MIMITARE SE STESSI
Quante volte ci è capitato di pensare a come avremmo agito se ci fossimo trovati in una determinata circostanza? Quante volte ci siamo chiesti che cosa avremmo fatto per sbrogliare la matassa? Quante volte ci siamo soffermati a riflettere sul modo di agire in modo tale da non crepare e incrinare quella fiducia, per non dire certezza, della nostra risposta agli occhi degli interlocutori? Insomma, quante volte siamo stati, o abbiamo cercato di esserlo, imitatori di noi stessi, riflessi di un condizionamento esterno e subito a cui di rimando abbiamo deciso supinamente di conformarsi?
L’imitazione è l’arte primaria di apprendimento: comprendiamo chi siamo imitando, o cercando di farlo, siano i nostri genitori o le nostre figure di riferimento o i nostri maestri. Un detto popolare sosteneva di come il mestiere “lo si rubasse”, osservando attentamente, studiando le mosse e appropriandosene: come in una partita a dama, o a carte. Ci si plasma per la circostanza, ci si adatta alla situazione: l’imitazione è anche una primissima forma d’adattamento e di adeguamento, di riconoscimento di un certo status sociale (per l’essere umano il leader, la guida; per il mondo animale il capobranco, la gerarchia del gruppo). Ed è responsabile, inoltre, di ogni piccolo o grande progresso nell’acquisizione di nuove competenze. Dal bambino che cerca di fare quello che fanno il padre o la madre, al cucciolo che va ad annusare esattamente dove l’adulto punto il naso. Di questa importante funzione se ne era già accorto Platone, per quanto l’imitazione significasse nel suo filosofare un deperimento ontologico dell’Idea. Certamente l’imitazione ha dovuto lasciare spazio ad altri concetti che ne rinobilitassero la funzione; il più importante di tutti: l’omoiosis to theo kata to dunaton (Teeteto, 176 b). Dall’imitazione all’uguaglianza, al processo di avvicinamento alla perfezione divina, scheggiata da quel kata to dunaton, “per quanto possibile”, a sancirne, ancora una volta, la differenza ontologica, sottile, eppure sostanziale. L’omoiosis è imitazione imperfetta, sia in quanto imperfetta imitazione (troppo pretestuosa, impossibile imitare gli dei), sia perché imitazione imperfetta dell’imperfezione dell’imitazione: siamo al cospetto di una recita.
Eppure, essa ha dalla sua la memoria, la forza del ricordo, della sedimentazione mnestica: Erinnerung. Qui il tedesco dice tutto quello che deve dire e pensa quello che c’è da pensarsi (lo mima, non lo imita; ci ritorneremo); Er-innerung —> gettare gentro, spingere dentro (inner(ung)). La memoria come accumulazione è imitazione cronachistica: mnemotecnica da quiz, deposito di ricordi. Una memoria così non si proietta nell’immagine, non è pro-iettiva, non formula pro-getti, non si pro-getta verso il futuro: non è pensiero ma ristoro, non è lotta ma calma piatta. Nessuna maieutica possibile per far riaffiorare le conoscenze già mie; nessuna reminiscenza. Memoria piena, troppo che non ha spazio per lo spazio vuoto del pensiero. Ma la memoria del riconoscimento, della pro-iezione, del Menone platonico, si tinge di una coloritura di profondità, di linee cinetiche che coprono simboli e li mettono in moto: la memoria si fa Gedächtnis, memoria-pensiero (Gedanke), memoria-conoscenza (Erkenntnis). Memoria che non imita, che non copia, ma che rinvia, che accenna e che richiama: lo mima.

Appropriazione è l’azione del mimo. Appropriarsi, non indebitamente, ma trascendentalmente, entrare in risonanza con ciò – o con chi – si vuole mimare. Jeanne Hersch, nel suo L’illusion philosophique (1936), ha elevato il mimo a criterio filosofico, unico metodo per liberare quella «verità metafisica» che corrisponderebbe, per la filosofa svizzera, alla verità di sé su se stesso. Il mimo, allora, penetrerebbe l’aura di questo se stesso e se ne farebbe carico, trascendendo così il limite mimetico verso una immedesimazione, una immimedesimazione che ne colga il senso e le potenzialità: il mimo è in fondo uno studioso, non un pedante. Ciò che studia non ripete, ciò che acquisisce non lo possiede: «[l]o studioso si è arricchito non di qualcosa che ha, ma di qualcosa che potrà trasformarlo» (L’illusione della filosofia, p. 54).
Mimare, difatti, non comporta imitazione in senso stretto: un mimo non imita l’atto del salire, e non semplicemente perché non sale effettivamente le scale! Non imita un povero uomo d’affari la cui ventiquattrore si è magicamente sovrappesantita, ma lo mima, lo rende possibile, lo rappresenta nella performance (cioè lo diventa). Il mimo, con la mimica e oltre la mimetica, rende l’idea, offre la possibilità dell’idea, del vuoto del pensiero che l’imitazione, che ricopre con la sua impossibilità (la differenza ontologica), impedisce. Il mimo si mimetizza, si nasconde dietro l’idea che dà a vedere, giunge al reddere ractionem siccome rendere ragione di ciò che non c’è. Per questo il mimo accompagna gli spettacoli illusionistici; condivide con l’illusionista il destino dell’inganno – di scena e bonario – della confusione, della meraviglia, del trauma: del pensiero. Eppure il mimo si fa opaco, per quanto cerchi di sapersi trasparente; il mimo c’è, e se riesce a sparire effettivamente dietro il mimato, quest’ultimo sarà sempre l’atto che rinvia alla cosa. La cosa è tutt’altra cosa.

È stato tramandato che Charlie Chaplin, in uno di quei fortunati casi nei quali la leggenda mima la storia, abbia partecipato ad un contest per individuare il miglior imitatore di Charlot. Si finse un concorrente qualsiasi, imitò gli altri concorrenti. Non solo li imitò, ma li mimò nell’imitare Charlot. L’ironia è che Charlot è Chaplin (o viceversa?). Insomma, Charlie Chaplin avrebbe imitato se stesso nel mimare se stesso mentre imitava Charlot. Non lo ha semplicemente imitato, perché lo aveva interpretato, era egli in persona Charlot, né lo ha mimato, in quanto ne ha mimato l’imitazione (aprendo un campo aperto per il pensiero). E di questo i giudici se ne accorsero; leggenda vuole che Chaplin venne miseramente sconfitto e i giudici profondamente vituperati. Eppure son stati geniali perché hanno riconosciuto questo impossibile intreccio di imitazione e mimazione: non si può imitare se stessi, né mimarsi. Il grande attore non ha recitato parte alcuna nello spettacolo perché non ha neanche dovuto recitare. Ciò che colsero i giudici, ma che non concepì Chaplin, è il gesto fallito, il fallimento d’azione che ha segnato la sconfitta al contest (chi imita meglio Charlot?), e di conseguenza la grandezza del genio artistico. Forse non ci sarà una vittoria più fulgida che quella sconfitta. Charlie Chaplin aveva mimitato se stesso.

Il libro citato di Jeanne Hersc è L’illusion philosophique (ed. or. 1936), nella traduzione italiana di Fernanda Pivano, L’illusione della filosofia, Bruno Mondadori, Milano 2004.
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