MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (quarta lezione) IV,3
…continua da Meontolgia della libertà IV, 2 (qui)
Luigi, Luigino, Luigione, perché t’affanni tanto a cercare di spiegare il male e la sofferenza? Fattene una ragione, una ragione laica, profana, rispettosa dei non credenti, una ragione aconfessionale; tanto, se ci mettiamo a fantasticare di merafisica, nessuno mai potrà dimostrare che abbiamo ragione o abbiamo torto. Possibile che lo Zarathustra di Nietzsche sia passato invano? Così parlò Zarathustra:
Un giorno anche Zarathustra proiettò la propria illusione oltre gli uomini, come tutti i credenti nell’aldilà. «Il mondo mi parve allora l’opera di un Dio sofferente e crucciato.
Il mondo mi parve un sogno, e l’invenzione di un Dio; un fumo variopinto agli occhi di una scontentezza divina.
Bene e male, e gioia e pena, e io e tu, mi sembravano vapori colorati dinanzi agli occhi d’un creatore. Il creatore volle distogliere gli occhi da sé, e allora creò il mondo.
Così Michele Costa tradusse l’Also sprach per i tipi della Mursia in un’edizione dello Zarathustra uscita nel 1965. Il vostro Profeta, o desistenti, vi ha sempre detto che Zarathustra dev’essere superato: lui vi insegnò a fare a meno del cielo, io vi insegno a fare a meno della terra. Lui sparlò Di coloro che abitano un mondo dietro il mondo, io sparlo di coloro che abitano il mondo; nella versione di Mazzino Montinari, pubblicata dalla casa editrice Adelphi, Zarathustra parlò così:
Un tempo anche Zarathustra gettò la sua illusione al di là dell’uomo, come tutti coloro che abitano un mondo dietro il mondo. E allora il mondo mi sembrò l’opera di un dio sofferente e torturato.
Un sogno mi sembrò allora il mondo e l’invenzione poetica di un dio; il fumo variopinto davanti agli occhi di un essere divinamente insoddisfatto.
Bene e male e piacere e dolore e io e tu – ciò mi sembrò la nuvola di fumo variopinto davanti agli occhi di un creatore. Il creatore non voleva guardare se stesso – e allora creò il mondo.
Tutta la filosofia di Friedrich Nietzsche è una reazione violenta al/contro il dogmatismo cattocristiano, che invece Luigi Pareyson accetta supinamente. Il Profeta ebbe a dire che, senza cristianismo, forse la filosofia nietzscheana non sarebbe mai nata, il che ha un suo senso; anche la filosofia desistenziale del Profeta non sarebbe mai nata, se non fosse nato l’essere umano con tutti i suoi problemi. Zarathustra ha ragione: questo mondo sembra veramente l’opera di un dio sofferente e torturato. A Nietzsche, come al vostro Profeta, o desistenti, proprio non va giù, questa sofferenza e questa tortura; l’unica differenza sostanziale, fra lo Zarathustra nietzscheano e il Profeta cantiniano è che a quest’ultimo non va giù nemmeno che sia l’uomo, sofferente e torturato, figuriamoci un dio!
«A differenza del pagano – dice Pareyson –, che vede nella sofferenza un evento naturale e un fato, per il cristiano è molto più difficile sopportare la sofferenza (…) perché il cristiano vede nella sofferenza la pena del peccato e quindi la memoria del peccato di cui è responsabile lui e non la natura o il fato». «Anzi, il cristiano sa che a causa sua, per il fallimento dellla creazione, Dio stesso è convolto nella sofferenza, sino a patirne usque ad mortem»; «la sofferenza non è soltanto personale e umana, ma è condivisa da Dio». La pena che questo Dio cattocristiano si dà per noi è ritualizzata nella Settimana Santa con la solita truculenza messa in scena, ma quest’anno la Pandemia di Coronavirus ha privato l’ecclèsia della sua comunità: nessuno può fare da spettatore, sì che persino il Papa ha dovuto celebrare i suoi riti senza fedeli, senza assemblea. Ieri, Domenica delle Palme, il distanziamento sociale ha colpito anche la comunella ecclesiale; questo non ha tuttavia impedito la sacra rappresentazione consueta, culminante nel noto grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Matteo 27, 45-50:
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Luigi Pareyson non perde l’occasione per interpretare a modo suo anche questo passo della tragedia cattocristiana: «proprio ciò che segna il massimo della negatività nell’universo, cioè il fatto che l’uomo ha costretto Dio a condividerne la sofferenza, e che la sofferenza in Dio arriva sino al punto da farlo morire, e fino al punto che nel grido della croce Dio stesso si rivolge contro di sé in quanto abbandona il Cristo – questa specie di momento ateo della divinità in cui Dio sembra negare se stesso, il punto massimo della negatività, del trionfo della negatività dell’universo – è anche il punto di partenza per la riscossa». Un giorno il vostro Profeta, o desistenti, chiese a un sacerdote della Chiesa Cattolica il significato del grido qui in esame; gli fu risposto che il Cristo, prima di morire, non sbraitò in modo blasfemo contro suo Padre, bensì, semplicemente, citò il Salmo 22:
Al maestro del coro. Su «Cerva dell’aurora». Salmo. Di Davide.
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me.
Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d’Israele.
In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;
a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
Il Salmo non finisce qui, e può anche essere interessante leggerlo tutto. In questa sede basti rimarcare la problematicità del passo, che dall’Antico al Nuovo Testamento riecheggia provocatorio; il prete che tranquillizzò il vostro Profeta, o desistenti, ci teneva, a salvare la cattolicità del suo Dio, e perciò fece un’ermeneutica coerente, facendo fare all’ebreo Gesù un’ultima professione di fede nel Dio del Vecchio Testamento, a dire che veramente tutta la sacra scrittura s’è compiuta nel Cristo cattocristiano.
C’è troppo sangue, troppa violenza, nella storia sacra. Il desistente è mite ed umile di cuore, come l’Agnello di Dio, quello di cui si narra in Matteo 11,29. Al desistente non piace, tutta questa dialettica: lui vuole starsene in santa pace, non vuole discutere, combattere, dibattersi fra una tesi e un’antitesi nella speranza di poter trovare una sintesi accomodante, conciliante… dibattere e dibattersi fra le masturbazioni filosofiche di un Hegel, per esempio, che di dialettica indubbiamente se ne intendeva. Il vostro Profeta, o desistenti, ci ha perso la testa, sulla Fenomenologia dello spirito hegeliana; s’è scervellato per cercare di capire cosa possa c’entrare la dialettica del filosofo di Stoccarda con quella del filosofo di Piasco, ma, soprattutto, cosa possa c’entrare la dialettica con una ontodicea dell’esistenza, una giustificazione dell’essere esistenti. Sono masturbazioni mentali, quelle che portano Pareyson a criticare la dialettica hegeliana e a preferire quella pascaliana solo perché il ruolo della negazione in Hegel mal s’addice alla storia della salvezza: «mentre la dialettica hegeliana è di carattere conciliativo, accomodante, pacificante, quella pascaliana è dirimente, staffilante, inquietante». Cos’è tutto questo desiderio di contrasti dialettici? Questa adorazione di flagellazioni, corone di spine, croci, versamento di sangue innocente…? La risposta pareysoniana è catechistica: «L’espiazione diventa redenzione e riscatto, resurrezione e riconciliazione; cioè il dolore vince il peccato, la sofferenza vince il male».
Friedrich Nietzsche, figlio di un pastore protestante, luterano, è andato letteralmente in saturazione: non ne poteva più, di sentire questi predicozzi che incitano al dolore, alla sofferenza come unico antidoto contro il Male ed il Peccato; il suo Zarathustra predica come un Anticristo ribaltando i principali dogmi cristiani. La filosofia di Nietzsche nasce dal rifiuto di questo amore morboso per la sofferenza che redime, che redime da un peccato, quello Originale, che non si sa neanche bene quando e dove sia mai stato commesso. Nietzsche butta via tutto questo ciarpame sanguinolento e proclama, per bocca del suo Profeta Zarathustra un inno alla gioia che inneggia a una vita libera dalla mestizia mortificante e piagnucolosa della visione cristiana; egli taglia i ponti col cielo e stringe forti legami con la terra. Il vostro Profeta, o desistenti, ve l’ha detto e ve lo ripete: Zarathustra dev’essere superato, lui tagliò i ponti col cielo, voi dovete adesso tagliare anche quelli con la terra, dovete far sì che mai più si debbano tagliare cordoni ombelicali.
I desistenti vogliono essere lasciati in pace, non ne vogliono sapere di dialettiche cruente che oppongono positività e negatività nel Nome di una guerra santa che loro non vogliono combattere; Essere contro Nonessere, Bene contro Male, Eternità contro Tempo, Grazia contro Peccato, Salvezza contro Dannazione, Dio contro Satana, Cristo contro Anticristo, Paradiso contro Inferno… cos’altro ancora? Quale altra dialettica infausta deve caderci sulla testa? Non ci bastano i problemi che abbiamo tutti i giorni? Invece no, quelli come Pareyson si sforzano di coinvolgere anche la filosofia, fanno di tutto per portarla nei dibattiti teologici, per farla strisciare umile umile davanti alla Rivelazione, come se essa, la Filosofia, non potesse dire nulla di risolutivo per ciò che concerne il Mistero della Salvezza. Ma da cosa, dobbiamo salvarci? Da un Peccato che si dice essere stato compiuto da un Progenitore adamitico che nessuno ha mai né visto né conosciuto? La caduta dell’eternità nel tempo? Un Peccato che trascina l’eternità divina nella temporalità umana? Un Dio costretto a farsi Uomo per colpa nostra? Un Dio che comincia a soffrire le pene dell’Inferno senza mai entrarci veramente, in questo Inferno?
Mi sono messo a leggere il De malo di Tommaso d’Aquino, per cercare di capire cos’hanno nella testa, questi cristiani… leggo, leggo, e subito incappo in questo passo terribile:
«…lo stesso essere ha massimamente natura di appetibile (ipsum esse maxime habet rationem appetibilis). Perciò vediamo che ogni cosa per natura desidera conservare il proprio essere (unde videmus quod unumquodque naturaliter appetit conservare suum esse) e rifugge tutto ciò che distrugge il suo essere e ad esso resiste per quanto può (et refugit destructiva sui esse et eis proposse resistit). Così, dunque, lo stesso essere, in quanto è appetibile, è un bene (sic igitur ipsum esse in quantum est appetibile est bonum). Dunque, occorre che il male, il quale s’oppone universalmente al bene, si opponga anche a ciò che è essere (Oportet igitur quod malum, quod universaliter opponitur bono, opponatur etiam ei quod est esse). Ma ciò che s’oppone a ciò che è essere, non può essere qualcosa (Quod autem est oppositum ei quod est esse non potest esse aliquid)». [Tommaso: Il male – Bompiani, Milano 2001 – Questione 1, Articolo1. – traduzione di Fernando Fiorentino]
Tommaso! Tommaso! Ti sbagli: io sono qualcosa, sono qui, vivo e vegeto, io sono, ego sum… e ti dico, Tommasuccio caro, che da molti decenni, ormai, molti si oppongono all’essere con tutte le loro forze senza nemmeno essere nichilisti (vecchia parola ormai superata dalla desistenza).
Essere non fa bene alla salute, caro Tommasetto mio, e molti umani l’hanno capito, finalmente (altri lo capiranno). Quelli che ancora non l’hanno capito continuano a far figli e forse si trovano d’accordo con te, essendo, come te, vittime sacrificali dell’istinto di conservazione; ma forse, si spera, è solo questione di tempo, e alla fine questo essere la finirà, di tormentarci, quando la desistenza trionferà.
«…il non essere non è mai desiderato se non perché, per mezzo di qualche non essere, si conserva il proprio essere (non esse numquam appetitur nisi in quantum per aliquod non esse conservatur proprium esse)». [Tommaso: Il male – Bompiani, Milano 2001 – Questione 1, Articolo1. – traduzione di Fernando Fiorentino]
«…come la pecora desidera l’assenza del lupo per la conservazione della propria vita e fugge la presenza del lupo solo perché distrugge la sua vita». Secondo Tommaso, «da ciò è manifesto che l’ente è desiderato per se stesso e invece è fuggito accidentalmente; il non ente, invece, è fuggito per se stesso e solo accidentalmente è desiderato. E perciò il bene, in quanto bene, è qualcosa; il male in quanto male è una privazione.». Venendo poi al male di una colpa che un condannato espia per aver commesso il male, per Tommaso «nulla vieta che ciò che è un bene per sé, sia un male per qualcosa, come per esempio la forma del fuoco per sé è un bene, ma per l’acqua è un male».
All’Inferno, «il “fuoco della carità”» sarà un bene per coloro ai quali farà del male, vero Tommasuccio? Peccato che nell’Inferno cattolico non sia prevista la presenza di estintori per la sicurezza dei dannati…
Il problema del peccato originale è trattato ampiamente da Tommaso d’Aquino nel De Malo. Ivi si legge che “per via seminale” (= seminaliter) nessuno discende da Adamo senza il peccato originale: se così non fosse, ci sarebbero alcuni esseri umani che non avrebbero bisogno della redenzione operata da Cristo: «…sic enim aliqui homines essent qui non indigerent redemptione facta per Christum».
Continua a leggere su Dexistens, “Meontologia della libertà” IV,4 LINK>>>
Progetto Dexistens nel Network di Arena Philosophika, per vedere la home di Dexistens clicca qui.
@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ – SLIM EDITION
♋ Meontologia della Libertà di Magister Damnatus ♋
@GRAFIC. by MAGUDA FLAZZIDE, 2020





