CRISI CORONAVIRUS: EPIDEMIA NICHILISTA DEL NON-TROPPO
Coronavirus: l’epocalità dell’evento e la portata dell’emergenza ci hanno spinto a riflettere sull’argomento e a dedicare una parte dei nostri sforzi ad una quadratura concettuale della situazione.
Non si discute di altro. I media sono infestati da un profluvio di notizie incontrollato che riversa sul cittadino una pletora di informazioni contrastanti e, spesso, contraddittorie. E in questo ribollire di in-formazioni viene meno il percorso in-formativo della informazione: stiamo assistendo ad una dis-formazione, ad una neanche troppo lenta esfoliazione del tessuto connettivo che fornisce forma ad una materia caotica e contratta. Siamo sulla soglia della screpolatura, crepuscolarmente adombrata da un dis-ordine elevato a principio guida, a scarto metodologico, contro il metodo. L’informazione ha ceduto il suo ruolo centrale di in-formazione, di processo formativo, di vis formativa; il medium ha rilasciato la sua terzietà, la sua negatività trasformativa (cfr. Saša Hrnjez, Tertium datur) optando per divenire “anarchia scoronata“, contraccolpo delle deleuziane “anarchie incoronate“.
La crisi che stiamo ora affrontando è la prima o forse l’ultima di quell’epoca individuata da una definizione tanto poco chiara quanto perfettamente lucida nell’affermare la sua contemporaneità: l’epoca post-moderna. È il post– che sempre fa discutere; perché segnala un prima, meglio rivela l’esistenza di un dietro (le quinte? Il complottismo è parte inerente della dialettica pubblica post-moderna), di un tempo contrastivo a cui questo si oppone. Scissione gnostico-dualistica di un questo, il post– del moderno, con un quel(lo), l’ante del moderno (Jacob Taubes, Escatologia occidentale; sul post– del moderno, Andrea Poma, Cadenze). Secolo brevissimo il Novecento: dalla nascita dell’Europa al termine della più grande guerra ottocentesca (meglio ancora: il Novecento è nato con la Seconda Guerra Mondiale, dentro le sue intime dinamiche) alla digitalizzazione, è stato attraversato per tutta la sua durata da una corrente costante di post– più o meno nascosti: post-apocalittici, post-moderni, post-metodici.
Post- che sono diventati fine-di: fine della storia, dell’arte, delle grandi narrazioni… Narrazioni, per l’appunto. Narrazioni che sono oggi la causa di questo bailamme dis-formativo: per un perverso gioco della logica giocato ai danni di coloro che hanno giocato (che hanno pensato di giocare) con la logica, la fine delle grandi narrazioni si è trasformata nella grande narrazione manifestamente sventata, ma subdolamente apoteizzatta, dalla presunta pluralità a-metodica del detto: tante porte d’entrata e tante d’uscita.
Narrazioni morenti nella dis-organizzazione, rottura dell’organismo come rottura del progetto organizzante quale il corpo umano (basti pensare al noto Corpo senza organi), che hanno trovato testata d’angolo in quel fenomeno tutto post-moderno (termine preso con le dovute precauzioni) del post-Truth, della post-verità. Fine delle grandi narrazioni e instaurazione del regime delle piccole narrazioni. Vendetta classista: il piccolo ha sopravanzato il grande. Ma ecco che si staglia, eminente, la pandemia connaturata alla disseminazione incoronata: puro nichilismo dell’in-differenza, perpetua viralità non micro-biologica, bensì micro-qualitativa. Quanto meno le due viralità condividono il grado minimo.
Ma questa diffusa viralità si sublima abbandonando il grado minimo ed equidistanziandosi dall’intensità massima: il suo posto prediletto è il medio, il medium matematico, esatto, aritmeticamente naturale e razionale. Questo meso-livello (in parte mi sto ispirando a Ferraris, Postverità e altri enigmi), questo “volemose bbene” assiologico si trasforma in un “tana libera tutti” filosofico e si riversa in un sempre pericoloso esito epocale: il nichilismo.
Difatti, la dimensione mediano-equidistante comporta l’estensione di una possibilità che travalica e trascende il reale: se, parafrasando un brocardo medievale, ab esse ad posse valet consequentia sed non converso, se insomma è il reale ad essere possibilità della possibilità del reale (con un evidente movimento retrospettivo catturato con profondità dal trascendentale kantiano), con la precedenza del possibile al reale si ha la sua più completa evanescenza. Altro ri(av)volgimento logico (questa volta in senso negativo): il post-moderno è in realtà il pre- modale della possibilità.
Ma il medio è divisivo proprio perché a sua volta divisibile nello scetticismo estremo del nichilismo: il verosimile e l’inverosimile. Anche qui ci accostiamo ad una serie di gradienti di intensità la cui portata ha però effetti sostanziali, ontologici. Nulla è peggiore che il verosimile, esattamente come nulla è peggiore che l’inverosimile. I due concetti si incrociano, si contaminano, si contagiano; perfettamente equidistanti tanto dal vero quanto dal falso, si scambiano reciprocamente posizione in un divenire-l’altro di difficile contezza. Entrambi appartengono a quella bizzarra categoria ontologica del non-troppo. Il verosimile, ovvero il non-troppo-vero; l’inverosimile, quindi il non-troppo-falso. Ma fosse ciò sufficiente; ecco il rovesciamento nichilistico: il verosimile, ovvero il non-troppo-falso (se è verosimile non è vero; ma se verosimile non è poi neanche troppo falso…); l’inverosimile, quindi il non-troppo-vero (se è inverosimile non è falso; ma se inverosimile non è poi neanche troppo vero…).
Il non-troppo, così come il troppo, nasconde un cuore nichilista, anzi è il distillato del nichilismo: il nichilismo troppo-pieno della verità dogmatica (della grande narrazione; merito del post-moderno averne scardinato le colonne portanti) di contro al nichilismo troppo-vuoto (della post-verità post-moderna). Il Novecento si è aperto con la morte del profeta del nichilismo; l’intero secolo di filosofia si è svolto come risposta alla profezia (temuta dallo stesso profeta): se la soluzione è l’aritmetica equidistanza il troppo nichilistico si riversa nei suoi vassalli nascosti del non-troppo del verosimile e dell’inverosimile (per non discettare poi del non-troppo-verosimile e del non-troppo-inverosimile, cioè dell’elevazione a potenza del non-troppo), lasciandoci in balia di mari procellosi.
Non è quello che sta accadendo proprio oggi, nelle nostre città? Parodiando la parodia del buon Shade: “Se mi chiedi come va/ va male male male male/ ma non malissimo”.
Il bel volume di Saša Hrnjez, tratto dalla sua tesi di dottorato è Tertium datur. Sintesi e mediazione tra criticismo e idealismo speculativo, Mimesis, Milano-Udine 2017.
Il libro di Jacob Taubes è Escatologia occidentale, traduzione di Giusi Valent e Fabio Minazzi, Quodlibet, Macerata 2019.
Il testo di Andrea Poma sul post-moderno è Cadenze. Note filosofiche per la postmodernità, Mimesis, Milano-Udine 2014.
Sulla post-verità cfr., Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, Bologna 2017.
Per leggere tutti gli articoli della serie eccezionale Crisi coronavirus clicca qui
@ILLUS by, MOISE, 2020
CRISI CORONAVIRUS
Vai all’indice LINK>>>
@GRAPHICS by MAGUDA FLAZZIDE, 2020






