AB OVO USQUE AD MALA
Nell’articolo che segue, la pronta risposta di Magister Damnatus a Destiny Kid. Replica a “Dall’Essere non vi è uscita” (LINK>>>)
A PIETRO CAIANO
Gentile Caianus,
Innanzitutto la saluto e la ringrazio per aver riflettuto così approfonditamente e intelligentemente sulla mia risposta a suo tempo fornitale; poi, spero non se ne abbia a male se nelle prossime righe mi permetterò di latinizzare i nostri cognomi: lei, signor Pietro Caiano, sarà per me Caianus Existens (uno che ama esistere) alias studens Caianus (uno che non avendo ancora finito di studiare, studia ciò che deve studiare) ed io, Davide Cantino, sarò per me Cantinus Dexistens (uno che odia esistere) alias professor Cantinus (uno che non avendo mai smesso di studiare, professa ciò che vuole studiare). Ciò detto, diamo pure inizio al dibattito, ma premettendo che una controrisposta esaustiva richiederebbe libri e libri, non certo solo lo spazio che gentilmente ci mettono a disposizione i simpatici e benevoli editori dell’Arena Philophika.
Vorrei cominciare la mia controrisposta da una sua frase che a mio parere racchiude tutta l’essenza di ciò di cui si parla: «I “non nati”, se devono essere salvati, sono già, in qualche modo». Quanto segue si propone di difendere la mia tesi desistenziale, diametralmente opposta a questa sua esistenziale: la sua ipotesi severiniana, secondo la quale l’essere inconcepito (non-ancóra-concepito) è già da sempre e per sempre, cozza contro la mia tesi desistenziale secondo la quale l’essere concepito («già-concepito) non è già da sempre e per sempre, per cui io mi propongo e propongo di salvare i non concepiti dal concepimento, e con ciò quindi anche di salvarli dalla nascita.
Da un punto di vista LOGICO, è ineccepibile il suo dire che i non-nati sono già, ma solo perché partiamo da un presupposto altrettanto ineccepibile: il presupposto innegabile che Cantinus Dexistens e Caianus Existens possono dibattere solo e soltanto ‘da che’ (dal momento che) ci sono, ‘poi che’ (dopo che) sono già esistenti; questa è la presupposizione che logicamente deve fare da presupposto. Da un punto di vista ONTOLOGICO, la presupposizione logica a posteriori può però essere ulteriormente problematizzata: in che senso, caianamente, si può dire che i non-nati sono già? (non vorrei dire ci-sono già, perché questo è ovvio). Lei, Caianus è nel vero, quando, leggendo le mie parole, riflette e dice: se Cantinus parla di salvare i non-nati vuol dire che li considera come esseri in qualche modo già essenti in qualche ascosa e remota parte dell’universo: lo si capisce da come ne parla; se qualcuno deve poter essere salvato, deve anche poter essere già quel che è, cioè un essere da salvare.»; anch’io trarrei questa conclusione, se non fossi me stesso, e cioè se non sapessi che quando parlo di salvare i non-nati dall’essere-in-vita nella mia mente questi non-nati non si presentano così come se li rappresenta lei, studens Caianus, lei e tutti quelli che come lei sono saldamente ancoràti all’ancóra dell’Existens (participio presente neutro di exsistere).
Qualunque cosa o persona alla quale noi pensiamo, e della quale poi anche magari parliamo, esiste già nella nostra mente per il fatto stesso di «essere» pensata e di «poter essere» pensata – questa verità lapalissiana non va mai dimenticata; e non creda che io me la sia dimenticata, quando parlavo di salvare i non-nati dalla nascita (o, meglio: i non concepiti dal concepimento, visto e considerato che il concepimento precede la nascita): quando pensiamo a qualcosa, qualsiasi Oggetto del nostro pensiero è esistente nel nostro pensiero perché è esistente il Soggetto pensante che “si dà pensiero” di questo pensiero («darsi cura» è giustamente l’ossessione di Martin Heidegger): inutile chiedersi se viene prima l’uovo del «non-ancóra» (nondum gallina est) o la gallina del «di-già» (iam ovum est) quando il pollàio (gallīnārĭum) è il nostro stesso «pensatóio» (pensatoium). Per non dire che, di questo passo, i nostri amici dell’Arena Philophika potrebbero anche sentirsi offesi: l’arena filosofica non è un gallinàio qualunque in cui delle galline sfaccendate s’accoccolano per covare i loro nondum preconcetti facendo coccodè sperando di veder spuntare prima o poi il loro cocco di mamma; il nostro è un pollàio di galli filosofanti, che li conoscono bene, i loro polli, e perciò cercano di svegliarli facendo la cresta a qualunque preconcetto che covi sotto a un concetto: il gallo canta ab ovō (gallus cantat ab ovo, come Cantinus), la gallina chioccia super ovō (gallīna glocidat super ovo, come Caianus?); viene prima il concetto o il concepito? Nell’àia della nostra mente (arena?) non si procede propriamente dall’Inizio alla Fine, ab ovo usque ad mala (gli antichi Romani iniziavano il loro pasto con le uova e lo finivano con le mele), poiché il concetto pensato da un Soggetto «com-prende» insieme sia il Soggetto che lo concepisce sia l’Oggetto che è stato concepito: lo so, studens Caianus, che fra ovum-nondum et gallina-iam “non valet consequentia” qualora l’aia filosofica sia l’ārĕa (in latino: aia) che concettualmente include Soggetto ed Oggetto al contempo. Nell’aia concettuale dell’essere umano uovo e gallina sono sempre compresenti e simultanei, nel tempo e nello spazio del Soggetto stesso che «concepisce concependo»: il Soggetto-pensante conoscente e l’Oggetto-pensato conosciuto coincidono. Se venga prima «l’uovo-non-ancóra-gallina» o «la gallina-non-più-uovo» è una domanda che può farsi solo una gallina convinta di poter fare le uova covando le uova.
Orbene, a cosa penso, io, Cantinus Dexistens, quando penso a un Cantinus-Inexsistens? Penso a «uno» che non sono ancóra io, penso a uno che è ancóra nessuno; non un Cantinus exsistens poi «che esiste in», come vuole il primo significato dell’aggettivo latino ĭnexsistens, entis [in- 1 + exsistens], bensì un Cantinus inexsistens da «che non esiste», come vuole il secondo significato di ĭnexsistens, entis [in- 2 + exsistens]. A tal riguardo non nego che solo dall’«in-sistenza» di un concetto nel nostro pensiero può risultare l’«in-esistenza» (o l’esistenza) di ciò che il concetto pensa; in questo caso: Io, dacché esisto, posso pensare Me stesso come inesistente, Io posso pensare Me (stesso) quando ancóra non ero stato concepito, ma posso farlo solo dal momento che Io, essendo già stato concepito, posso concepirmi come non ancóra concepito. Io-che-penso (nominativo) sono Soggetto-Pensante ma l’Oggetto-Pensato del/dal mio pensare, ciò-che-io-penso (accusativo), non è soggètto a Me (accusativo) per il solo fatto che io lo penso. Un concetto può retrodatare la sua data di nascita nella mente di chi lo concepisce ma questa retrodatazione è sempre e comunque operata dal soggetto che la concepisce pensandola, è cioè operata logicamente, non ontologicamente, sennò torniamo a credere al pensiero magico del bambino e il discorso è finito. Una cosa non esiste perché io la penso, e nemmeno smette di esistere perché io non la penso più. Mi ha sempre affascinato, l’identità fonetica dei due esiti del verbo concepire: concepire concetti pensando ed anche concepire esseri umani copulando. L’assonanza diverte, ovvio: l’una diverte dall’altra.
Studens Caianus dicit: «I “non nati”, se devono essere salvati, sono già, in qualche modo». Professor Cantinus respondet: Su che piano si pone, quando afferma ciò? Sul piano fantastico del pensiero magico? O su quello terra terra dell’essere reale? Non si rende conto che sono due i piani, i livelli, i punti dai quali si può osservare la “situazione” da lei prospettata? Non vorrà forse dirmi che, per il fatto che io li ho pensati come non-nati, questi innocenti da salvare, essi sono già “in qualche modo” nati? “in qualche modo” esistenti? In quale modo dunque lei pretende, Caianus, che io, per il fatto di aver pensato e detto che questi inconcepiti, ancora desituati, devono essere salvati, preservati dal concepimento, “in qualche modo” sono già da me medesimo messi nella situazione di essere? Crede forse che io possa porre in essere qualcosa o qualcuno con la sola forza del mio pensiero? Cantinus dixit: «Gli inesistenti siano» – ed ecco, tutti coloro che erano inesistenti subito furono fatti esistenti. Non sono mica Dio, io, per fortuna!
Facendo un po’ di ironia, caro Caianus, forse renderemo più piacevole la lettura di questo nostro carteggio filosofico, che certo passerà alla storia (e non solo della filosofia) e renderà famosa questa arena che ci ospita (sempre che la Desistenza non abbia successo più del nostro carteggio, il che farebbe tacere una buona volta sia noi due, sia tutti gli altri…). Rivolgendosi dunque anche ai posteri, prŏfessŏr Cantinus dicit: i modi dell’essere, secondo la categoria kantiana di modalità, sono possibilità (problematica), realtà (asserita), necessità (apodittica); il giudizio logico sull’Essere può essere dato solo e soltanto da un essere reale, già esistente di fatto: io, professor Cantino, posso professare il mio esistere, il mio esserci qui ed ora, solo e soltanto per il fatto che «appunto» ci sono; il punto di vista dell’avverbio «appunto» or ora scritto le farà nascere spontaneo, studens Caianus, un megagalattico «per l’appunto: è proprio così!». E, pure, non me ne voglia, studens Caianus, un irresistibile gioco di parole ha suggerito al professor Cantinus di muoverle un «appunto»; un appunto (come sostantivo) che io appunto (come verbo) alla sua frase debitamente appuntata: «I “non nati”, se devono essere salvati, sono APPUNTO già, in qualche modo». Nel nostro carteggio io devo, non me ne voglia, carteggiare il suo appunto, passarci sopra la carta vetrata della mia critica desistenziale, devo scartavetrare senza pietà una sporgenza dubbia che lei a torto suppone indubitabile quando mi contesta: l’ingerènza ontologica che emergerebbe dalla gerènza logica. E mi spiego.
Definisco «gerènza logica» la gestióne dei concetti nella gestazione all’interno della nostra mente: la generazione spontanea di una partenogenesi autonoma del pensiero. Definisco «ingerènza ontologica» l’intromissióne di una estensibilità del concetto in statu quo nunc (in senso stretto) al preconcetto in statu quo ante (in senso lato). Ebbene, lei, studens Caianus, mi ha attribuito un’ingiusta ingerenza ontologica, quando ha detto che io, gestendo il concetto meontologico di umano-inconcepito (umano-non-ancora-concepito) avrei già ipso facto gestato il concepimento ontologico di questo umano; è l’ingerenza di Emanuele Severino, di cui lei si professa allievo entusiasta, ma nel suo caso vorrei che l’allievo superasse il maestro. Lei scrive che il pensare desistenziale presuppone quel κοινόν verso il quale io provo disinteresse; tralasciando il fatto che dire disinteresse è dir poco, perché ne provo letteralmente disgusto, le faccio tuttavia notare che il presupposto si trova già bello e pronto nella comunione – κοινωνία (-ας ἡ) – in cui è lei a presupporre questo κοινός -ή -όν e vale a dire nella comunanza – κοίνωσις (-εως, ἡ) – di gerenza logica e ingerenza ontologica all’interno del pensiero di un Io pensante.
Lei mi cita un antico adagio della scolastica che citava anche molto spesso il suo Emanuele Severino: nihil volitum nisi praecognitum (nulla può essere voluto se non è stato prima conosciuto). Mi dica, studens Caianus, lei crede veramente che io sono qui perché l’ho voluto? Lei crede che io abbia voluto nascere perché prima di nascere conoscevo già cosa significasse vivere? Magari, se prima di invitarci a questo solenne convivio ontologico ci dessero un assaggino, così, tanto per gradire, per vedere se vogliamo veramente partecipare al simposio! Io questa “minestra ontologica” la sputo da quando ne ho sentito il gustaccio la prima volta; se essa proviene da un minestrone primordiale cucinato in un grande pentolone comune – κοινός -ή -όν – questo non cambia minimamente lo stato delle cose: il sapore che io conosco è un sapĕre disgustoso. Ormai ci mangio anch’io, in questa comune mensa dei poveri, e lei viene a dirmi «O mangi questa minestra o ti butti dalla finestra»? Dov’è, la finestra? E non parlo, badi bene, della finestra buttandosi dalla quale uno potrebbe cercare di suicidarsi: il pensiero desistenziale aborre il suicidio, ed aborre anche l’aborto, sia chiaro. Quindi, suicidio od aborto a parte, lei lo sa meglio di me, studens Caianus, che non c’è, questa finestra. Non c’è un’uscita di sicurezza, perché, quando la frittata è fatta (o la minestra, è lo stesso), dall’essere non vi è uscita – come dice lei – e la minestra la mangi, che ti piaccia o meno: in questa vita entriamo tutti dalla finestra meontologica del Concepimento e tutti ne usciamo dalla porta ontologica della Morte, altra defenestrazióne ufficialmente non si dà, in questo postaccio. Non si può voler uscire se prima non si è già entrati e, se è per questo, non c’è dubbio, che si può voler uscire da un postaccio che non ci piace solo se ci si è già entrati. Però non mi tiri in ballo la storiella che di ciò che non si conosce non può esservi desiderio, ignoti nulla cupido, ponendomelo come nihil volitum nisi praecognitum, perché io potrei sempre dirle che nihil exitŭm nisi initŭm: non c’è uscita se non c’è entrata.
Detto ciò, non ce l’ho né con lei né con Emanuele Severino – che riposi in pace, insieme a sua moglie Esterina. Caianus scripsit: «…lei dice che ‘Severino temeva il nichilismo perché temeva di finire nel nulla, aveva paura di non poter incontrare di nuovo la sua adorata moglie, Esterina, mortagli prematuramente’». Ma davvero crede questo? Le conclusioni a cui Severino giunge tra Destino della Necessità (1980) e La Gloria (2001) sono già implicitamente presenti ne La Struttura Originaria (1958) e in Essenza del Nichilismo, tutti scritti risalenti a svariate decine d’anni prima che Esterina morisse (è mancata nel 2009). Ha ragione, Caianus, tutto quanto Severino ha pensato e scritto riguardo alla sua deontologia ontologica l’ha pensato e scritto prima che gli morisse la moglie Esterina; vero, ma il suo horror vacui il filosofo di Brescia l’ha “sposato” assai prima di conoscere e poi sposare Ester Violetta Mascialino. È stato dopo aver letto quel bel libro intitolato Emanuele Severino / il mio ricordo degli eterni / autobiografia pubblicato da Rizzoli nel 2011, è stato dopo aver letto quel commovente libro che ho cominciato a vedere nella figura di “Esterina” non tanto la persona particolarmente cara a Emanuele morta nel 2009 bensì anche e soprattutto la Persona universalmente cara che nessuno mai vorrebbe perdere, non solo Severino; ed è in questo senso che a mio parere tutta la filosofia severiniana è un grande ed immane esorcismo filosofico teso a scongiurare una Morte che è di tutti in ogni tempo.
Ecco le ultime righe dell’autobiografia di Emanuele Severino alla quale ho fatto cenno poc’anzi: «Tutti questi luoghi, e noi che li abbiamo abitati, sono lì, dietro l’angolo. Ancora un poco, e si faranno vedere». Esterina era morta da soli due anni, ma questa speranza era nel cuore del filosofo assai prima che lei glielo conquistasse.
P.S.
Si potrebbe utilmente riflettere su questi due passi di Martin Heidegger:
- C’è il Niente solo perché c’è il «non», cioè la negazione? Oppure è vero il contrario, ossia che c’è la negazione e il «non» solo perché c’è il Niente?
- Il «non» non nasce dalla negazione, ma la negazione si fonda sul «non» che scaturisce dalla nientificazione del Niente.
Progetto Dexistens nel Network di Arena Philosophika, per vedere la home di Dexistens clicca qui.
@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER feat. PATRICIA MCBEAL, 2020
Disputa sul Nulla
VAI A INDICE
@GRAFICS by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020






