MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ – SLIM EDITION
Meontologia della libertà è il libro di Dexistens in 4 Lezioni in risposta a Ontologia della libertà, libro di Luigi Pareyson.
È disponibile su Amazon in versione integrale, nonché pubblicato su Arena Philosophika per conto di Dexistens, in una versione ridotta, costituita dalle parti iniziali di ogni Lezione.
Meontologia della Libertà – Slim Edition è uno smart book di Arena Philosophika, suddiviso in 23 articoli.
Tratta della Libertà, che essenzialmente alberga nella pura ergia del Nonessere, lontana dall’infezione dell’esistenza. Soprattutto mentre questa si fa avvento del CORONAVIRUS.
Lezione I:
LIBERTÀ è DESITUAZIONE
I,1 – I,2
Lezione II:
NECESSITÀ è IMMANENZA
II,1 – II,2 – II,3 – II,4 – II,5 – II,6 – II,7
Lezione III:
LIBERTÀ è NEGAZIONE
III,1 – III,2 – III,3 – III,4 – III,5 – III,6 – III,7
Lezione IV:
LIBERTÀ NON è DIALETTICA
IV,1 – IV,2 – IV,3 – IV,4 – IV,5 – IV,6 – IV,7
MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ – VERSIONE INTEGRALE
SINOSSI
Ontologia della libertà. Così la casa editrice Einaudi [Einaudi Paperbacks Filosofia (253) – Torino, 1995] titolò un libro che contiene i pensieri “postumi” di Luigi Pareyson: pensieri che avrebbero dovuto essere pubblicati in due libri (Ontologia della libertà & La libertà e il nulla) che in realtà non furono mai pubblicati a causa della morte del filosofo nel 1991; curiosamente il sottotitolo del libro rinvia a Il male e la sofferenza.
Questo argomento è veramente pane per i denti del desistenzialista. Per esempio, a pag 13, si legge del «concetto di esistenza come coincidenza di autorelazione ed eterorelazione in due modi; uno, concependo l’atto umano come passività e attività insieme; l’altro, concependo l’atto umano come accettazione di un dono». Al primo punto della trattazione di questo nodo cruciale Pareyson pone un principio generale secondo il quale «nell’uomo non c’è passività che non si risolva in attività» anche se «la libertà ha certamente dei limiti». A un certo punto il filosofo di Piasco dice che «c’è, sì, una necessità che costituisce una datità e quindi una passività, e questo tanto nella situazione quanto nella libertà. Nella situazione, è ovvio, perché nella situazione c’è un’infinità di cose che non dipendono da noi (la nostra nascita, la nostra condizione, i genitori che abbiamo, il luogo in cui nasciamo, ecc.), non solo, ma l’inizio della nostra situazione è una nascita a cui non abbiamo dato alcun consenso, e quindi è una necessità che ci è piombata tra capo e collo, e guardando nell’incertezza del futuro c’è per lo meno un’assoluta certezza, e cioè qualcosa di inesorabile che è la morte. Quindi la situazione è tutta intessuta di necessità.». Il grassetto è mio.
Qualunque discorso filosofico comincia in medias res. In principio c’è una decisione subìta: la decisione di due genitori di concepire un figlio. Qualunque pensiero, filosofico o meno, inizia nel bel mezzo di una situazione. «Nella situazione, è ovvio», dice Pareyson. Io credo che questa ovvietà sia proprio tutt’altro che ovvia, se per ‘ovvio’ si intende qualcosa che non merita di essere considerato, o qualcosa che va accettato per forza come ineluttabile. Come un’automobile già in moto, un’auto che si sta già muovendo: così la nostra esistenza; e se qualcuno, su quell’auto, non volesse viaggiare? Non volesse muoversi? Il motore non l’abbiamo acceso noi, l’hanno acceso i nostri genitori. Le soluzioni sono solo due: o aspettare che il viaggio finisca (= morte naturale) oppure buttarsi fuori dalla macchina (= suicidio). La situazione del viaggiatore non dev’essere quella, necessitata, di chi s’è messo in viaggio senza volerlo: questo solo è veramente ovvio; eppure, questa ovvietà, che nel caso del ‘viaggio terreno’ è evidente, ed accettata unanimemente, nel caso del “viaggio esistenziale” è sottovalutata al punto di non essere neppure considerata.
Le riflessioni filosofiche di Pareyson avrebbero dovuto fermarsi subito dopo le parole che ho citato poc’anzi. Punto. Di quale attività possiamo parlare, di quale Libertà (in senso assoluto) se tutto il discorso deve cominciare da una passività, da una necessità? Ecco dove cade ogni conato filosofico che non consideri l’ovvietà suddetta come pietra d’inciampo di qualunque filosofia. Ogni filosofia che non prenda sul serio l’aporia causata dallo scandalo della necessità iniziale è una filosofia che costruisce pensieri su un presupposto errato, errato perché causa di male e sofferenza: la propedeutica iniziatica di ogni filosofare dovrebbe fondarsi su una lucida coscienza di libertà necessitata, cioè di una Libertà inesistente, in senso assoluto. Il male e la sofferenza, tanto per prendere in parola il sottotitolo del libro dal quale prendiamo le mosse, sono sviluppi esistenziali di una concezioni filosofica dell’Essere che non è in realtà Libertà (assoluta, con la «L» maiuscola). Ripeto, tutte le pagine di un libro sull’ontologia della libertà che seguono l’accorata constatazione di una libertà necessitata in partenza sono pagine superflue che dovrebbero restare bianche. E tuttavia, per rispetto e stima nei confronti di Luigi Pareyson, noi desistenti commenteremo tutte le pagine del suo libro, per onestà intellettuale, diciamo.
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@ILLUS. by MAGUDA FLAZZIDE, 2020





