SI PUÒ MORIRE DI ONTOLOGIA?
La domanda nasconde in sé già l’insidia della teoria: cosa resta alla nostra morte? Nessuno sarebbe così autistico da ritenere che il mondo cessi alla propria dipartita; il mondo continuerà, comunque e imperturbabilmente. In fondo, come insegnava a suo tempo Epicuro, la morte a noi non dovrebbe interessare troppo: quando ci sarà lei, allora noi non ci saremo più e ora che ci siamo noi non c’è lei. Dunque, nessun problema. Eppure il problema c’è, ed è consistente. Come possiamo dire che c’è la morte se l’effetto della morte è la sparizione? Se la morte è, essa stessa, la sparizione, come si può affermare che la sparizione ci sia? Nello stesso istante si dovrebbe affermare che lo scomparso all’affetto dei cari non ci sia più, ma che al suo posto subentri la sparizione, che, almeno quella, ci sarebbe. E ci sarebbe il non-ci-sarebbe, nucleo della sparizione.
Già da queste prime schermaglie risulta quanto possa essere ardua una delimitazione di ciò che c’è e, ancor più complesso, definire il campo del c’è, dell’esser-ci. Come ha messo in evidenza Ferraris bisogna saper distinguere: da una parte ciò che c’è, dall’altra ciò che sappiamo esserci, che nella sua terminologia si indicano rispettivamente ontologia ed epistemologia. Ma su quali basi opera questa riduzione ontologica alla presenza effettiva del c’è? Partiamo con un video; osservatelo attentamente e state al gioco:
La domanda è: c’è il gorilla? E l’uscita di scena del giocatore? E il cambio del berretto? Certamente, se vogliamo essere estremamente filologici, si ha a che fare con fenomeni differenti: una cosa (il gorilla) e due eventi (l’uscita del giocare e il cambio del cappello), ma il fenomeno affrontato è sottoposto alla medesima logica. Se l’ontologia è semplicemente ciò che c’è, senza nessun intervento di ciò che sappiamo esserci, probabilmente si dovrebbe concludere per l’inesistenza del gorilla, così come dei due eventi nelle dinamiche di gioco. Eppure ci sono, solo che non siamo stati in grado di accorgercene. Così Ferraris commenta questo esperimento cui era stato sottoposto (il video proposto presenta alcuni significanti varianti, ma per i nostri fini l’omogeneità dell’argomentazione prevale sulla variazione):
Il compito che ci viene assegnato è di contare il numero dei passaggi che avviene tra i giocatori vestiti di bianco. Il 75 % dei soggetti (tra cui io quando mi è stato sottoposto) non rileva che, mentre si contano i passaggi, nella sala entra un gorilla, che fa di tutto per farsi notare. È un esperimento sull’attenzione, però, ontologicamente, non prova nulla: perché se il compito fosse guardare i neri, se il gorilla fosse rosso, o se, in luogo di guardare, attraversassi la stanza urtando il gorilla, finirei per incontrarlo. La morale è che il gorilla c’è, semplicemente non ci bado (corsivi e grassetti nostri).
L’argomentazione effettivamente fila e pure senza troppe ambasce; ma al suo interno si cela una delle contraddizioni più pesanti del Nuovo Realismo. Facciamo allora un passo indietro e individuiamo i capisaldi di questa discussa teoria:
- Rivoluzione della rivoluzione copernicana kantiana presentata come autentica controrivoluzione tolemaica. L’aver posto il soggetto al centro dell’esperienza conoscitiva ha necessariamente fatto dipendere la costruzione dell’oggetto ad opera del soggetto grazie agli schemi concettuali (intuizioni di tempo e spazio, categorie, schemi, immaginazione): ciò che c’è risente ontologicamente di ciò che sappiamo. L’ontologia verrebbe appiattita all’epistemologia.
- Più che una determinazione ontologica, l’oggetto è deontologicamente necessitato da una causa esterna: ciò che c’è deve corrispondere ad una stringente logica necessitante e deve esserci come c’è a seguito di una legge invalicabile. Kant per Ferraris avrebbe operato per una «naturalizzazione della fisica» newtoniana. La scienza avrebbe così esteso la sua lunga ombra.
- Al netto dei punti precedenti e assommando gli studi della Gestaltpsychologie (Psicologia della Gestalt), ovverosia degli studi sulla percezione della forma formata, si è ritenuto necessario separare i due domini e autonomizzare l’ontologia dalla epistemologia: a) autonomizzazione dell’estetica dalla logica, b) antinomizzazione dell’estetica verso la logica e c) autonomizzazione del mondo esterno dagli schemi concettuali.
- Il mondo funziona bene anche senza un intelletto (o più intelletti) a ordinarlo. Se possiamo ordinarlo grazie ai nostri concetti è perché il mondo si presenta già in sé ordinato, senza necessità di interventismo concettuale.
Ciò detto, l’esempio di prima, finalizzato alla sottolineatura della portata della nostra attenzione, getta tuttavia luce su elementi sdrucciolevoli del percorso ferrarisiano. E questo perché se davvero il mondo esterno c’è anche se non ci pongo poi troppo attenzione corro il rischio di affermare che ci siano cose che non esistono:

Se la forma formata è così prepotente da imporsi, se il bastoncino è così evidentemente spezzato da non poter affermare il contrario, allora nel catalogo del mondo (e il termine catalogo esprime tutta l’ambiguità a riguardo) devo inserire anche un fenomeno che manifestamente non solo non c’è, ma che non può neppure esserci! Vero è che le cose esistono anche se non ci faccio caso, ma ritenere questa considerazione come argomento a favore dell’ontologia a scapito dell’epistemologia ci porta in un circolo vizioso da cui non se ne esce più. Provate ad attraversa la strada; se le cose esistono anche senza la mia attenzione, quando guardo verso sinistra per assicurarmi che non sopraggiungano veicoli, chi mi assicura che non ne sfrecci qualcuno in direzione opposta? Se è anche possibile l’impossbile, peggio ancora, se anche l’impossibile c’è, allora si blocca proprio ciò che il Nuovo Realismo vorrebbe sbloccare: la possibilità di agire. Se attraverso, sto scommettendo; se non attraverso, allora non saprei che fare. Si può morire di ontologia. Come teoria dell’adattamento (adattamento e adeguamento delle mie risposte a quello che percepisco) non sembra troppo performante. E questo è dovuto al presupposto-conseguenza della diagnosi filosofica ferrarisiana: la realtà è inemendabile.
L’inemendabilità della realtà opera come correttivo dell’annosa questione del rapporto tra essere e pensiero: l’essere dipende dal pensiero oppure ne è indipendente? Si potrebbe sempre affermare che l’essere sia mentre l’ente ci sia, per cui l’inemendabilità non risponderebbe alla domanda circa l’essere, ma solo a quella circa l’ente. Sia pure, e se sostituiamo ente a fenomeno e essere a noumeno rientriamo all’interno di quelle aporie kantiane da cui siamo partiti, per cui la teoria qui in esame andrebbe comunque a impattare con le sue finalità. Ritorniamo però per un momento all’immagine del cucchiaino spezzato. Un caso di illusione ottica. Tuttavia per Ferraris non è così e non lo è affermando che una tale percezione è facilmente emendabile. Ora, l’emendabilità è prerogativa del discorso scientifico orientato verso una sempre maggiore perfezione dei suoi risultati: la ridescrizione dei fenomeni (abito scientifico) richiede necessariamente un nutrito apparato concettuale che deve essere elastico e, di conseguenza, emendabile. Se però la percezione è così forte, se la realtà è così inemendabile, perché allora negare l’esistenza del cucchiaino spezzato? Attraverso un approccio ecologico (basta cambiare prospettiva per intenderci) si può facilmente sconfessare quanto percepito. Ma allora come si può ancora affermare l’autonomia del percetto? E di più, la sua inemendabilità? Qui sembra manifestarsi il larvato non-realismo del Nuovo Realismo. Ha tirato indietro il colpo e ha avuto paura di essere realista fino in fondo. L’errore di Ferraris è quello di essere troppo poco realista (critica in parte già avanzata dal realista testualista Markus Gabriel, irrealista verso il mondo come totalità, ma realista verso tutto il resto), di aver pensato ad un’ontologia indipendente dall’epistemologia (aspetto positivo), a carattere pratico-adattivo che poi logicamente si ritorce nel suo contrario, nel nemico da sconfiggere: dall’inemendabilità di diritto all’emendabilità di fatto.
Occhio a quest’ultimo video; fate attenzione al numero dei lanci della pallina:
Quante volte avete contato la pallina librarsi in aria? Due? Tre? Due e mezzo (con sparizione improvvisa a mezz’aria)? Se ci soffermiamo sull’inemendabilità del reale, allora è inemendabile il fatto che io (come molti altri) abbia visto la pallina sparire a mezz’aria, fare un terzo volo per poi scomparire nel nulla nel pieno del processo di elevazione. Di contro, se oltrepassiamo questa percezione e andiamo ad indagarne le cause (il fenomeno del blind spot, del punto cieco della fovea che annulla impercettibilmente il campo visivo) dobbiamo ammettere l’inesistenza del terzo lancio, benché sia una nostro genuina percezione. Ancora una volta l’ipotesi realista così intesa ci porta ad affermare l’esserci di cose che non esistono (il terzo lancio ci sarebbe ma non sarebbe); ma se l’ontologia si presenta come il catalogo di ciò che c’è, non ci sarebbe certezza di ciò che sarebbe bene escludere, potenzialmente essendoci tutto. Da qui la necessità dell’emendazione che colpirebbe non solo l’interno, l’emendabilità dei concetti scientifici, ma anche l’esterno, la presunta, in quanto presupposta, inemendabilità; cosa che rinnegherebbe l’intero impianto teorico: l’ontologia sarebbe ancora dipendente dall’epistemologia.
E sì, si può morire di ontologia perché non si può farlo di sola epistemologia, come non si può vivere di sola epistemologia. Tuttavia l’ontologia cui si dovrebbe guardare non è quella dell’antirealista Nuovo Realismo.
La citazione di Maurizio Ferraris è tratta dalla seconda edizione del suo Il mondo esterno, Bompiani, Milano 2013, pp. 132-133.
Il video del Vanishing Ball Trick è stato caricato da Gustav Kuhn, autore del volume Experiencing the impossible. The Science of Magic, The MIT Press, Cambridge – Massachussets 2019, da cui si possono trarre, credo, spunti e controargomentazioni calzanti alle tesi del Nuovo Realismo.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN ft. JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020




