IL GIAPPONE TRA ORIENTE E ORIENTALISMO
Si dice che addentrarsi in una cultura diversa dalla propria esponga ad una serie di pericolosi scivoloni: interpretare l’Altro attraverso le proprie griglie valoriali; negarne l’autonomia in quanto mero riflesso specchiato; delinearne una natura ambigua e anfibia costruita ad hoc per celebrarne la diversità; misconoscerne le peculiarità sclerotizzando gli aspetti contrastivi; sostanziale svalutazione della profonda atmosfera autentica annebbiata dal bagaglio culturale del ricercatore di turno. Si è definito un tale approccio, specie se rivolto verso un fantomatico Oriente, come orientalismo (Edward Said), ovverosia costruzione, forse non necessariamente ad arte, dell’idea d’Oriente, di un Oriente ideale che coinciderebbe totalmente con quel sapore in salsa di soia che noi Occidentali siamo soliti attribuirgli. Una tale montatura (nel senso di impalcatura architettonica, di montaggio cinefilo-televisivo e nel gergo fraudolento) ha avuto indubbie ricadute retroattive sul modo stesso di intendersi dei popoli Orientali, tanto che si è discusso, e si discute tutt’ora, di un fenomeno di autorientalismo (Toshio Miyake) come adeguamento al paradigma ermeneutico esterno (non si sa se l’Oriente sia quello descritto dagli Occidentali, fatto sta che è sempre più l’Oriente a aderire a quell’idea di Oriente).
Al netto di queste sacrosante considerazioni, l’approccio orientalista nasconde l’ombra lunga di una presunzione tutta occidental-imperialistica; come se l’adaequatio dell’Oriente fosse un processo di assoluta passività e prona accettazione a canoni che noi occidentali avremmo stabilito per rendere comprensibile un mondo altro. Forse stiamo sovrastimando il nostro ruolo. Certamente in un mondo così strettamente collegato e connesso il gioco di rinegoziazione della propria identità è sempre più mediato da agenti (patogeni? Noto è come la cultura giapponese abbia saputo contaminarsi con tradizioni a lei aliene riuscendo ad innovarsi senza perdere tratti salienti della propria autenticità; motivo questo per il quale l’autorientalismo sopra menzionato andrebbe, a mio avviso, mitigato) esterni con i quali non si può non avere a che fare; tuttavia pensare che l’Occidente abbia potuto, tramite le sue categorie, filtrare e passare a setaccio spinte culturali altre, modificandone il naturale processo evolutivo, è forse un po’ troppo esagerato.
E in questa intemperie socio-culturale-ermeneutica, il Giappone, vero crocevia di tradizioni religiose (Shintoismo, Daoismo, Buddhismo) e politiche (Imperialismo, Shogunato, Statalismo confuciano), culturali (dall’arte pittorica a quella letteraria, dalla letteratura in prosa a quella poetica), militari (i Samurai e i monaci guerrieri) ed economici (dal sakoku, ovvero chiusura al mondo esterno inaugaurata nell’era Tokugawa, passando per l’apertura commerciale nella seconda metà del XIX secolo fino all’alleanza/sudditanza con/alla cultura pop americana dopo la Seconda Guerra Mondiale) ha saputo riorganizzarsi, trasformarsi e ricombinarsi con originalità e creatività salvaguardando quelle sue peculiarità che lo hanno reso così affascinante e fonte inesauribile di ispirazione.
Un Giappone tra Oriente e orientalismo che lotta per non essere cristallizzato come un esotico altro da villeggiatura, versione contemporanea del giapponismo tardo ottocentesco, ma che neanche si rinchiude in un involucro di impenetrabilità favorito da una distanza geografica e da una diversità linguistica oramai non più considerate scogli insormontabili. Grazie alle numerose traduzioni e pubblicazioni scientifiche, si sta rendendo disponibile un patrimonio culturale florido e vivace da cui attingere a piene mani per poter se non decifrare, quanto meno avvicinare, l’enigma nipponico.
Per la riflessione di Edward Said si è fatto riferimento al testo Orientalismo, traduzione di S. Galli, Feltrinelli, Milano 2013, decima edizione.
Per il concetto di autoorientalismo ci si è ispirati a Toshio Miyake, professore all’Università Ca’ Foscari, Venezia, e al suo testo Mostri del Giappone. Narrative, figure, egemonie della dis-locazione identitaria, Edizioni Ca’ Foscari, 2014.
@ILLUS. by AGUABARBA, 2021





