MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (terza lezione) III,7
…continua da Meontologia della libertà IIII,6 qui
Dio ha mai commesso un Peccato originale? No, e di conseguenza nemmeno un peccato attuale: Egli è il Trisaghion, il tre volte Santo, il senza peccato. Il Dio di Pareyson non è quindi, a rigore, Libertà assoluta dacché, non potendo non scegliere il Male, nemmeno può sentirsi dibattuto e combattuto nella scelta fra Bene e Male. Dieu se choisit? Non direi: Egli non può non volere ciò che vuole e quindi non può non essere ciò che è.
«Quindi, dire che il bene è scelto significa dire che questa scelta è stata operata in opposizione, in presenza della possibilità della scelta opposta, e cioè della scelta del male. Quindi è in Dio il male – naturalmente come possibilità». Per salvare Dio dall’accusa di essere anche cattivo in potenza bisogna ridurre a zero la potenza del Suo essere in potenza Male; ma, se un essere in potenza, come scelta non attuata, è tale da poter essere considerato zero (del resto, in un Essere perfetto non può esserci la menoma “quantità” di Nonessere) allora si può concludere desistenzialmente che anche i figli che due genitori hanno scelto di non concepire possono tranquillamente essere considerati Nessuno, Niente e Nessuno, perché, adottando due pesi e due misure, tutto l’impianto ontotelogico del nostro Luigi andrebbe a catafascio. Come un virus che non dà sintomi, la scelta non scelta rimanendo in potenza, rimane lì a mo’ di possibilità messa da parte, inattuale, inoperante, dormiente, sopita, latente, «ma non per questo meno inquietante». Una possibilità non realizzata, non scelta, ha un peso nullo, sulla bilancia della Libertà posta di fronte all’Alternativa; e, se i due piatti della bilancia “pesano” il valore di Essere e Nonessere, «la meontologia è, sia pure come altro versante dell’ontologia, la sua inseparabile accompagnatrice».
Questa benedetta Ontologia che assegna all’Essere la palma della vittoria deve finire. Questi benedetti amanti dell’Essere sarebbero persino capaci di dire ai desistenti che per desistere bisogna pur esistere, il che per loro, magari, dimostrerebbe il primato dell’Esistenza sulla Desistenza. Robe da matti! La Desistenza come «altro versante» dell’Esistenza? La Desistenza come «inseparabile accompagnatrice» dell’Esistenza? Balle! Certo che per poter desistere bisogna esistere, ma per non esistere mai più. Immaginiamo che la Desistenza abbia sortito il suo effetto: la Terra gira disabitata, senza nemmeno un essere umano; quale esistente potrebbe ancora proclamare l’Esistenza inseparabile compagna della Desistenza? L’Esistenza come altro versante della Desistenza? L’assenza totale di esseri esistenti riporterebbe in Terra quel silenzio degli innocenti di cui il nostro Profeta ha cantato:
NOVENARI DESISTENZIALI
Il silenzio degli innocenti
viene rotto quando, gementi,
i neonati fanno, piangenti,
il lamento degli esistenti.
Gementi e piangenti in questa di lacrime…
I partigiani dell’Essere potrebbero dire che l’Essere, come il Suono, è il pendant vittorioso del Silenzio: il Suono ha vinto il Silenzio, come la Vita ha vinto la Morte? Il Suono esistenziale, il lamento cacofonico degli esseri esistenti (umani e non solo) impedisce al nostro udito di sentirlo, anche se, a rigore, il Silenzio non può sentirlo nessuno. Ma il Silenzio esiste appunto solo nella modalità dell’Inascoltabilità, come un Nonessere che non è negazione logico-grammaticale dell’Essere, non essere, essere che non è. Il silenzio degli innocenti è quello di coloro che non hanno ancora voce in capitolo, coloro che fanno silenzio perché non possono ancora parlare, né gemere e piangere, coloro che fanno silenzio perché non possono fare altrimenti. Come Dio: anche Dio non può che Essere, non può che fare continuamente, creare senza posa nella attualità frenetica del proprio essere atto assoluto; Lui dice e fa simultaneamente: la sua Parola diventa immediatamente Realtà. In fondo, a ben vedere, anche gli Innocenti del mondo prenatale potrebbero essere come Dio… il fatto è che qualcuno sceglie per loro, al posto loro, l’entrata nel Rumore, l’uscita dal Silenzio. Il Rumore ontalgico dei lamenti si percepisce sin dai primi vagiti dei neonati:
Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Non c’è niente di più detestabile che una coppia di genitori che sorride o ride compiaciuta del proprio neonato mentre questi, poverino, strilla disperato; scene come questa, negli ospedali, si vedono tutti i giorni nei reparti di ostetricia. Non è certo musica per le orecchie dei desistenti, questo Rumore ontalgico che profana il sacrosanto e Silenzio prenatale; basterebbe un po’ di buon senso, per capirlo, invece niente: quasi tutti (specie le donne) non vedono l’ora di far tacere il Silenzio assordante del Nonessere (Dio in primis). Ma torniamo al nostro Luigi Pareyson. À ↔
«Il fatto che, per esistere, Dio abbia dovuto sconfiggere il nulla, cioè ripudiare il negativo, lascia in lui una traccia, sia pur inefficace, di negatività, come qualcosa di irrisolto». L’ombra di Dio… La mano sinistra di Dio… Lo scheletro nell’armadio di Dio… Il virus dormiente… Chiamiamolo come vogliamo, ma, se ci crediamo, allora in Dio «il male come alternativa scartata rimane pur sempre come retroscena della positività». Ciò che non viene scelto non diventa Realtà e giace inerte nella dimensione inattuale della Possibilità: questa la dialettica esistenzialista.
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POSSIBILITÀ
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SCELTA
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REALTÀ
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X vel Y
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↔
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X aut Y
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La disgiunzione inclusiva (vel) deve precedere la scelta come possibilità di includere in essa le due alternative; la disgiunzione esclusiva deve seguire la scelta come realtà di inclusione di una sola delle due alternative. In Dio è difficile pensare la possibilità di una disgiunzione inclusiva: come si può includere in Lui Bene e Male prima ancora che la scelta avvenga? Forse sarebbe più corretto dire che Dio è “posto di fronte” a una scelta sempre già fatta e mai ancora da farsi, poiché detta scelta non è infatti “di fronte” a Lui essendo Egli tutto ovunque. Siccome è escluso che un Dio possa porsi di fronte a un problema di libera scelta come fosse un essere umano qualunque, solo la disgiunzione esclusiva, cioè la disgiunzione a priori di Bene e Male in Lui, può configurarsi come identità del proprio Essere: assoluta identità di Essere e Bene nel Ben-essere della sua santità.
In Dio non può avvenire nessuna tragedia, se per tragedia s’intende il rovello di un dilemma che per ventura è sempre e comunque sventura: azione drammatica che oppone AGONISTA (ἀγωνιστής: «lottatore») e ANTAGONISTA (ἀνταγωνιστής: composto di ἀντί «contro» + ἀγών «lotta») senza che si possa avere un PROTAGONISTA (πρωταγωνιστής: composto di πρῶτος «primo» + ἀγωνιστής «lottatore»). La scelta umana è sempre combattuta, è sempre la vittoria provvisoria ora dell’agonista ora dell’antagonista: come due gladiatori nell’arena, le vicende alterne del combattimento dibattono due alternative sinché la scelta non cade quando una di esse è appunto caduta, vinta. Nessun Protagonista mostra un pollice verso, per decidere quale delle due alternative debba morire: una può morire e poi successivamente risorgere, e viceversa. Le peripezie drammatiche della libertà umana alternano corsi e ricorsi: uno oggi vince un vizio (fumo) facendo vincere la virtù opposta a quel vizio (non fumo), poi, magari, in lui domani stesso la virtù (non fumo) cede nuovamente al vizio (fumo di nuovo). L’agone della scelta umana è un’arèna (anfiteatro) cosparsa di aréna (sabbia): ogni vittoria è scritta sulla sabbia, sulla réna; è vittoria renosa, franosa, piena di smottamenti, cedimenti… Come possiamo immaginare un Dio combattuto in se stesso dalla guerra intestina della scelta? Ogni guerra ha i suoi morti, perché sennò non sarebbe guerra: la morte di una delle due alternative è la mortificazione dell’altra; la stessa vittoria sul vizio e sul peccato proviene da una quaresimale mortificazione del vizio in virtù della Grazia, così insegna la morale cattocristiana. Ora, come possiamo immaginarci un Dio che si mortifica per permetttere al Bene di vincere in Lui?
«Il male è istituito come possibilità nell’atto stesso che è vinto. La vittoria sul male non può configurarsi che come relegazione del male nella possibilità. Il male e il nulla, nati già vinti, irrevocabilmente nella definitività dell’esistenza di Dio, con questa stessa irrevocabilità sono tuttavia presenti come una possibilità che è minacciosa, perché può sempre trovare la circostanza, l’occasione, l’autore che la realizza». O Luigi! O Luigi! Il Male, in questo tuo Dio, è un demone nato morto, una cattiva coscienza che non potrà mai diventare cosciente di sé: una guerra contro un nemico inesistente; in Dio il Male non c’è: combatterlo non è possibile, ha già perso. Non c’è storia; lo dici anche tu, Luigino, che «la storia è l’essere nel tempo» e che «l’eternità è l’essere oltre il tempo»: ora, se Dio è l’Essere eterno per definizione, in quale “vicenda” storica si potrà mai situare la sua trionfante Ontomachia? La sua sfolgorante vittoria sul Nonessere? Una vicenda storica av-vicenda dialetticamente vittoria e sconfitta, sì che mai la Guerra possa definitivamente dirsi vinta da una delle due parti: si vincono solo e sempre delle battaglie, ma la Guerra mai. In senso cattocristiano, bisogna credere che la Guerra contro il Male è stata scatenata dal Peccato, che ha innescato la conflagrazione spirituale di Dio contro Satana, del Bene contro il Male; niente Peccato, niente Guerra, niente battaglie. Dio è senza Peccato, quindi Dio non è né combattuto in sé né è combattente fuori di sé contro altro da sé. Persino suo Figlio, quello che il catechismo individua in Gesù Cristo, è nato senza Peccato da una donna, la Madonna, che per l’occasione della nascita di suo Figlio è stata prodigiosamente preservata dal Peccato Originale: molti cosiddeti credenti non lo sanno cosa vanno a festeggiare l’8 dicembre, quando vanno a Messa per l’Immacolata Concezione, festa di precetto.
Dio è, non esiste; e, se esiste, non esiste se non nel proprio Figlio dal momento che Questi ha accettato di “scendere” nella Storia, cioè nel Tempo, per salvare dal Peccato coloro che a causa del Peccato furono gettati nel Tempo e nella Storia, cioè noi. Il vostro Profeta, o Desistenti, ritiene infatti che la Trinità sia una macchinazione teologica inventata proprio per poter permettere a Dio di essere creduto partecipe delle vicende umane che avvicendano Vita e Morte: la sua compassione, intesa come passione partecipata, compatimento condiviso, non può che avvenire in quella parte di Lui che si chiama Figlio Suo; e, pure, questa macchinazione, che teologicamente permette di spiegare l’incarnazione di Dio, non può arrivare al punto di considerare la morte del Figlio di Dio come causata dal Peccato: mentre noi umani moriamo perché in Adamo abbiamo tutti peccato, il Figlio di Dio non è morto in croce perché ha peccato (ed infatti il terzo giorno è risuscitato). Una macchinazione macchinosa. Deus ex machina…
«Quindi la stessa positività divina è uno stimolo alla ribellione, ed è questo che è accaduto nel peccato originale: con la sua caduta l’uomo ha ridestato nella positività divina quella negatività che, vinta e soggiogata, qui perdurava dormiente. Dio è la possibilità che il male esista, cioè sia realizzato: questo vuol dire che Dio è la scelta del bene. Dire ‘Dio è la scelta del bene’, ‘Dio è il bene scelto’, significa dire che ‘Dio è la possibilità che il male esista’, cioè sia realizzato dall’uomo, cioè si realizzi il peccato originale». Dio è un paziente asintomatico. L’uomo è il suo paziente sintomatico. Dio ha contagiato l’uomo ed ora deve curarlo? Quanti sacerdoti cattolici se la sentirebbero, di sottoscrivere una teologia così rischiosa? In Dio il Male dormiva e l’uomo lo ha destato? In Dio il Male era solo una Possibilità remota e l’uomo l’ha fatta diventare una Realtà vicina?
Il Profeta della Desistenza crede che sia opportuno riflettere molto, sul nesso fra una malattia e i suoi sintomi. Sintomo è parola che viene dal greco σύμπτωμα «avvenimento fortuito, accidente», derivante da συμπίπτω «accadere, capitare» (comp. di σύν «con, insieme» + πίπτω «cadere»). Nell’ermeneutica del mito edenico del Male della Mela, l’abbiamo detto, non può darsi un «accadere» che non derivi da un «cadere»; ma, se ogni «evento» accaduto è frutto di un «-vento» caduto dall’albero peccaminoso della conoscenza, e se Dio è senza peccato, come può teorizzarsi un Dio che accade? Nemmeno il Figlio di Dio è mai caduto, quando è accaduto che Egli fosse concepito da una Immacolata Concezione e poi partorito in una grotta di Betlemme! Un Dio, che sia Figlio, o Padre, o Spirito Santo, cade sempre in piedi! Se non ci sono sintomi, la malattia non si manifesta: è come se si fosse sani; per cui, anche se questo Dio pareysoniano ha contratto il virus del Male quando ha dovuto combatterlo ai tempi dell’Ontomachia, avendolo vinto, ne è uscito indenne, anzi: in Lui, dopo la vittoria, adesso ci sono anche gli anticorpi, che Gli permettono addirittura di non ammalarsi più (che pacchia!).
Tutt’altra storia per noi umani. La maledizione di Dio che ha fatto seguito al Peccato Originale ha scatenato una ridda di sintomi: la sintomatologia del Male è talmente varia che non se ne conoscono nemmeno tutte le malattie da esso originate; e tuttavia il Male più grande lo conosciamo bene, dacché vince tutti e tutti ci tocca: la Morte. In Prima ai Corinzi 15,21-28 Paolo spiega benissimo il punto di vista cattocristiano:
Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
In Adamo moriamo. In Cristo (ri)viviamo. Questa la morale della storia. L’onda lunga dell’ontomachia, avvenuta in Dio-Padre senza colpo ferire, fuori del Tempo e dello Spazio umano, arriva sino all’Uomo e lo coinvolge suo malgrado in una Guerra che la speranza cristiana vuole già vinta in partenza, sempre che i combattenti ricorrano alle armi fornite dai meriti di Cristo, acquisiti grazie alla sua Passione e Morte (credere, ricevere i Sacramenti, andare a Messa, pregare…). L’abbiamo letto nel Catechismo Maggiore citato poc’anzi, che la Morte è effetto del Peccato Originale e che tutti i peccati attuali che ne derivano vanno debellati con le armi sacramentali costruite dal Cristo. Questa ermeneutica del mito del Male della Mela è epica, è un’epica grandiosa che si propone di nobilitare le disgrazie umane ricorrendo all’invenzione di un romanzo familiare in cui comunque vada sarà un successo, poiché se il nostro padre naturale è peccatore, il nostro Padre soprannaturale non lo è. Sì, sì, bella storia, ci vuole una fervida fantasia per inventarla, e una grande fede per crederci; peccato che il dolore nel mondo resti, e che non basti raccontarci o raccontare ai nostri figli questa bella storia per migliorare la situazione; tutt’al più, credere in questa storiella potrà permetterci di fare bei sogni quando ci addormentiamo la sera, niente di più. E comunque ci vuole sempre qualcuno che la conosca, e che sappia raccontarla come si deve, altrimenti nemmeno ci addormentiamo, altro che fare bei sogni!
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