DIALOGO FRA LUI E UN PORTATORE SANO
LUI: Coraggio, si consoli: guardi, in qualche modo, lei è come l’intenzione creatrice.
PS: Cosa?
LUI: Sì, l’intenzione creatrice aveva l’HIV: Human Immunodeficiency Virus, il virus dell’immunodeficienza umana.
PS: Mi prende in giro?
LUI: No, anzi: la ‘sindrome da immunodeficienza acquisita’, la cosiddetta AIDS – Acquired Immune Deficiency Syndrome – altro non è che l’attuazione dell’immunodeficienza.
PS: Ma cosa dice?
LUI: Oh, niente di particolare, stavo riflettendo sulla creazione divina e lei mi ha fatto venire in mente che, a ben vedere, l’intenzione creatrice era immunodeficiente.
PS: Lei è un filosofo?
LUI: Mah, sa, siamo tutti filosofi, quando ci mettiamo a pensare…
PS: Complimenti, ma mi spieghi, visto che ci siamo.
LUI: È una questione di anticorpi. La Creazione fu una buona intenzione, ma la sua attuazione ad opera della creatura umana non era esente dall’infezione virale del male; il mal comune, la malattia infettiva del male, nasce dalla deficienza insita nella possibilità: il deficit di anticorpi.
PS: I medici mi hanno detto che ‘portatore sano’ è un individuo che ospita microrganismi patogeni senza presentare alcuna sintomatologia morbosa, e pare che io sia un portatore sano di AIDS. Non ho sintomi ma sono un potenziale pericolo per coloro con i quali ho rapporti.
LUI: Anche la Creazione fu un potenziale pericolo, e infatti, non appena gli esseri umani ebbero rapporti con altre creature, il virus si diffuse: che altro è, il peccato originale, se non una trasmissione virale?
PS: Ah, il peccato originale, ma lei ci crede, a queste cose? Sa, a me la chiesa non è che piaccia tanto, per il suo atteggiamento verso di noi, omosessuali.
LUI: Già, comunque, io credo solo alla sofferenza umana, alla passione e morte dell’uomo, e mi sforzo di trovare un antidoto che possa definitivamente guarire l’umanità da tutte le sue malattie.
PS: Mi auguro che lei ci riesca, a trovare un tale antidoto, ma ho i miei dubbi…
LUI: …i dubbi dipendono solo dal fatto che gli umani non sono disposti a lasciarsi vaccinare. Ma lasciamo stare.
PS: Sono preoccupato per il mio ragazzo, anzi, glielo presento, è lui.
LUI: Piacere.
PS: Non ama parlare, il mio amore… è un po’ come i personaggi muti delle rappresentazioni teatrali, glielo dico sempre, io.
LUI: Quando non si ha niente da dire è meglio tacere: è saggio, il suo compagno.
PS: Sì, ma, certe volte, avrei piacere di un po’ di conforto, come adesso, che ho paura di trasmettergli il mio virus.
LUI: Il concetto di trasmissione virale è quello di attuazione potenziale: realizzazione di una possibilità. L’immunità può essere causa ed effetto della mancanza di responsabilità: se uno sapesse di poter fare qualunque cosa senza tema di incorrere nel male, significherebbe che tutto ciò che fa è bene, e potrebbe fare il male senza presagirne i sintomi; solo il Creatore, se è vero che esiste, è immune dal male, e per questo può permettersi di essere libero di fare ciò che vuole, sapendo a priori che tutto ciò che farà sarà comunque bene.
PS: Comunque vada sarà un successo, eh, per Dio? Conosce Piotta?
LUI: No, chi è?
PS: Quel rapper italiano che nel 1998 uscì con il suo primo album in studio, intitolato appunto Comunque vada sarà un successo, ma non c’entra niente, scusi; è che, quando lei mi parlava dell’immunità di Dio, a me è venuto in mente che per Lui, comunque vada, sarà sempre un successo: qualunque cosa faccia, non sbaglia mai.
LUI: Sì, ha ragione, non è fuori luogo questa sua osservazione. Dio, “lanciando la possibilità”, si riserva la possibilità di dover lanciare anche qualche maledizione, prima fra tutte quella che lanciò ad Adamo ed Eva dopo il primo peccato: quella maledizione fu la causa dell’«assunzione di responsabilità» alla quale l’uomo fu condannato, da allora egli fu costretto a dover sempre scegliere tra Bene e Male – così dice la chiesa. Può scegliere solo chi “ha presente” ciò tra cui deve scegliere: io credo che la metafora dell’albero del bene e del male con annesso carptum malum, sia proprio l’aver scelto di “avere presente” cos’è il bene e cos’è il male; una volta fatta questa scelta, una volta che male e bene sono lì davanti, non si è più immuni: si ha il munus, cioè l’obbligo, di scegliere. «Im-mune» è colui che non ha il munus della scelta, il munus optionis. Questa è l’opzione fondamentale della libertà umana: il munus optionis.
PS: E poi dicono che Dio è munifico…
LUI: «Munifico», innanzitutto, non è termine che faccia riferimento all’essere generoso e liberale di qualcuno, esso si riferisce innanzitutto a munia «i doveri» e a facĕre «fare», per cui, propriamente, ‘munifico’ è colui «che compie i doveri della propria carica».
PS: Quindi, lei vuol dire che, dal peccato originale in poi, l’uomo è “munifico” solo se e in quanto compie il proprio dovere umano; il dovere di scegliere, o quale altro è, il dovere dell’uomo?
LUI: Appunto: il dovere di scegliere, il dover sempre scegliere. La carica umana è la sua volontà, la soma che l’essere umana si porta addosso da quando scelse la possibilità di scegliere. Genesi 2,17: «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire», ἀπὸ δὲ τοῦ ξύλου τοῦ γινώσκειν καλὸν καὶ πονηρόν οὐ φάγεσθε ἀπ’ αὐτοῦ, de ligno autem scientiae boni et mali ne comedas. Vede, che è un problema gnoseologico? Il frutto proibito è quello τοῦ γινώσκειν, del conoscere: scegliendo di poter scegliere, l’uomo optò per la facoltà di giudizio, alla tedesca, das Urteil, cioè la possibilità originale (= ur) di separare (= teilen) nella διάκρισις (= separazione) del διακρίνειν, cioè del pensare dia-logicamente ogni κρίσις, ogni giudizio possibile nel κρίνειν, che è il pendant greco del latino cerno, donde la «cernita».
PS: Lei mi sopravvaluta: pensa che io conosca greco, latino e tedesco?
LUI: Ma no, guardi, nemmeno io so il latino, il greco e nemmeno il tedesco, solo, cerco di conoscere i vocaboli fondamentali della mia ricerca e, soprattutto, cerco di considerare i testi in lingua originale.
PS: Ha ragione, è così che si dovrebbe fare. Lei mi sembra molto credente…
LUI: Assolutamente no: sono a-gnostico, sono uno che sa di non sapere, che sa di non conoscere, nel senso che io ricerco ciò che è ἂγνωστος, sconosciuto, per vedere se mi riesce di rendermelo conoscibile, ma mi astengo dal professare la fede in una γνῶσις qualsiasi; io cerco di conoscere tutto senza credere mai in una conoscenza. Sono solo un ricercatore.
PS: Va bene, e tuttavia, se lo lasci dire, lei tradisce una grande apprensione per la sorte degli esseri umani, con questo suo far spesso riferimento a realtà metafisiche, oltremondane…
LUI: La mia unica apprensione è per coloro che la teologia cattolica definisce «dannati»; mi ci metto in mezzo anch’io: io per primo ho paura dell’Inferno, perché la minaccia di una morte eterna è qualcosa di terribile.
PS: Ma lasci stare, lasci stare quello che dice la chiesa…
LUI: …non ci riesco: mi hanno insegnato quella verità, o, meglio, mi hanno detto che quella è la verità, e quindi io faccio sempre i conti con quella, pur combattendola e rifiutandomi di crederle, perché è spaventosamente inquietante, credere ad una morte eterna.
PS: Effettivamente, se fosse vero…
LUI: Il Creatore non ha il diritto, di punire eternamente coloro che incapparono nella possibilità del male; il male era una delle possibilità insite nell’intenzione creatrice, e non è giusto dare l’ergastolo eterno a chi non ha fatto altro che realizzare quella possibilità.
PS: Vuol dire che lei è per l’abolizione delle pene ai delinquenti?
LUI: No, proprio no: io, al di qua, sono un garantista assai intransigente: chi ha sbagliato deve pagare; al di qua ne sono convinto. Ma al di là… la pena eterna al di là mi sembra ingiusta perché la responsabilità della colpa, considerata in primo grado, è del Creatore, non della creatura: il ricorso in appello dell’appellatio umana è un diritto sacrosanto. La creatura deve, a mio parere, impugnare la sentenza divina e appellare (= accusare) il Creatore appellandosi all’attenuante della causa seconda: la creatura è solo causa seconda del male, perché, in quanto esecutore materiale della possibilità prospettata dal “mandato creatore”, non può essere responsabile in eterno di un atto malvagio; in primis, colpevole è chi ha “dato” la possibilità, cioè chi ha posto in essere tale possibilità, chi ha creato la possibilità stessa: colui che l’ha realizzata non è che un secondino, un correo, un corresponsabile. Nell’individuazione della colpa è cosa buona e giusta risalire a chi sta al vertice della scala gerarchica, in questo caso, il Creatore. Sub specie aeternitatis, il condono è d’obbligo: l’assoluzione finale ce la deve, il Creatore, dal momento che ha deciso, creando, di mettere in conto il Bene e il Male; questo “mettere in conto” invalida il rendiconto finale e la resa dei conti del dies rationis:
Juste judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.
La remissione dei peccati è un donum che il Creatore deve dare per forza a tutti, ce lo deve per dono: è Lui che ha sbagliato, innanzitutto.
PS: Interessante. Ma, se la sentisse un prete! Non mi pare che sia molto ortodossa, questa sua teoria.
LUI: Bene e Male, in quanto merito e colpa, sono già l’esito esistenziale della creazione della Possibilità ontologica; a monte della responsabilità umana c’è la consapevolezza divina che la sua “scienza” sarebbe diventata co-scienza: una scienza, un sapere condiviso. La prescienza divina fu Scienza della Possibilità di andare scientemente incontro alla Coscienza dell’Impossiblità, dell’impossibilità divina di evitare il peggio.
PS: Molto interessante.
LUI: In nome della Coscienza dell’Impossibilità, della sua impossiblità, della sua impotenza, il Creatore non ha il potere di punire eternamente coloro che finirono nell’impossibilità di fare il bene.
PS: Al liceo avevo studiato l’intellettualismo socratico, cioè, se ben ricordo, la sicurezza socratica che il bene, se lo si conosce lo si fa. Mi sembra che questa sua teoria della Coscienza dell’Impossibilità divina somigli, per qualche verso, alla coscienza platonica del bene.
LUI: Forse. In effetti, io credo che al di qua, in ultima analisi, chi fa il male lo fa perché non è perfettamente a conoscenza del bene. Credo cioè che un’esatta conoscenza del bene eviterebbe ogni male: la conoscenza del bene e del male che secondo la Genesi l’uomo avrebbe acquisito carpendo il malum, non è conoscenza perfetta del bene o del male, quindi, una pena perfetta, completa, eterna, non è comminabile, da parte di Dio, a chi al di qua ha commesso il male, foss’anche il peggiore dei mali.
PS: Apocatastasi, si chiama così, no?
LUI: Sì, la “chiusura” dell’Inferno alla fine dei tempi; la salvezza per tutti.
PS: Sarebbe bello…
LUI: …se così non fosse, all’umanità resterebbe solo una possibilità, per salvarsi: la desistenza. Se non possiamo sfuggire a Dio, possiamo però legargli le mani, metterlo nella condizione di non poter fare più nulla, né di bene né di male: la desistenza annulla ogni ulteriore attuazione della Possibilità creatrice impedendo a Dio di dover condannare alla morte eterna chi è reo solo della colpa di aver realizzato la parte cattiva di tale Possibilità, impedendo che altri finiscano all’Inferno. Se non possiamo chiudere l’Inferno, perché non ne abbiamo le chiavi, possiamo però chiudere nel senso di escludere la possibilità futura della dannazione.
PS: Cos’è, la desistenza?
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2020






Devo dire che è proprio un grand’uomo, questo Cantino.