaccessibile se non si vede in esso un impegno esistenziale del Dasein spettatore, di heideggeriana ascendenza.
In effetti, nel suo articolo Un œil de trop dans “Le Bœf écorché” de Rembrant (Un occhio di troppo nel “Bue squarciato” di Rembrant), Serge Cottet tenta di insinuarsi nell’opera al fine di ritrovarvi il senso nascosto; per raggiungere questo obiettivo, è necessario fare un viaggio nel suo mondo che non è, in fin dei conti, così macabro quanto l’opera. Immergendosi in esso, Serge Cottet ne propone un’analisi psicoanalitica. Egli immagina le condizioni della morte dell’animale, che è stato appena abbattuto, e ne rivela un fenomeno di castrazione soggiacente. In più, Jean Genet vi ha visto, nel volume quattro delle sue Œuvres complètes, l’autoritratto di un pittore che si rappresentava come completamente abbattuto dalla vita, che non era più, dopo la morte di Saskia e prossimo ad una crisi finanziaria, che un
mucchio di carne, un pezzo di cibo, una palla di lardo, di sangue, lacrime, sudore e merda.

L’opera di Rembrandt assume allora non solamente un aspetto esistenziale, ma anche uno erotico. Difatti, seguendo Serge Cottet e osservando la giovane ragazza nell’angolo, si potrebbe sostenere che guardi la scena con una curiosità malsana, interdetta e al contempo erotica, arrivando persino a supporrre che potrebbe avere la fantasticheria di accostarsi al bue, presa dal desiderio carnale e con un complesso di Edipo assai marcato.
Il simbolo fallico sembrerebbe allora eclatante proprio a causa della sua assenza, ma richiede per accorgersi di ciò ben più che una analisi razionale dell’opera alla luce delle sue qualità naturalistiche. Serge Cottet sottolinea altresì che i commentatori hanno istituito un parallelismo tra la giovane fanciulla e i servitori con i quali Rembrandt intratteneva relazioni carnali, cosa che «scandalizzava i benpensanti di Amsterdam». Per comprendere questa singolare interpretazione dell’opera, lo spettatore deve fare proprie le condizioni della giovane ragazza di fronte al bue, senza la quali non ci sarebbe Rembrant né un’opera così profonda. Si trova allora nella rappresentazione di questo bue una dimensione sensuale ed esistenziale, ben oltre la sua bellezze plastica che è percepibile anche senza dover esserne spettatori diretti.
Così, Serge Cottet sottolinea il fatto che ciò che è più sorprendente, dopo una lettura psicoanalitica di quest’ultima sotto il segno della castrazione, è che Rembrandt sembra sussurrarci, parafrasando l’opera di Magritte, che «Ceci n’est pas un boeuf».
L’immagine in evidenza è una rielaborazione allomerica degli aspetti di Rembrandt per intercessione di Wando.






