MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (seconda lezione) II,5
…continua da Meontologia della libertà II,4 (qui)
Caro Luigi, non invidio i tuoi uditori di Napoli, quando nell’aprile del 1988 ti mettesti a parlare di libertà divina; ma lascia perdere la Libertà divina! È quella umana, la libertà che fa problema. Ho sempre pensato che Dio ci riguarda tanto quanto ci riguardano gli stipendi dei giocatori delle squadre di calcio di serie A: ma cosa esultiamo per un goal fatto da uno che guadagna cento volte più di noi? Cosa ce ne frega? Lui si fa la sua bella vita mentre noi ci facciamo il mazzo per sopravvivere! L’uomo è immagine di Dio come lo stipendio di un fuoriclasse del calcio è immagine del nostro; ma come puoi dire che «l’uomo non è che libertà e in questo è l’immagine di Dio…»? Se dici che tutti gli atti di Dio sono liberi «ma precisamente il suo atto iniziale di autoposizione» perché taci della vergognosa mancanza di libertà dell’uomo proprio nell’atto iniziale di eteroposizione compiuta dai suoi genitori? Ma che immagine di Dio? Se Dio s’è autoposto (e su questo avrei dei dubbi, perché se si è autoposto vuol dire che prima di porsi non c’era posto per Lui) certo non si è autoposto chiunque fra gli umani è stato concepito: il concepimento non è autonomo e quindi l’immagine di Dio almeno su questo è sfalsata. Vedi, Luigi, che di fronte al credo desistenziale, tutte le tue argomentazioni cadono?
Dio può certo essere stato libero di creare il Creato, quando e se l’ha fatto, ma dire che Egli ha posto se stesso in libera autonomia, questo suona stonato alle orecchie di chi lo suppone sempiterno; per quanto, essendo Egli fuori dal Tempo (e dallo Spazio) umano, il suo autoporsi divino si può anche intendere come eterno, dal momento che non può avere un inizio nel tempo (e nello spazio). Però, ripeto, cosa ce ne frega, di come Dio s’è o non s’è posto? Fra le miserie e le sofferenze dell’umanità non c’è posto per le masturbazioni mentali delle teologie pseudofilosofiche; siamo seri: come si può stare a disquisire sulla Libertà di un Dio in cielo quando qui sulla terra, per esempio, un virus pervicace imperversa seminando morte? A chi può interessare se la Libertà di Dio è stata sia quella di autoporsi sia quella di creare Tutto? Solo a chi crede che un papa (per quanto simpatico e buono come papa Francesco) possa allontanare una Pandemia sedendosi da solo in san Pietro per invocare Dio!
Però, quando Pareyson dà la sua interpretazione del famoso passo di Esodo 3,14:
Dixit Deus ad Moysen : Ego sum qui sum.
Ait : Sic dices filiis Israel : Qui est, misit me ad vos.
sembra che bestemmi in modo eretico: «questo principio divino, questa decisione divina, significa (…) io sono libero al punto d’esser libero anche dal mio essere, dalla mia essenza, dalla mia esistenza». Ah, sì? Avremo allora anche noi umani, una buona volta, il diritto di poter essere liberi dalla nostra esistenza, no? Liberi di non far più esistere altri umani! Se Dio è libero di tradire l’eternità del proprio Essere, tanto più saremo liberi noi di venir meno al nostro dovere di esistere, sancito da Genesi 1,28:
Benedixitque illis Deus, et ait :
Crescite et multiplicamini, et replete terram,
et subjicite eam, et dominamini piscibus maris,
et volatilibus caeli, et universis animantibus,
quae moventur super terram.
La vicenda di un Dio che improvvisamente decide di non essere più, potrebbe stimolare la creatività di tanti scrittori: pensate quanto potrebbe essere divertente un romanzo in cui si parla di un Creatore che sparisce in cielo e delle creature che in terra continuano ad eseguire i suoi ordini, nella fattispecie quello di riprodursi!
«Dio è libero non solo rispetto all’essere in generale – come è evidente – perché quello è una sua creazione, ma anzitutto rispetto al suo essere, al punto che non si può dire che Dio è libero, ma che solo Dio è libertà. Egli esiste come libertà, e la sua stessa esistenza è frutto di libertà». Per noi, invece è frutto di una Mela bacata che ci ha rovinato la vita, vero Luigione? Il tuo Dio potrebbe addirittura decidere di non esistere più, e noi ce ne stiamo qua a perpetuare il Suo comando divino di moltiplicarci?
«Dietro a Dio c’è il vuoto, il non essere, il nulla?». Se Dio non è un Essere necessario allora forse sì, ma, se non lo è, allora anche no. Solo che, se Dio è un Essere necessario, la Sua libertà di non essere va a farsi benedire; per cui «è ovvio che l’idea di Dio come essere necessario non è degna di lui…». Luigi, mentre tu mi fai ragionare su questi cavilli oziosi, qui in terra noi assistiamo a una Pandemia, lo sai? Lo vedi, dal cielo, che qui in terra c’è una Pandemia? O no? Persino noi professori dobbiamo starcene a casa e fare la didattica a distanza! Quando tu sei morto, nel 1991, la tecnologia non ce l’avrebbe ancora consentita, questa didattica.
«Non è perché dev’essere, ma dev’essere perché è», Dio? È così distante da noi, questo Dio, che qualunque cosa diciamo su di Lui può essere una solenne cazzata, te ne rendi conto, Luigione? Ma io sto al gioco e ti seguo: «Non è perché dev’essere, ma dev’essere perché è», Dio? Dunque, vediamo… nemmeno noi umani siamo (esistiamo, viviamo) perché dobbiamo essere (esistere, vivere), almeno sub specie procreationĭs, ma, sub specie creationĭs direi proprio di no: nel senso che il procreare umano dipende da noi ma non è dipeso da noi il creare divino che ha reso possibile il procreare stesso. Noi umani non dobbiamo essere perché siamo, e questo per il fatto che non siamo, bensì esistiamo, viviamo l’esistenza, e quindi non dobbiamo esistere per forza; solo in un Dio, Essere ed Esistere coincidendo, non è possibile concettualizzare l’anteriorità o la posteriorità di ‘essere’ e ‘dover essere’ per cui si deve ipotizzarne la simultaneità (beninteso non temporale), l’identità ontologica di anteriorità e posteriorità, vale a dire una presenza eterna in un eterno Presente.
«Prima di Dio non c’è che Dio. Ma Dio, prima di Dio, c’è». Questa frase è un vero e proprio gioco di prestigio filosofico, ma assai poco prestigioso: il trucco risiede in quell’avverbio: prima. Se si dice ‘prima’ si stà già pensando il tempo, e si applica la categoria della temporalità a un Essere che per poter essere adeguatamente pensato deve poter essere pensato fuori del Tempo (e dello Spazio); ora, non è certo l’essere umano l’essere che può pensare Dio come si dovrebbe: solo un Dio può pensare se stesso, essendo Lui solo fuori dal Tempo e dallo Spazio. Che vuol dire «prima di Dio non c’è che Dio»? In Dio non c’è né prima né dopo: se un Dio è, Egli è presente in un eterno Presente atemporale e aspaziale. Un Dio che si rispetti non è mai né prima né dopo di sé: è, e basta. Per questo il verbo Essere, come ripeto da tempo, non vale che per un Dio, non per un uomo: l’uomo esiste, con un moto da luogo, e-sistere, che è analogo a quello dell’evento, e-venire, a dire che solo per l’esistenza umana vale la scansione temporale che distingue fra una sistenza (divina) e un’esistenza.
Deus ventum est.
Homo eventum fuit.
Intraducibile, in italiano, solo il latino può rendere giustizia alla genealogia temporale dell’E-VENTO. Ma Pareyson sostiene che «in quel punto in cui Dio è anteriore a se stesso c’è anche l’abissalità del nulla», e «in quel punto c’è l’abissalità stessa di Dio e del nulla, insieme». Il Diavolo e l’acqua santa convivono pacificamente in questa stupefacente coincidentia oppositorum! Lo stesso filosofo precisa poco oltre che il nulla di cui parla è il «vuoto della libertà» «che Dio come libertà espugna e debella, istituendosi come esistente». «Insomma – conclude Pareyson –, non c’è ontologia senza meontologia, e la meontologia è possibile solo come versante dell’ontologia». E qui il desistente s’incazza. Ma come? Che significa? È ora di finirla con questa storia del Nulla schiavetto dell’Essere! Dio espugna e debella il Nulla? Ma ringrazi il Nulla se ha potuto istituirsi come Dio, questo benedetto Dio! Ringrazi il Nulla che gli ha fatto da gregario lasciandolo vincere affinché Lui, il Tutto, potesse eternamente autoincensarsi! E poi, se la meontologia è possibile come «versante» dell’ontologia, questo non significa che un qual certo misterioso primato dell’ontologia debba necessariamente impedire alla meontologia di supporsi invece come conditio sine qua non per il discorso sull’Essere: in un foglio di carta A4 c’è un fronte e c’è un retro, ma se la carta è bianca, chi può dire quale delle due facciate è fronte, e quale retro? A meno che si dica che il fronte è Bianco e il retro è Nero… Allo stesso modo, l’Essere di cui l’Ontologia celebra le gesta eroiche, non è certo il dritto di un rovescio meontologico, l’Essere (che ha ragione) di un Nonessere (che ha torto) il quale funge da côté maledetto dell’Essere diritto, giusto, impeccabile; dell’Essere non si potrebbe nemmeno proferire parola, senza la prospettiva chiaroscurale dell’interazione di chiaro-Essere e scuro-Nonessere (per quanto sia ancora tutta da dimostrare, l’oscurità del Nonessere).
Una grammatica di parte vuole contribuire alla celebrazione del primato dell’Essere facendo notare che il Nonessere non potrebbe nemmeno essere pensato senza l’Essere, e la dimostrazione starebbe nel fatto, grammaticale appunto, che l’avverbio di negazione ‘non’ non è posposto bensì preposto alla parola Essere, a dire che il Nonessere nega l’Essere, e non viceversa: la preposizione ‘non’ nega infatti in una posizione di pre(cedenza); non si dice «Essere non» ma si dice «Non essere». In altre parole, i sudditi del TOTALITARISMO ONTOLOGICO sostengono che se non ci fosse l’Essere non si potrebbe nemmeno concepire, il Nonessere (o, per crasi: Nessere); a dire la preminenza e la priorità dell’Essere sul Nonessere, insomma, il suo primato, valoriale innanzitutto. Il pensiero desistenziale ritiene che questo discorso sia cruciale, per la dignità del Nonessere e della Meontologia; perciò il vostro Profeta, o desistenti, come spero sappiate, ha tanto pensato e tanto scritto, a questo riguardo; e tuttavia ne scriverà anche in questa sede, affinché questa arena filosofica non resti priva delle sue perle di saggezza ma soprattutto della sua vittoria. Vi dirò dunque, o miei seguaci, che, dove regna sovrano il buio, la luce non fa mai luce, così come, dove regna sovrana la luce, il buio non fa mai buio; si voltano la schiena, la luce dell’Essere e il buio del Nonessere, ma come lo fanno le due pagine di un foglio di carta A4, ignorando l’una l’importanza dell’esistenza dell’altra. È tutta una questione di prospettiva: chi si trova ad osservare dall’alto qualcosa che sta sotto lo percepisce come “(in) basso”, così come si trova ad osservare dal basso qualcosa che sta sopra lo vede come “(in) alto”; ma nessuno si sognerebbe mai di dire, per esempio, che l’essere (in) alto è possibile solo come versante dell’essere (in) basso!
La Verità è sottosopra.
O, se volete un altro esempio, un’isola è tale per il mare che la circonda, ma nessuno può dire se essa è possibile solo come versante del mare: se non ci fosse il mare non ci sarebbe l’isola e se non ci fosse l’isola il mare si estenderebbe su tutta la terraferma sì che ci sarebbe solo il mare.
Lo pseudo primato dell’Essere proviene da una circostanza elementare: chi ne parla è sempre un essere, poiché un nonessere non ne può parlare, anzi, di più: non può parlare. Per questo i filosofi non si sognano mai di filosofare desistenzialmente: perché sanno che la vittoria della desistenza condurrebbe al silenzio totale della parola e quindi del loro pensiero. Chi non è, non è un essere parlante o pensante, questo è poco ma sicuro. Ma se un filosofo difende il primato del Pensiero va da sé che difenderà anche il primato dell’Essere pensante, essere, appunto. Quando Aristotele incorona l’Essere divino con la corona dell’Atto puro senza “precedenti potenziali”, lo fa perché osserva come a questo mondo solo chi è già in atto può anche essere in potenza di porre in atto qualcosa di diverso da lui; ma, appunto, questa osservazione è quella di esseri che sono già a questo mondo, esseri viventi già posti in essere. La prospettiva del Primato dell’Essere è quella di chi si trova già ad essere quel che è: il circolo è vizioso, perché non prende in considerazione un ‘Atto in Potenza’ come Potenza definitiva, cioè Potenza come Atto puro (!). Riesce certo difficile ai viventi, viziati dal circolo ontologico, circolo vizioso, ribaltare la prospettiva dei due versanti: vedere le ragioni di chi non è (ancora), e non solo quelle di chi è (già), e così dar ragione al Nonessere. Nel regno del Nonessere ha ragione chi non è, nel regno dell’Essere ha ragione chi è; ma le due ragioni non sono esattamente analoghe, perché nel Nonessere non si è, non si esiste e non si vive, quindi non si soffre, mentre nell’Essere si è, si esiste e si vive, quindi si soffre. E comunque, come potrebbe difendere le proprie ragioni uno al quale non può essere data la parola? Chi ancora non è, non può ancora parlare! Inoltre, non sono equivalenti, i due versanti, non hanno par condicio: in uno (il versante dell’Essere) si rotola rovinosamente verso la fine, nell’altro (il versante del Nonessere) si sta immobili poiché nessun movimento è ancora iniziato. Il Profeta della Desistenza ve lo dice con una parabola:
Un giorno, nel regno dei numeri, sorse una lite su chi fosse il primo: i numeri dispari e i numeri pari presero a litigare per difendere ciascuno il proprio primato. «Siamo noi i primi», dissero i numeri dispari. «No, siamo noi i primi», ribatterono i numeri pari. Non se ne venne a capo finché un piccolo numero dispari, il numero uno, non saltò su dicendo ai numeri pari: «Io sono il primo numero, sono dispari, e vengo prima del primo numero pari, il numero due; quindi vengono prima i numeri dispari». Per un po’ si fece silenzio, nel regno dei numeri, ma, a un certo punto, un numero pari (qualcuno dice che fosse proprio il numero due) saltò su dicendo: «Veramente, prima del numero uno viene lo zero, che si dice essere pari poiché 0 × 2 = 0; quindi vengono prima i numeri pari». Al che, in coro, tutti i numeri dispari urlarono: «Zero non è né pari né dispari, zero non è niente, zero non è nessuno, quindi non fa testo!».
Il Profeta della Desistenza si trovò per caso ad assistere a quella rissa e pensò: lo zero è come il Nonessere, è il Principio primo di tutti gli esseri; in esso possono dire di risiedere sia i numeri pari sia i numeri dispari, con uguale diritto di cittadinanza, perché in esso ogni numero si annulla, perdendo la propria identità di numero pari o dispari; lo zero non è né carne né pesce, né uovo né gallina: solo a partire dall’uno e dal due le opposte fazioni dei numeri dispari e dei numeri pari possono cominciare a dibattere se venga prima l’uovo o la gallina, ma questo non ha poi molta importanza, dacché così non si tien conto dello zero, non si parte da zero.
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ – SLIM EDITION
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