NON-ESSERE-PER-LA-MORTE
In Essere e tempo Martin Heidegger scrisse:
«Il raggiungimento della totalità da parte dell’Esserci mediante la morte è nel contempo la perdita dell’essere del Ci»
[Martin Heidegger: Essere e Tempo – Longanesi, Milano 1970 – traduzione di Pietro Chiodi – pag. 361]
In Esistenza e persona Luigi Pareyson scrisse:
«Non possono fondare la necessità del rispetto per la persona le concezioni che pongono fuori della persona l’universalità e la totalità. Posta l’universalità fuori della persona, questa si rapporta a quella come l’individuo si rapporta alla specie, con la conseguenza che l’universalità scade a mera generalità, e la persona scade a mero individuo. Posta la totalità fuori della persona, questa si rapporta a quella come la parte si rapporta al tutto, con la conseguenza che la totalità, anzi che essere un tutto, diventa il tutto, e la persona diventa un puro frammento. Ora, se la persona è soltanto individuo, cioè uno di molti, non è ancora insignita di quella dignità che merita ed esige rispetto. Se la persona è soltanto frammento, cioè parte di un tutto, è determinata e quindi determinabile dal tutto ch’è più perfetto di lei, e che, quindi, solo merita rispetto»
[Luigi Pareyson: Esistenza e persona – il melangolo, Genova 1985 – pagg. 174-175]
Si noti: «se la persona è soltanto individuo, cioè uno di molti, non è ancora insignita di quella dignità che merita ed esige rispetto». Esige… La sentite, l’esigenza della Ragione di cui parla Kant? Ma lasciamo perdere! Per adesso concentriamoci su un horrŏr totīus, (o totĭus) che si configura come pendant esistenzialista di un horrŏr vacui assai più noto: l’orrore di un Essere spersonalizzato che, dopo il non-esserci-più di una persona, risucchia la persona stessa nel proprio Essere spersonalizzante annulllandola. Questo è il rischio di un totalitarismo ontologico che paradossalmente diventa meontologico! Con Heidegger, ci chiediamo: quando all’Essere muore il Ci, cosa resta dell’esserci? Se resta nulla, ne va dell’Essere stesso in sé. Se l’Essere è una Totalità ontologica generalmente composta da tutte le parti anonime che la compongono quando esistono, può venire il dubbio se queste parti anonime siano le stesse che avevano invece un nome quando essendoci, nell’Essere, ne costituivano la sporgenza nel tempo. Secondo Heidegger «La fine dell’ente come Esserci rappresenta l’inizio di questo ente come semplice-presenza»: «solo una semplice presenza». In L’essere e il nulla (1943) anche Sartre s’è spaccato la testa sul problema di questa “presenza” autòptica dell’esserci che non c’è più, cinquantasei anni dopo che Heidegger nel 1927 se la spaccasse in Essere e Tempo: «Lo stesso cadavere semplicemente-presente, considerato teoricamente, costituisce ancora un oggetto possibile di anatomia patologica, la cui considerazione scientifica continua ad essere guidata dall’idea della vita». La domanda resta: il soggetto dell’esserci, la persona che c’era, c’è ancora, dopo la morte? O: il soggetto è ancora, dopo la morte, la persona che in vita era titolare del proprio «Ci»? Perché, se il soggetto del «Ci» diventa totalmente oggetto, allora si può temere veramente circa la sua sopravvivenza come «Essere», come «essere-senza-ci».
Il filosofo di Meßkirch scrisse che «Noi non sperimentiamo mai veramente il morire degli altri: in realtà non facciamo altro che esser loro ‘vicini’»: il prendersi cura di uno a cui è morto qualcuno che gli era caro fa parte di quell’i care che è tonalità emotiva caratterizzante il gossip sulla morte, la morte che non ci tocca veramente. Noi possiamo solo parlare della morte degli altri, dacché della nostra morte non potremo parlare, quando saremo morti. La morte è un fenomeno esistenziale, senz’altro, ma non è “un modo d’essere”, esistenzialmente parlando: lo è solo per chi c’è ancora, non per chi non c’è più… e se la morte fosse un modo di non essere? Un modo per non essere? Un modo del Nonessere? Cos’ha a che fare la «fine» dell’esserci con la «totalità» dell’Essere? Questa la domanda che preme a Martin Heidegger: «si impone sempre più la necessità di trarre dall’Esserci stesso il senso esistenziale del suo giungere alla fine, onde chiarire il modo in cui il ‘finire’ può dar luogo all’essere-un-tutto da parte dell’ente che esiste». Con la fine dell’esser-ci finisce anche quel «non-ancóra» che come hinc ad horam ancorava l’hic et nunc dell’esserci alla sua esistenza nel tempo: la manque d’être che sartrianamente è désir d’être ha luogo nella distopia esistenziale solo sino a che la clessidra esistenziale contiene ancora qualche granello di temporalità. Quando il «non-ancóra (morto)» diventa «non-più (vivo)», che ne è, dell’essere? Quanto manca, alla fine? La mancanza della fine è l’assenza di colui che è mancato: a chi c’è ancóra, manca ancóra, la fine. L’Essere (morto) è quel presente che manca ancóra a chi è ancóra (vivo)? Quanto manca alla fine? – potrebbe chiedersi uno che c’è ancora. «Mancare – scrisse Heidegger – viene perciò a significare la riunione non ancora completa di ciò che costituisce un tutto unico»: l’esserci che non c’è più s’è riunito all’Essere, s’è ricongiunto ad esso come due coniugi in un amplesso? Amore e morte? Come può «il non-ancóra» essere «proprio dell’Esserci come morte possibile», se la morte è sicura? «L’Esserci non comincia ad essere soltanto quando sia soppresso il suo ‘non-ancóra’, tant’è vero che proprio allora cessa di essere».
Dexistens disse che per Heidegger si può dire che l’esserci c’è finché esso “ha ancóra tempo” di diventare quello che non è ancóra: la fine sopraggiunge quando l’esserci “non ha più tempo” di diventare ciò che non è ancóra (ed è allora che esso diventa ciò che è: l’essere che non c’è). L’esame “autoptico” dell’Essere rivela meontologicamente un esserci che non c’è più perché non può più essere ciò che non è ancóra: è l’esame di chi ancóra ha gli occhi per vedere la salma dell’Esserci e di esso dà testimonianza oculare. Con Heidegger, «l’Esserci, fin che è, è già sempre il suo ‘non-ancóra’». L’essenza dell’Esserci è il divenire: quando non può più diventare quello che non è (ancóra), l’Esserci è l’Essere che non c’è (più).
La fine ultima (aggettivo) dell’Esserci ultima (verbo) l’Esserci? L’Essere è il compimento finale dell’Esserci? L’Essere ultimato? L’Essere ultimato è un factum, l’Essere non ultimato è l’Esserci in fieri. Latinamente il verbo fīo, is, factus sum, fĭĕri, (anche come pass. di facio) ci consegna quel divenire che finché “non è fatto” è in fieri. L’Esserci è un Essere in divenire? Un Essere non ancóra ultimato? Ciò che è fatto è fatto. Cosa fatta capo ha. L’Essere ha capo? Non va più a capo? Questo è tutto!
«Questo è tutto!» – disse la fine.
«Allora è finita?» – disse l’ente.
La totalità, considerata come Essere compiutamente ultimato è la fine dell’Esserci? Dunque la fine dell’Esserci è l’inizio dell’Essere? Ma che inizio? L’inizio della fine dell’Esserci o la fine dell’inizio dell’Essere?
«La morte è per l’esserci la possibilità di non-poter-più-esserci», dice Heidegger. Il vostro Profeta, o desistenti, preferisce dire che la morte è per l’esserci la possibilità di poter-non-esserci-più. L’esistente che ama essere detesta il non-poter-più-esserci. Il desistente che odia essere desidera il poter-non-esserci-più.
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@GIF by, FRANCENSTEIN, 2020





