MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (seconda lezione) II,1
Continua da “Meontologia della libertà” (prima lezione), qui.
NECESSITÀ è IMMANENZA
Nella seconda lezione di Ontologia della libertà Luigi Pareyson scomoda una definizione impegnativa: quella di «ermeneutica del mito» come «riflessione filosofica sull’esperienza religiosa». Personalmente ho già ampiamente trattato l’ermeneutica desistenziale dell’unico mito che importa al desistente: il mito della Creazione divina come Simbolo della Procreazione umana.
PROCREATIO STAT PRO CREATIONE:
CREATOR NIHILUM HORRENS CREAT,
CREATURA NEMINEM ABHORRENS PROCREAT.
Procreazione sta per Creazione: il Creatore orrendo l’assenza di esseri esistenti crea, la creatura aborrendo l’assenza di creature viventi procrea; ovviamente non è chi non veda come la plasticità della lingua latina renda questa espressione mitologica in maniera direi quasi intraducibile. Aliquid stat pro aliquo. Qualcosa, la procreazione umana, sta (ma sarebbe meglio dire: starebbe) per qualcos’altro: la creazione divina. Meglio dire ‘starebbe’, specialmente nel caso in cui colui che lo dice non ci crede, cioè non crede e non vuol credere in Dio. Ma Pareyson ci crede, e perciò crede al mito come «contatto con l’inoggetivabile», riandando a quell’Essere trascendente che permea ogni esistente essente di fatto. La Creazione stessa, teologicamente, non è oggettiva se non nel suo stesso essere-creata; forse si potrebbe dire che solo la Creatività divina è inoggettivabile, come forza creatrice in sé indipendentemente dal Creato di per sé. La narrazione mitologica del simbolo procreativo è storytelling vero e proprio «perché il mito è esso stesso un racconto, una narrazione, una storia delle epoche dell’eternità, delle epoche della storia umana…».
Da sempre l’essere umano ha bisogno di una legittimazione trascendente che dia alle sue azioni più importanti un plusvalore gratificante; non è un caso che la Chiesa abbia scelto i momenti più significativi della vita umana e abbia loro dedicato dei Sacramenti: la nascita ha il Battesimo, la copulazione ha il Matrimonio, la morte ha l’Estrema Unzione, eccetera… Molti esseri umani hanno bisogno di una sorta di convalida trascendente delle proprie azioni; questi esseri umani si dicono religiosi proprio per questo loro bisogno: credono di credere perché vogliono credere a un significato metafisico che dia senso ad atti fisici molto terra terra (uno per tutti quello sessuale, che, preso per quel che è, può sembrare veramente molto squallido, per non dire osceno). Il bisogno di legittimazione metafisica, o trascendente, deriva a mio parere proprio dalla mancanza di senso che soggiace come un sostrato inaccettabile a qualunque evento della storia umana; lo storytelling del padre fisico che si narra (si autonarra) proiezione esistenziale di un Padre metafisico conferma una moltitudine di persone nella certezza di fare bene, a procreare, perché la procreazione è propaggine fisica di un Atto fondativo assolutamente sublime: la Creazione di Dio. E del resto, basta pensare come il Nuovo Testamento rivela l’Essere di Dio: Padre. La Trinità stessa è un concetto teologico che fonda la relazione di Padre e Figlio in una dimensione metafisica nella quale il credente trova sublimato il rapporto umano padre-figlio instaurato dalla procreazione; per non parlare dello Spirito Santo, elevazione metafisca del concetto di Amore che permette in ultima analisi l’interazione creatrice e procreatrice.
Aperta parentesi.
L’anelito umano a nobilitare i propri atti più importanti (la procreazione in primis) trova nel cosiddetto «romanzo familiare» un esempio clinico interessantissimo studiato dalla psicoanalisi. Freud se n’è occupato, per esempio, in un breve saggio del 1908 intitolato Il romanzo familiare dei nevrotici (Der Familienroman der Neurotiker). La musicologia stessa ha tentato di spiegare la biografia beethoveniana alla luce della sindrome del “romanzo familiare” (Maynard Solomon: Beethoven – La vita, l’opera, il romanzo familiare – Marsilio, Venezia 1986): avendo Beethoven avuto un padre che nessuno vorrebbe avere, per dirla con Freud, «egli si allontana dal padre che conosce ora, e si rivolge a quello in cui ha creduto negli anni precedenti dell’infanzia…»; un sogno ad occhi aperti, un velo pietoso che la fantasia stende sopra a una realtà indesiderabile per renderla meno spiacevole, più accettabile, e magari un tentativo di nobilitare le proprie origini. Anche nel saggio L’uomo Mosè Freud scrive di “romanzo familiare” del fanciullo, «nel corso del quale, il figlio reagisce al mutamento delle sue relazioni emotive con i genitori, in special modo con il padre. Gli anni dell’infanzia sono dominati da una straordinaria sopravvalutazione del padre…». E di sopravvalutazione si tratta, a mio parere, anche nel caso di quel mitico “romanzo familiare che fa della Creazione il simbolo della procreazione e del Padre celeste l’immagine archetipica del padre terreno. Direi che qualsiasi ermeneutica del mito – per tornare a Pareyson – è ermeneutica di un “romanzo familiare”, cioè sforzo umano di dare a eventi esistenziali del tutto fisici un valore ontologicamente metafisico.
Chiusa parentesi.
Pareyson ci sguazza, nei teologhemi cattocristiani; non ne esce, né ne vuole uscirne. Il mito, dice, non è contrapposto alla verità, «perché esso stesso è la verità in quanto esistenzialmente interpretata e posseduta»: il mito dei miti, il mito della Creazione e di Dio-Padre interpretato dal romanzo familiare dell’uomo-figlio che ripone in cielo il vertice del suo albero genealogico, è la favola esistenzialmente più gettonata da coloro che vogliono credere di credersi figli di Dio. Anche Pareyson vuole credersi figlio di Dio, e non lo nasconde. In questa lezione seconda, Dio è tirato in ballo continuamente: ivi si parla della sua Libertà assoluta. Il mito, per Pareyson, «è non solamente invenzione o espressione, non solamente funzione fabulatrice o mitopoietica, ma è esso stesso rivelativo». Rivelativo è aggettivo che ricorda il sostantivo Rivelazione e il sostantivo Rivelazione fa memoria di un evento ontologicamente fondativo teso a dare valore esistenziale a ciò che si crede discendere da esso. Ma una laicizzazione del concetto di ermeneutica mitologica dissacra immediatemente la sacralità del simbolismo che vorrebbe religāre essenza celeste ed esistenza terrena, pena il fallimento di ogni simbologia; tipo il «fallimento della filosofia moderna intesa come laicizzazione del cristianesimo».
Perché il giochino funzioni, bisogna «salvaguardare il mito, confermarne appunto il carattere rivelativo: questo è il compito della riflessione filosofica sul mito». Per convincersi che il mito può benissimo essere inteso a mo’ di una narrazione “fantastica” della realtà avente senz’altro qualche fondamento epistemologico, basta leggere libri come Il rito religioso di Theodor Reik, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia di Jung e Kerényi, Mito e realtà oppure Il mito dell’eterno ritorno di Mircea Eliade…
«In fondo è il mito stesso che opportunamente interrogato e sollecitato rivela il proprio significato…». Il mito della Mela edenica, per esempio, che, come sono solito far notare, quando si pronuncia alla latina, rivela una duplicità inquietante:
- mălum, i, (n.): il male.
- mālum, i, (n.): la mela.
Se la mela è la Vita, come dicono certi teologi, o, meglio, la Vita (peccaminosa e malsana) nella dimensione esistenziale da noi conosciuta su questa terra, allora l’ermeneutica del mito della mela rivela il male di vivere (teologicamente legato a una spiegazione che ripone nel Peccato Originale la causa prima di ogni Male a quel Peccato intimamente collegato). Il pensiero desistenziale è però ormai stufo di sentire la solita solfa cattocristiana della Colpa primigenia; che ci sia o non ci sia una Colpa, quello che unicamente importa è l’insostenibilità di un’esistenza come la nostra. Se l’ermeneutica del Male della Mela può avere un significato, laicamente, questo significato è che il gioco non vale la candela: l’umanità dev’essere sensibilizzata (innanzitutto dai filosofi) circa l’insostenibilità della gravità di essere in vita (l’insostenibile gravità dell’essere).
Luigi Pareyson dice che «per il problema del male non basta la filosofia ma bisogna ricorrere all’esperienza religiosa»: la filosofia può fare la sua ermeneutica ma è alla religione che spetta la risoluzione del problema. Lo stesso dicasi per il problema della libertà. Il problema della libertà è intimamente connesso a quello del male, come testimonia il mito del “Male della Mela”: il cosiddetto peccato originale è effetto di un cattivo uso della libertà concessa dall’Essere supremo. Una cosa sola non potevano fare, Adamo ed Eva, ma l’hanno fatta. E qui la buona novella desistenziale dice: come una cosa sola ci ha perduto, una cosa sola ci salverà; se ci siamo persi il BEN-ESSERE perché abbiamo procreato nella modalità esistenziale a tutti nota, per ritrovare questo BEN-ESSERE dobbiamo astenerci dalla procreazione. Se l’ESSERE è diventato MAL-ESSERE nell’esistenza, l’esistente deve tornare al BEN-ESSERE nella desistenza.
«Nell’esperienza religiosa il problema centrale resta sempre quello della libertà dall’inizio alla fine…». Commentare Pareyson significa purtroppo fare i conti con la narrazione cattocristiana; personalmente vorrei non pensare più alla soluzione religiosa del problema del Male e della Libertà, ma la nostra filosofia è tutta impregnata di cultura religiosa, per cui non possiamo tacerne. Faccio però presente che se tutta la tragedia umana è iniziata da un atto di Libertà del Creatore (la creazione dell’uomo) questa tragedia può avere un lieto fine in un altro atto di libertà della creatura (la decreazione dell’uomo); Libertà contro libertà: l’unica libertà che possiamo prenderci veramente è quella di disinnescare la reazione a catena della pandemia generazionale. In questi giorni il CORONAVIRUS sta mietendo vittime, da EPIDEMIA è diventato PANDEMIA, ma nessuno pensa all’unica vera ENDEMIA della quale dovremmo preoccuparci: la malattia che è ἐν (in) δῆμος (popolo) [νόσημα (malattia)] da quando Adamo ed Eva hanno usato male la loro libertà. L’endemia come malattia cronica dell’essere umano è, lo ripeterò senza stancarmene mai, l’ONTALGIA (o ONTOSALGIA) e poco importa se tale malattia è stata originata da una “paziente zero” chiamata Eva e da un “paziente uno” chiamato Adamo. Anzi, dirò di più, se veramente è esistita una coppia di pazienti originali, a maggior ragione noi abbiamo il dovere di farli restare a casa, come tanto ci raccomandano oggi, per isolare il virus, il virus vero e proprio della Pandemia umana: l’esistenza. In fondo la vicenda di questo COVID-19 (o SARS-CoV-2) ha in sé una morale che può far luce sul pensiero desistenziale: riflettiamoci un poco, sul vero antidoto raccomandato in attesa dell’antivirus vero e proprio, cioè l’isolamento sociale; riflettiamoci: in tempi in cui i social favoriscono la naturale tendenza umana ai capannelli comunitari, alle aggregazioni del “volemose bene”, il buon senso comune oggi raccomanda invece di evitare gli assembramenti.
Io, profeta della Desistenza, credo fermamente che l’esistenza umana sia una sventura ben più grande di una Pandemia, o di una Epidemia: l’esistenza umana è endemicamente malata, cronicamente tarata; che la tara provenga da un paradiso terrestre oppure no, questo ha poca importanza: ciò che conta è adesso riflettere sull’unico rimedio che contro la Pandemia ha effetto, l’isolamento sociale. Gli umani si trasmettono le malattie per contatto, essenzialmente; ma se pensiamo che, in ultima analisi, la Malattia non è che una propaggine tentacolare del Male, come il MAL-ESSERE lo è dell’ESSERE, allora capiremo facilmente che la missione sociale più umanitaria non è tanto quella di debellare le malattie bensì quella di estirpare la malattia delle malattie: il male di vivere, cioè la Vita. Se il male è «di» vivere, il problema è il vivere. Ancora e sempre ricordiamo la lamentazione leopardiana del sublime Canto notturno:
Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Il desistente è semplicemente uno che prende sul serio e fa sua questa capitale domanda del poeta: «se la vita è sventura, perché da noi si dura?». Il desistente è uno che fa sua questa laconica constatazione:
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
Se la vita è dura, perché da noi si dura? Perché ancor perdura? – si domanda il Profeta –. Perché dura ancora, questa propagazione insana del virus esistenziale? Perché la gente perdura nel proposito di propagare il male della vita? La risposta la sappiamo, purtroppo: perché tanti idioti che non hanno la testa sul collo usano l’unica testa che a loro resta, la testa di cazzo, quella che si trova un po’ più in basso rispetto al collo. Solo chi non ha testa può dire che la vita è degna di essere propagata, salvo poi lamentarsi quando questa picchia duro, com’è solita fare. Se la vita picchia duro – dice il desistente – perché da noi si dura? Inspiegabile è però come possa un filosofo, che per sua natura dovrebbe pensare con la testa ch’è sul collo, ripensare la vita sempre alla luce della testa che non è sul collo… Il Profeta scrisse un epigramma esilarante, sull’inspiegabilità della foia procreativa:
Se la vita è così dura,
di’: perché da noi si dura?
Solo perché ce l’hai duro
puoi pensar: «io la perduro»?
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ – SLIM EDITION
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