MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (quarta lezione) IV,7
…continua da Meontolgia della libertà IV, 6 (qui)
Il Peccato originale non viene dalla Cina, o almeno così pare. L’Eden non è Wuhan e perciò non lo si può trovare in una cartina geografica qualunque; dove sia (stato) il Paradiso terrestre non lo sa nessuno, e questo perché forse esso non è mai stato, topograficamente, se non nella testa di coloro che in quel topos hanno voluto situare la distopia indecente della Caduta umana. La «Distopia del Male» è l’anti-utopia del Bene: l’«Utopia del Bene» va a colmare la lacuna della distopia previa desituazione: l’u-topia, per essere tale, non deve “avere luogo”. Metto le virgolette perché a parere del pensiero desistenziale l’utopia del Bene non ha mai avuto luogo e nemmeno l’avrà – con buona pace di Luigi Pareyson. Al vostro Profeta, o desistenti, è sempre sembrata un po’ troppo omeopatica, l’operazione pareysoniana secondo la quale moltiplicando i mali nella sofferenza il Male potrà essere debellato, sanificato, per così dire: una patologia del Male che si curi con i Mali derivanti dal Male stesso è senz’altro omeopatica, ma assai discutibile. Male per male farà sempre Male.
Ma non è poi così esattamente vero, che secondo la teologia cattocristiana la sofferenza sia per tutti moneta sonante capace di saldare il “Debito del Male”: solo chi è in grazia di Dio, solo chi si è confessato, può “spendere” le proprie buone azioni e la propria sofferenza per la Redenzione del Mondo nonché per la Salvezza di se medesimo. La gente non studia abbastanza il Catechismo della Chiesa Cattolica, non ha voglia di farlo, ma dovrebbe farlo, invece: il concetto stesso di Indulgenza è incomprensibile, se non si sa cosa vuol dire ‘lucrare’: il lucro è un guadagno, ma un guadagno, in termini di “sanificazione redentiva”, possibile solo a chi ha un conto in banca – diciamo così –, un conto nella Banca ontologica dell’Essere, un conto che dia degli interessi nella misura in cui il titolare del conto investe delle azioni proprie nella Borsa del Bene. Stare male fa bene solo a chi ha quella singolare assicurazione sulla Vita chiamata fede. Atti 16,30-31: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». Romani 1,16-17: «Il giusto vivrà per la sua fede. Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà».
E chi non ha fede morirà? No, vivrà, ma non nella Vita, non in Dio, cioè non in Paradiso: il senza fede vivrà nella Morte, non nel Bene bensì nel Male. Il Cristianismo non lascia in pace i miscredenti nemmeno dopo la morte: l’Inferno è una specie di ergastolo comminato a chi in questa vita non avrà saputo meritarsi l’altra Vita. Ma se il Male è non essere, come potranno essere, i malvagi, in eterno? Si capisce, perché Luigi Pareyson abbia optato per l’Apocatastasi: ammettere una Pena capitale che lasci vivo chi la subisce affinché egli possa “godersela” per sempre è la quintessenza del sadismo, altro che Misericordia! Se si ha un po’ di cervello in testa lo si può capire facilmente, che il modello della giustizia umana, il modello del processo in tribunale, non può reggere, all’infinito; e, soprattutto, se si ha un po’ di buon senso, si può facilmente comprendere che il Giudizio Finale, culmine dell’escatologia cattocristiana, ricalca scandalosamente il giustizialismo più becero della giustizia umana. Nessuna sanatoria è prevista in cielo, checché ne dica Pareyson, dopo la sanificazione divina in terra; nessun condono, se colui che ha ricevuto il dono della vita non ha saputo farlo fruttare come raccomanda la parabola dei talenti in Matteo 25, 24-30:
«Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
La parabola dei talenti parla chiaro: il dono della vita deve maturare degli interessi, è dato in usufrutto, per così dire; se chi ha ricevuto quel dono non lo fa fruttare esso finirà male; peccato però che questo “dono” debba e possa fruttare necessariamente solo nella sofferenza, nel dolore offerto a Dio, e soprattutto offerto nell’unica valùta che Egli riconosce e accetta: l’opera buona compiuta in stato di Grazia – col che il discorso vale solo per i membri della Chiesa all’interno del recinto stretto delle buone pecorelle. Punto. Il valore di un gesto meritorio vale zero, ai fini soteriologici, se non è compiuto in stato di grazia; per quanto poi questo o quel prete cerchi di essere ecumenico, tollerante in materia di meritocrazia per la salvezza, i vecchi catechismi – che pontificavano senza tanti peli sulla lingua, avendo meno paura di perdere fedeli – su questo punto erano implacabilmente chiari.
Covid-19 imperversa, e noi staremo qui, oggi 9 aprile 2020, Giovedì Santo, a prendere in considerazione «le epoche eterne» di cui fantastica Luigi Pareyson? O Luigi, e chissenefrega, delle epoche eterne! Dialettica? La dialettica è indispensabile solo per macerarsi nel dolore salvifico:
- la dialettica di un Essere-Bene che come divinità s’antepone dialetticamente al Nonessere-Male?
- la dialettica di un Creatore che antepone Dio al Creato?
- la dialettica di un Dio che s’antepone a due peccatori, Adamo ed Eva, la cui Caduta precipita l’Umanità lontano dal Creatore?
- la dialettica di questa nostra esistenza, che antepone la Grazia di Dio alla disgrazia del Peccato?
- la dialettica del Giudizio Universale, che anteporrà il Bene al Male?
L’Essere, il Bene, la Grazia e Dio sono sempre anteposti ai loro contrari, nell’ontoteologia cattocristiana. «Nell’apocatastasi – dice Pareyson – c’è una conciliazione tra la totalità e la libertà, che sono assolutamente inconciliabili tra di loro». Prima ai Corinzi 15,25-28:
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
La dialettica fra opposti, che sembra essere il principio fondamentale della Libertà, nell’eventualità di una Apocatastasi verrebbe meno. Dio è tutto in tutti: dov’è finito il contraddittòrio? Non sarà più fatta salva, la Libertà, se la sottomissione a Dio sarà totale. Eppure Pareyson sostiene che «nell’apocatastasi soltanto si continuerà questo processo d’incarnazione di Dio per il quale esso non soltanto assumerà su di sé l’umanità, ma asumerà in sé anche la natura. Quindi la totalità dell’apocatastasi è una forma di panteismo». E la libertà, dove va a finire? Luigi spiega che solo escatologicamente sarà possibile il mantenimento della libertà anche in condizioni di totalitarismo ontologico del bene. L’escatologia pareysoniana concilia «libertà e totalità» in un panteismo che puzza tanto di eresia, anche se si nasconde dietro a una presunta indicibilità: «il contenuto dell’escatologia è indicibile: noi non possiamo immaginare niente dell’escatologia», dice Pareyson; e allora come fa, lui, ad immaginare qualcosa di essa?
Se mai ci sarà una vittoria totale dell’Essere, come sarà ancora possibile avere la libertà di scegliere il Nonessere? Secondo questi ontoteologi da strapazzo la storia della salvezza procede inesorabilmente verso la meta ultima: ut sit Deus omnia in omnibus. Non lo si può rifiutare, questo Dio! Egli è il bene ultimo desiderato da tutti, e guai a chi non lo desidera. Amen. Quando lo si vedrà per quel che è, non lo si potrà non amare e desiderare. Evidentemente, questo Dio non ha saputo presentarsi bene, ai nostri progenitori, prima del Peccato Originale: se la condanna che danna se la dà innanzitutto l’essere umano peccatore posto di fronte al proprio male compiuto, prima ancora che l’Essere divino, perché questo Essere divino non s’è mostrato in tutta la sua desiderabilità prima che la Caduta potesse avvenire?
Quando la filosofia vuole fare i conti con la teologia, come fa la filosofia di Pareyson, non è nemmeno più filosofia; allo stesso modo, quando l’ontologia vuole fare i conti con la teologia, diventa ontoteologia. «L’escatologia in questo senso è ciò che più sfugge alla filosofia, ed è anche ciò su cui più tace la teologia». Se tace la teologia, cosa può fare, la filosofia? Come può prendere la parola? La filosofia non ha la fantasia della teologia! «La filosofia non consiste soltanto nel pensiero: se non c’è anche una fantasia, nella filosofia, vien fuori una filosofia piatta e non parlante». Il vostro Profeta, o desistenti, preferisce una filosofia piatta e non parlante, che una filosofia trinitariamente tridimensionale e parlante come il Grillo di Pinocchio. Il Grillo Parlante si fa voce dei benpensanti perbenisti che riescono sempre a trovare un buon motivo per sopportare il male ontalgico di vivere; colpa, espiazione, perdono, riabilitazione…
Oracolo del Profeta, bisogna poter dare la colpa a qualcuno, per poter dire che giustizia è fatta; la Giustizia giustizia, per sua natura: giustiziare è l’azione legale della Giustizia. Legalità, rispetto delle regole… State a casa! Restate a casa! E chi si muove? Se per colpa di uno è entrato il Coronavirus nel mondo, per merito di tutti verrà la sanificazione! Distanti ma uniti: una specie di comunione dei santi. Andrà tutto bene. Oh, che sollievo, meno male! Pensare positivo fa bene. Levate le bandiere, sentiamoci squadra: siamo tutti italiani. Cantiamo sui balconi, facciamo casino. L’Italia s’è desta: ci voleva una pandemia, per ridestare l’orgoglio nazionale. La storia universale «è la biografia del male: nascita, crescita, morte del male», parola di Luigi Pareyson. La curva del contagio è destinata a discendere e ad azzerarsi: andrà tutto bene; per adesso siamo ancora al plateau, il picco è dietro le spalle, e la speranza è l’ultima a morire. Muoiono coloro che hanno speranza, non muore la Speranza: avere speranza non rende immortali. Spes ultima dea. Romani 5,5: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». «Attraverso la speranza, l’apocatastasi non è già presente nell’autogenesi divina e nella creazione?», chiede retoricamente Pareyson; la protologia si fa garante di una escatologia a lieto fine.
«Dio crea sempre e l’uomo cade sempre». «Dio soffre e muore sempre, soffrirà e morirà ancora alla fine dei tempi». «Dio è vittoria sul male sempre, crea sempre, s’incarna, soffre e muore, risorge sempre, l’uomo cade sempre, l’uomo cade ed è redento, dannato e salvato al tempo stesso». Pareyson segue Pascal: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo». Oracolo del Profeta, Dexistens chiese: ma perché fare soffrire così tanto questo Dio? Basta, o desistenti! Aiutiamo questo Dio, liberiamolo dalla compassione deontologica che Egli, Padre buono, ha e deve avere per noi! E aiutiamo anche e soprattutto i suoi figli, condannati a soffrire per poter cancellare la colpa antica! Interrompiamo questa agonia, fratelli desistenti, diamo a Dio l’eutanasia che si merita: la buona morte, la buona novella della fine dell’Umanità. Ci fa tanta pena, questo Dio sofferente; noi, a differenza dei suoi figli credenti, non gli succhiamo il sangue come sanguisughe, perché siamo i figli buoni di Dio, noi, a differenza dei nostri fratelli credenti. Siamo le pecore bianche, noi desistenti, gli agnellini mansueti, non-violenti di Dio: per noi ogni Sua lacrima è un figlio nostro, sono le lacrime di Dio, i figli dell’Uomo! Noi asciughiamo quanto possiamo le lacrime del Padre nostro che è nei cieli: facciamo di tutto per riparare la colpa di questo dolore versato a pioggia dal Male sul mondo. Nell’istante stesso in cui l’antica colpa fu commessa da Adamo ed Eva, Dio cominciò a piangere e la valle di lacrime cominciò a delinearsi nel baratro del Male, nell’abisso dell’esistenza; ora è un fiume in piena, il fiume delle lacrime di Dio: si chiama Umanità; piange Dio, piangono i suoi figli, piangono tutti. A un certo punto, però, vi fu uno che cominciò a pensare invece di piangere, anzi, per la verità, ci fu uno che piangendo cominciò anche a pensare, uno che piangeva e pensava al contempo: il vostro Profeta, o desistenti; e chi l’ha detto che non si può piangere e pensare nello stesso tempo? Il vostro Profeta, o desistenti, sa fare due cose contemporaneamente, pur essendo maschio. Stanco di vedere lacrime divine scendere dal cielo e lacrime umane salire al cielo, il Profeta Dexistens decise di por fine alle lacrime: occhio per occhio, pianto per pianto… solo chi non ha occhi può non piangere – pensò il Profeta – e da quel momento s’adoperò per fare in modo che nessuno più dovesse aprire gli occhi.
Hanno gli occhi ancora chiusi,
coloro che non sono ancora stati svegliati:
non hanno ancora gli occhi per versare
le lacrime calde dell’ontalgia.
Perché dare la vista a chi è cieco dalla nascita?
Perché egli possa vedere le miserie di questo mondo?
Perché dare gli occhi a chi ancora non li ha?
Per poter asciugare le lacrime calde del suo pianto?
Meglio non aprirli, gli occhi,
meglio non aprirli alla vita che chiuderli nella morte.
Fine anteprima
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
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