MEONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ (terza lezione) III,2
…continua da Meontologia della libertà III,1 qui
La Verità è nuda e cruda: irrappresentabile. Leopardi, desistente senza saperlo, ne La quiete dopo la tempesta lamentò egregiamente la perfida ipocrisia della Natura:
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.
In questi versi si racchiude la triste definizione di “piacere negativo” o “teoria negativa del piacere”: il piacere si presenta nella misura in cui il dolore si ritira; quanto più siamo stati male, tanto più ci sentiremo bene dopo che il male se ne sarà andato, a dire che il ben-essere, in sé, non è che privazione di mal-essere. Da questa constatazione il Profeta trasse alcune argomentazioni per confutare la teoria agostiniana del Male come privatio boni, privazione di bene, che ha a che fare con un tema portante della terza lezione di Pareyson quando dice che «non v’è equipollenza ed equivalenza tra la libertà positiva e la libertà negativa. La duplicità della libertà (che come libertà può essere o negativa o positiva) si presenta pur sempre sullo sfondo del primato del positivo: è la positività che primeggia, perché il negativo si qualifica per il suo necessario riferimento alla positività, sia perché non si può concepire la positività se non come superamento della negatività, sia perché essa è negazione, trasgressione della positività, e in quanto tale ne è pure un riconoscimento, il riconoscimento».
Affrontiamo la critica della visione pareysoniana del primato del Bene e del “suo” Essere nei termini sopra esposti della teoria del piacere: o sosteniamo il primato del Bene come fanno Agostino e Pareyson, e allora diciamo che il Male è una sorta di defezione del Bene causata dal Peccato, oppure facciamo nostra la tesi leopardiana del ‘piacer figlio d’affanno’ poetizzata ne La quiete dopo la tempesta:
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
Se concediamo all’Essere (Bene?) il primato, va da sé che il Male in sé non può darsi: esso risulta solo una mera assenza di Bene. Ma se invece diamo al Nonessere (Male?) la palma della vittoria, allora il Male in sé può darsi, e come!
- Essere è Bene? Allora Essere = Benessere.
- Essere è Male? Allora Essere = Malessere.
È fra queste due sponde che deve scorrere il corso del discorso ontologico-meontologico. Ovviamente non è difficile capire che il discorso desistenziale sposa in pieno il punto di vista leopardiano con la sua teoria negativa del piacere; anche il Profeta adotta questa soluzione, constatando con Sigmund Freud la triste realtà dell’essere umano: per quanto il Principio di Piacere sia lì a preordinare ogni desiderio umano, è purtroppo il Principio di Realtà ad ordinare spiacevolmente tutto ciò che quotidianamente dobbiamo fare per sopravvivere; se anche possiamo teoreticamente supporre il primato del Piacere nell’esistenza umana, nel senso che indubbiamente ogni nostra azione è tesa a stare bene, il disagio della civiltà, cultura civile che addomestica la natura selvaggia, ci riporta sempre e comunque con i piedi per terra: il Piacere deve ritirarsi di fronte al Dispiacere e ogni giorno dobbiamo stare male per poter stare un pochino bene, cioè stare almeno un po’ meglio.
Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur) è un saggio freudiano del 1929 che andrebbe letto e riletto per decidere se dare il primato al Ben-essere o al Mal-essere; e, soprattutto una frase famosa la dice lunga al riguardo: «L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza». L’avanzare della Cultura sotto le specie della cosiddetta Civiltà fa arretrare sempre più la Natura, la quale, almeno psichicamente, si presenta nel bambino neonato sotto le specie del Piacere; all’inizio della nostra vita, prima che la Civiltà ci richieda un sacco di compromessi, pare che il Piacere domini incontrastato, poi crescendo, tale Piacere è relegato in spazi sempre più angusti, angusti come la tedesca Angst, parente stretta dell’italiana ‘Angoscia’, con la quale anche assona: quella che il Profeta chiama Ontalgia, o Ontosalgia. La Civiltà è frutto di un patto sociale fra umani, un vero e proprio contratto sociale in virtù del quale il lupo che è in noi frena la propria aggressività per evitare che gli altri lupi siano costretti a dover mostrare i denti. Ci si trattiene, si rinuncia a qualcosa, ci si sacrifica e così, sotto sotto, il ‘Dispiacere della Civiltà’ si fa strada in noi: siamo magari anche civili, ma siamo scontenti. Nel 1955 Herbert Marcuse denunciò bene il conflitto insanabile fra Eros e civiltà. Gli anni ’60 del secolo scorso cercarono di liberare il ‘Principio di Piacere’ dal ‘Principio di Realtà’ ma con i risultati che tutti conoscono.
E dunque: è ‘il Piacere del Bene’ o ‘il Dispiacere del Male’ a essere prioritario? Viene prima il Ben-essere o il Mal-essere? L’Essere precede veramente il Nonessere? Sono queste le domande alle quali si dovrebbe rispondere per poter tenere testa all’ontologia della libertà pareysoniana. Il Profeta della Desistenza è ricorso a un paragone, per spiegare ai desistenti il primato del Nonessere: egli disse che il Piacere è figlio del Dispiacere così come l’asciutto è figlio del bagnato; nel senso in cui possiamo dire che la sabbia asciutta della spiaggia è una concessione del mare che si ritira: l’alta marea ingoia la sabbia asciutta così come la bassa marea le permette di asciugarsi. È il mare che concede alla terra il suo essere terraferma, non viceversa; in principio fu il mare. Anche noi umani ci veniamo a trovare prima nel liquido amniotico che fuori di esso. Noi proviamo piacere quando si ritira il dispiacere? O proviamo dispiacere quando si ritira il piacere? Il Piacere è privazione di Dispiacere? O il Dispiacere è privazione di Piacere? Io sto bene perché non sto più male? O io sto male perché non sto più bene?
Per rispondere alle domande appena poste può essere utile riflettere sul concetto di Tedio come sentimento di Noia; sentimento che Leopardi ha mirabilmente poetato nel Canto notturno:
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
L’essere umano, anche nei pochi e brevi momenti in cui non è malato, in cui non ha male in nessuna parte del proprio corpo, tuttavia prova sempre un malessere diffuso proprio in una parte di sé che non è in senso stretto “corpo”: lo prova nella Psiche? Nella Mente? Non si sa bene come chiamarla, quella parte di noi che si fa sensore dell’Angoscia di Esistere, del Tedio di Essere; si sa solo che gli animali non hanno questa malattia: la malattia di star male quando si è, il malessere, il male di essere. Paradossalmente, noi umani certe volte ci sentiamo meglio quando abbiamo un piccolo bubù a cui dare retta che non quando il nostro corpo non presenta mali di nessun tipo. Lo stato di assenza di malattie, di mali, di male, è stato felicemente denominato ‘silenzio degli organi’; pure, questo silenzio, sa diventare terribilmente assordante, non meno del rumore degli organi malati, del rumore che fanno gli organi del nostro organismo quando si fanno sentire, quando ci fanno sentire la loro domanda di salute. Verrebbe da concludere che in noi esseri umani anche l’assenza di mali è Male, anzi ancora di più: è proprio quando nessun male fisico ci opprime che il Male metafisico di Essere ci preme premendo su di noi.
In questi giorni di CORONAVIRUS tutti vorrebbero uscire di casa; perché? Perché è così difficile restare a casa? Per lo stesso motivo per cui la massima pena carceraria si ha nell’isolamento! L’essere umano, messo di fronte a nulla, privo di occupazione, prova finalmente cosa significa essere, esistere, vivere: solo quando egli guarda in faccia la vita per quel che è, senza occupazioni che occupino lo spazio vuoto dell’Essere, prova il disgusto per la vita. La noia, il tedio, il fastidio che ingombra quel grande desistente che fu Leopardi, ante litteram. Il tempo va occupato, pena la noia. Occupare il tempo è una metafora esemplare della morale desistenziale: se il tempo fosse una cosa buona – come disse il Dio che lo creò – non ci sarebbe bisogno di riempirlo, di occuparlo… o forse il tempo Dio lo creò solo “quando” l’Uomo peccò? Dopo che l’Uomo peccò? Sì, perché tutti i catechismi dicono che nel Paradiso terrestre l’Uomo non moriva, dunque non era soggetto alle leggi del Tempo: al deperimento fisico dell’invecchiamento, alle malattie mortali… Ma adesso il tempo è insopportabile: o lo si occupa o lui occupa noi. Il Fas-tidio è “fas-tedio”: è destino, fato, fas… Il fastidio ingombra, occupa lo spazio dell’essere quanto più esso si svuota di occupazioni. Il moralismo cattocristiano ha inteso rimediare così al virus del tedio: dicendo che l’ozio è il padre dei vizi. Bella conclusione! Un giochetto di parole che si conclude con il motto caritas Christi urget nos: l’urgenza della carità cristiana si manifesta come iperattivismo teso a scongiurare il pericolo dell’inoperosità. Chissà quanti vizi crescono come gramigna in tante case che oggi sono piene di reclusi forzati dal DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che impone di restare a casa!
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@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
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