IL COMBUSTO INCOMBUSTIBILE
Il fuoco purificatore arde a mondare l’empio sacrificio, capro espiatorio delle nostre irrequietezze quotidiane. E lo consuma fino alla fine, fino a farne cenere da conservare in un’urna, reliquia preziosa, oggetto di devozione.
Questo è il fuoco consumatore che brucia e incenerisce, totalmente autoconclusivo e che vive e muore per tutto il tempo della funzione: combustione, consumazione. Fuoco che si consuma consumando, che consumando ciò che deve consumare si consuma nell’atto stesso del consumare; consumare che è la performance della sua stessa esistenza, la performatività del suo essere che traccia un arco: l’arco della combustione.
Ma esiste un fuoco che consuma e non si consuma, che arde ininterrottamente, che dispensa lapilli materici incandescenti che incendiano lo spazio circostante. Fuoco incombustibile, perpetuo fuoco senza fine, tutto ciò che passa attraverso di lui si ustiona nella migliore delle ipotesi, per poi cenerizzarsi inesorabilmente. Fuoco consumatore e mai consumato, perché, forse, inconsumalizzabile, l’eterno combusto che brucia di ciò che brucia senza bruciare se stesso bruciante, si carica oggi di un significato epocale eppure comune, inconsapevolmente pacifico.
E soffre solo un poco, forse di calore (a volte si scotta), ma pago della cambiale-acqua della transazione economico-finanziaria, lenisce le sue lesioni e tutto può ricominciare dal principio. Talmente caldo da consumare qualsiasi cosa, anche i suoi stessi emissari (un momento di vera sublimità: il rito della chiusura di una bara è una procedura surreale. Con una calma olimpica e immersi in un silenzio che sa dell’addio, i becchini si accingono a richiudere la bara con una dovizia invidiabile, fissano con precisione meticolosa ogni singolo bullone, previamente estratti da un cofanetto pregiato, ne controllano la tenuta e appongono, al termine di tale liturgia, il sigillo magico, ovvero il feticcio: l’etichetta delle pompe funebri a cui è stato dato l’incarico del triste servizio. E non importa se la bara andrà combusta e con essa il marchio; anch’esso diventerà cenere, ma il suo, a quel tempo, l’avrà già fatto: la navata centrale della Chiesa di turno serve pur ben a qualcosa).
Ma il sacrificio non è stato vano! Il fuoco-purificatore cessa all’avvenuta purificazione in un mistico autosvuotamento autoconsumatore, mentre il fuoco-consumatore si ciba del capro espiatorio, la cui espiazione si riduce al solo digestivo postprandiale, per poter essere reimmesso in circolo come cenere di una sostanza, dunque negativamente dunque bisogno. Se il fuoco-purificatore elabora il lutto autoannientandosi, il fuoco-consumatore trasfigura il combusto in mancanza che anela riempimento e pertanto combustione. Ed ecco la sublimità del brand che volentieri si lascia collocare sulla bara offerta all’augusto fuoco: il circolo combustione-combusto-mancanza-combustibile vede il trasformarsi camaleontico di quel combusto, qualsiasi esso sia, che non è mai combusto una volta per tutte.
Il fuoco-purificatore ha almeno una fine e un fine (che coincide, e non potrebbe essere altrimenti, con la fine) grazie ai quali il combusto è il comburente e tutto è potenzialmente combustibile e cenerizzabile. Di contro, il fuoco-consumatore consuma il combusto per potersi alimentare del nuovo combustibile procacciato consapevolmente (il fuoco-consumatore è astuto e arguto) a sua insaputa (il combusto si lascia abbindolare; ma ormai è troppo tardi) e così via, fiamma eterna. Il fuoco-consumatore ama il combustibile: per questo si serve del combusto incombustibile.





